Bob Dylan, a Bergamo una mostra curata da Riccardo Bertoncelli - Intervista

Bob Dylan, a Bergamo una mostra curata da Riccardo Bertoncelli - Intervista

Dal 4 al 19 marzo, presso il Centro Culturale San Bartolomeo di Bergamo, è aperta la mostra divulgativa "I mondi di Bob Dylan", a cura di Riccardo Bertoncelli (che non ha bisogno di presentazioni) e Angelo Piazzoli, Segretario generale della Fondazione stessa.

La mostra si snoda su ventidue pannelli in cui viene descritto per sommi capi il percorso artistico di Dylan dal 1961 al Nobel.

A disposizione gratuita dei visitatori, un catalogo a colori di sessanta pagine, scritto da Pier Giuseppe Montresor, critico musicale de L’Arena di Verona; inoltre, Sergio Noto e Riccardo Bertoncelli hanno realizzato – appositamente a corredo della mostra – quattro playlist scaricabili da Itunes e da Spotify.

 

L’esposizione – presso il Centro Culturale San Bartolomeo (Bergamo, Largo Belotti) – è visitabile tutti i giorni secondo i seguenti orari: da lunedì a venerdì, dalle 16 alle 19, sabato e domenica, dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19.
Oggi sabato 4 marzo, giorno di apertura della mostra, dalle ore 17, Riccardo Bertoncelli, curatore dell’esposizione, e Sergio Noto, ideatore del progetto, saranno a disposizione del pubblico per visite guidate gratuite alla mostra, in una sorta di informale vernissage.

 


Bertoncelli, perché una mostra su Bob Dylan, solo perché gli è stato assegnato il Premio Nobel? Se ne sentiva proprio il bisogno? Perché i Mondi di Bob Dylan?

"Quando Dylan venne in Italia la prima volta, nel 1984, scrissi un articolo polemico sbeffeggiando gran parte degli intellettuali chiamati a commentare l'evento. Costoro di Bob Dylan non sapevano un accidente, erano rimasti fermi a 'Blowin' In The Wind' ed erano convinti che Joan Baez fosse ancora la sua fidanzata. Da allora molte cose sono cambiate ma neanche troppe. C'è un vasto manipolo di dylaniani informati, anzi, super impallinati, ma il grosso degli appassionati rock credo conosca Dylan solo per sommi capi, di sfuggita. Una mostra del genere ha fondamentalmente uno scopo divulgativo e didascalico. Si chiama 'I mondi di Bob Dylan' perché di mondi il nostro uomo ne ha abitati tanti, è stato uno e centomila, di sicuro mai nessuno (anche se spesso ha cercato di sparire tra le pieghe del suo mito); avessimo avuto più mezzi, avremmo potuto riempire sale e sale e spiegare molto di più, anche con pregevoli manufatti dylaniani, tipo dischi o memorabilia, ma anche così, dignitosamente poveri, ci siamo posti l'obiettivo di delucidare un po', di introdurre, di dare una spinta alla comprensione di un grande artista del nostro tempo. Per curiosi e folk rocker di buona volontà. Astenersi fenomeni.

Quali sono i meriti reali di Dylan oggi, il motivo profondo per cui vale la pena conoscerlo meglio?

"Dylan ha sempre raccontato una storia che è stata fondamentalmente sua ma non solo sua. Spesso, in particolare dal 1962 al 1966, ha lucidamente interpretato i tempi, anticipandoli e indirizzandoli, da non meteorologo che sa dove tira il vento, per rubare una frase felice a una sua canzone; e sempre, forse ancor più negli ultimi anni, si è proposto come testimone della tradizione americana, come staffettista del passato verso il futuro, nobile scopo che a vent'anni può sembrare un compito banale ma con il tempo si scopre quanto ricco e importante sia. Non tutti hanno accettato volentieri i suoi ultimi dischi, la trilogia in corso (in realtà sono cinque dischi) su Frank Sinatra e il Great American Songbook. In effetti quello sembra un trip personale di Dylan, una sua innamorata ricerca del tempo perduto. Ma c'è così tanto da scoprire e riscoprire, oltre quel progetto. Lo dico soprattutto ai più giovani: studiare gli anni '60, quando Dylan fu davvero la bomba atomica nelle teste di una generazione e insegnò al mondo a scrivere liberamente in forma di canzone, liberando dopo millenni la poesia dalla pagina statica e riconsegnandolo alle onde della musica. È anche per questo, soprattutto per questo, che Dylan ha ricevuto il Nobel".

Il grande pubblico probabilmente non ha apprezzato o certamente non ha capito appieno il comportamento di Dylan nei confronti del conferimento del Premio Nobel, che forse avrebbe dovuto onorare in maniera più esplicita. Non ti pare?

"Dylan è sempre stato uno scorbutico, dire 'asociale' è troppo ma ci siamo capiti. I riconoscimenti lo hanno sempre imbarazzato, dal famoso Tom Paine Award del 1963, quando si presentò alla consegna polemico e farneticante, alla laurea honoris causa all'università di Princeton di cui parla nell'autobiografia con parole sarcastiche. Quando ricevette dal Re di Svezia il Polar Prize, nel 2000, sembrava un fachiro su un letto di chiodi, un deportato ai lavori forzati. Quel giorno dev'essersi ripromesso: 'mai più'. Ha fatto un'eccezione per Obama e la Medal Of Freedom, peraltro rigido e inespressivo come un baccalà. Ma, appunto, è stata un'eccezione".

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