‘Ma quale value gap?’ Il CEO di Believe Digital loda YouTube e mette il dito sulla piaga della polemica tra la piattaforma di Google e le major musicali

‘Ma quale value gap?’ Il CEO di Believe Digital loda YouTube e mette il dito sulla piaga della polemica tra la piattaforma di Google e le major musicali

In un’interessante e lunga intervista rilasciata a Music Business Worldwide, nella quale fornisce indicazioni sullo stato dell’arte della distribuzione digitale e sul modello di business della sua Believe Digital, l’amministratore delegato Denis Ladegaillerie ha decisamente minimizzato la polemica sul value gap che caratterizza il dibattito tra industria e YouTube e che promette di estendersi alle relazioni della prima con Facebook nei prossimi mesi.

“Se si guarda ai ricavi per-stream pagati da Spotify per un utente premium e a quanto YouTube paga per l’utilizzo di musica su un video user-generated o ufficiale, allora sì, c’è una differenza. Ma si può parlare di “value gap” solo assumendo che siano due cose comparabili. E non lo sono. Che senso ha paragonare il compenso derivato da me che utilizzo “Bohemian Rhapsody” come colonna sonora per un filmino sulle mie vacanze all’ascolto che faccio di “Bohemian Rhapsody” su Spotify? Non è lo stesso utilizzo. Dovrebbero esserci compensi diversi? Assolutamente”.

Believe Digital è la prima tra le indipendenti quanto a mole di fatturato generato dalla distribuzione digitale e, soprattutto a seguito dell’acquisizione di Tunecore nel 2015, prolifera in larga parte grazie alle attività svolte su YouTube:

“Oltre il 45% dei nostri ricavi da streaming video deriva da utilizzo della musica su user-generated content. E’ un utilizzo di minore valore rispetto a quello di un full audio stream. Non ci vedo alcun value gap”, prosegue Ladegaillerie, che poi va più in profondità, escludendo che un servizio di abbonamento al video streaming possa avere successo e, implicitamente, escludendo le possibilità di successo di un modello a pagamento per YouTube che assomigli a quello offerto da Spotify:

“Qualcuno è in grado di indicarmi un’azienda che negli ultimi dieci anni abbia avuto successo con un servizio per video musicali ad abbonamento? Nessuno è stato in grado di dimostrare che si riesca a far pagare qualche dollaro al mese per guardare video musicali online. Dovesse accadere, allora solleverò la questione del value gap. Si tende a dimenticare che le majors, attraverso Vevo, sono le principali operatrici di un servizio ufficiale di music streaming basato sulla raccolta pubblicitaria. Quindi quando una major fornisce un servizio completamente sovvenzionato dalla pubblicità, non basato su abbonamento, contribuendo a una vasta quota della musica consumata su YouTube… nota un value gap? Credo di no, altrimenti avrebbero cambiato Vevo nel senso di un modello ad abbonamento… Il Content ID di YouTube come servizio funziona veramente bene e ci permette di controllare come rendere disponibili i nostri asset sulle piattaforme musicali. Inoltre non vedo YouTube cannibalizzare utilizzo o ricavi che ci deriverebbero da servizi ad abbonamento come Spotify o Apple Music”.

L’intera intervista è disponibile qui.

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