La storia della più grande fotografia rock di tutti i tempi

La storia della più grande fotografia rock di tutti i tempi

Come si dice, non è stata una passeggiata di salute fare parte dei Clash. La band che, come diceva il critico musicale Lester Bangs, era ‘l’unica che contasse qualcosa’ e che ha avuto una vita relativamente breve. Una vita lunga sette anni, dal 1976 al 1983, e cinque album. Il sesto, “Cut the Crap”, uscito nel 1985, porta sì stampato il nome del gruppo sulla copertina ma ormai non erano più i Clash senza Topper Headon e, soprattutto, il chitarrista Mick Jones. Si diceva che non è stata una passeggiata fare parte della band, ce lo racconta molto bene Pat Gilbert nel suo “Death or glory”, volume fondamentale per comprendere cosa sono stati e cosa hanno rappresentato quei quattro ragazzi inglesi per la storia della musica che più amiamo. Capiscuola del punk con i Sex Pistols, al quale poi aggiunsero le sonorità reggae ascoltate nei quartieri londinesi popolati dagli immigrati giamaicani. Fino ad essere, forse, i primi bianchi a scrivere una canzone rap dopo avere assorbito quanto circolava per le strade di New York all’inizio degli anni ottanta. Quella canzone, uscita nel 1981, si intitola “The Magnificent Seven”.

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La nostra storia però è precedente al 1981 e a "The Magnificent Seven", risale alla fine dell’estate del 1979. I Clash avevano allora al loro attivo due album, “The Clash” (1977) e “Give’em Enough Rope” (1978). Nel settembre del 1979 partono dalla natia Inghilterra alla volta degli Stati Uniti per un tour lungo sette settimane e ventitre concerti. Il primo live del tour si tenne a Monterey (California) l’8 settembre. Ogni set veniva aperto immancabilmente dalla canzone “I’m So Bored With U.S.A.”. Quel ciclo di concerti è stato immortalato nel libro fotografico “The Clash: Before and After” di Pennie Smith. La fotografa Pennie Smith non poteva ancora saperlo quando venne incaricata dalla rivista inglese NME di seguire quel tour dei Clash, ma quell'incarico la fece entrare nella storia. Visse quella campagna americana fianco a fianco con i ragazzi e la cronacò con il suo bianco e nero. Alla fine riassunse quell’indimenticabile esperienza con questa frase:

“Era come compiere un raid con un commando formato dai Ragazzi di Bash Street*”.

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Pennie Smith racconta così una delle bizzarre avventure vissute in tour con i Clash, che, diceva, facevano davvero di tutto per complicarsi la vita.

“Ai Clash piaceva andarsi a cacciare nelle situazioni più complicate. Ricordo che una volta, in un posto sperduto al centro degli Stati Uniti, io e Mick stavamo andando a una trasmissione radiofonica quando a Mick si ruppe la maniglia del finestrino. Ci fermammo a un distributore di benzina e lì c’erano dei tizi dall’aria poco raccomandabile, capimmo subito che potevano esserci dei problemi. L’autista del taxi era scomparso e Mick pretendeva che gli aggiustassero il finestrino, così poteva appoggiarci il braccio e prendere un po’ d’aria. Quei tizi si avvicinavano sempre di più e io pensavo: ‘Siamo morti, non ci sono dubbi’. Quando arrivarono alla portiera dell’auto, improvvisamente riapparve il tassista che si avvicinò alla macchina e tirò fuori una pistola. Si rivolse ai quei tizi dicendo: ‘Sono armato!’. Eravamo due bianchi provenienti dalla zona ovest di Londra e non sentivamo certamente il bisogno di avventure come quella. Era sempre tutto esagerato, spinto al massimo”.

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I Clash per quel tour avevano preteso che a fare loro da spalla, tra gli altri, ci fossero anche alcuni dei loro eroi. Leggende della musica nera come Bo Diddley, Sam & Dave e Screamin’ Jay Hawkins. Lo sciamano Hawkins sul palco, per eseguire “You Put a Spell on Me”, usciva addirittura da una bara. Dopo aver girovagato per gli Stati Uniti la band giunse a New York dove aveva in programma di esibirsi per due sere al Palladium. A New York, sfruttando il cambio sterlina/dollaro particolarmente favorevole, la band fece razzia di camicie anni cinquanta in un negozio di roba usata al Greenwich Village. Dopo avergli tagliato le maniche erano belle che pronte per essere usate sul palco. La leggenda narra che dopo ogni spettacolo venivano sbattute sul pavimento e facevano un discreto rumore tanto erano fradice di sudore.

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Se il primo dei concerti al Palladium rimane solo nella memoria di chi era presente, il secondo passò decisamente alla storia. A spedircelo, mani e piedi, fu uno scatto fotografico di Pennie Smith. Quella sera Paul Simonon sfasciò il suo basso, durante l’ultimo dei bis, “White Riot”. Pennie era lì sotto e fece lo scatto che poi venne definito ‘la più grande fotografia rock di tutti i tempi’. Era il 21 settembre 1979. Questo il suo ricordo:

“Quella sera mi dava l’impressione di essere piuttosto incazzato. Stavo riducendo drasticamente il numero di foto scattate al gruppo sul palco. Quando sei in sintonia con qualcuno, conosci in anticipo ogni sua mossa. Avevo già tutte le possibili corse sul palco di Joe e i salti che faceva Mick. Poi guardai Paul e mi accorsi che teneva il basso in una posizione strana. Ha cominciato a venire verso di me. Sulla macchina avevo montato un obiettivo a grandangolo che lo faceva sembrare più lontano di quanto fosse realmente e quando alzai lo sguardo lui era proprio sopra di me. Ho fatto tre scatti e me ne sono andata”.

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L’immagine è del tutto eccezionale anche perché Paul Simonon difficilmente maltrattava un proprio strumento. Quella sera, invece, distrusse il suo Fender Precision. Qualcuno disse che molto probabilmente voleva farsi bello con la sua ragazza del tempo che era proprio di New York. Lui respinge fermamente questa ipotesi: “Quando sei sul palco non pensi alla fidanzata. E’ stato per via del senso di totale frustrazione. Noi eravamo abituati a suonare a stretto contatto con il pubblico. Al Palladium di New York il pubblico sembrava a un miglio di distanza. Ti sembrava che stavi facendo finta di suonare. Quella situazione mi aveva irritato e avevo veramente un diavolo per capello: l’ho fatto per frustrazione”. I colpi di Paul furono talmente violenti che addirittura gli si ruppe l’orologio. Poi lo regalò a Pennie, le lancette erano ferme sulle 9.50.

Quando fu il momento di scegliere l’immagine di copertina per il nuovo album intitolato “London Calling”, il gruppo decise di usare proprio quella immagine anche se Pennie Smith cercò di opporsi alla scelta sostenendo che fosse sfocata. L’illustratore Ray Lowry, ci mise del suo, quando gli venne l’idea di imitare la copertina del primo album di Elvis Presley colorando le parole di rosa e verde. “London Calling” uscì sul mercato il 14 dicembre 1979. E’ uno degli album che senza alcun timore si possono definire fondamentali nella storia del rock. Per la musica, ma anche per la sua copertina.

(Paolo Panzeri)

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*I Ragazzi di Bash Street è un fumetto comico inglese creato da Leo Baxendale pubblicato sul giornale per bambini 'The Beano' a partire dal 1954. Narra le peripezie di una classe scolastica.

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