Dirty Projectors - la recensione di "Dirty Projectors"

Dirty Projectors - la recensione di "Dirty Projectors"

Intellighenzia indie di Brooklyn goes to Hollywood. Trasferitosi a Los Angeles, Dave Longstreth canta la fine della sua storia con Amber Coffman e mette sottosopra i Dirty Projectors. Non sono più un gruppo basso-chitarra-batteria-tastiere, ma un progetto sofisticato che mette assieme analogico e digitale. Il sound non è più basato sui cori femminili, ma sulla moltiplicazione della voce di Longstreth. Il risultato è un disco avventuroso ed emozionante che contribuisce ad abbattere il muro fra indie e mainstream.

A un certo punto del nuovo album dei Dirty Projectors si ascolta il suono di una stampante 3D fatto passare attraverso l’amplificatore di una chitarra. Altrove il pitch della voce di Dave Longstreth è alterato fino a farlo sembrare un lamento parossistico e straziato. In un’altra un campionamento dal film di Alfred Hitchcock “Vertigo” è abbinato a un sintetizzatore modulare e a un piano jazz, il tutto per musicare la narrazione della fine precipitosa di una storia d’amore. In un’altra ancora l’arrangiamento è composto da note di Rhodes che rimbalzano da un canale all’altro e dalla sovrapposizione di otto strati di musica eseguita da un quartetto d’archi. Le costruzioni musicali di Dave Longstreth sono note per il loro carattere originale, ma il leader dei Dirty Projectors non si era mai spinto tanto in là. Nel suo nuovo album reinventa completamente il gruppo, lasciandosi alle spalle l’idea stessa di band tradizionale e adottando un gusto per la produzione affine a hip-hop e R&B che fa sembrare “Stillness is the move” una sciocchezzuola giovanile.

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