I Julie's Haircut presentano il nuovo album: "Mescoliamo troppe cose per essere catalogati" - INTERVISTA

I Julie's Haircut presentano il nuovo album: "Mescoliamo troppe cose per essere catalogati" - INTERVISTA

I Julie's Haircut non amano restare fermi sui propri passi. Il nuovo album “Invocation and ritual dance of my demon twin”, è infatti un ulteriore salto in avanti verso un metodo compositivo incentrato sull’improvvisazione, prescindendo da stili e generi musicali. Una personale visione della psichedelia che questa volta li ha condotti verso su un territorio oscuro, tanto da dover fare i conti con il proprio gemello malvagio.
Abbiamo colto l’occasione per farci raccontare qualcosa in più sul disco appena uscito, passando tra cinema, BBC e, ovviamente, sul senso che ha per loro la musica psichedelica.

Vi siete definiti un corpo estraneo all'interno della musica italiana: cosa significa per voi questa singolarità?Luca: Non è una singolarità tutta nostra, sia chiaro, sono in tanti in Italia a fare musica non allineata. Ma certamente quello che facciamo noi è davvero difficile da inserire in qualsivoglia “scena”, pure quelle genuinamente underground. Siamo troppo pop per le frange più estreme dello sperimentalismo, troppo “jazz” per il popolo del noise, troppo obliqui e rumorosi per essere inquadrati come “pop”. Mescoliamo troppe cose per essere decifrati secondo i dettami di qualsiasi genere specifico. Non rispondiamo nemmeno ai canoni ben precisi della neo-psichedelia, che comunque in Italia è corpo estraneo in sé.

L'album trae origine da due jam session da cui poi è stato estratto il materiale grezzo su cui lavorare. Il vostro è quasi un processo alchemico di trasformazione della materia. C’è un filo conduttore che lega queste registrazioni?
Luca: Il filo conduttore principale credo stia proprio nel metodo con cui sono state realizzate.

A chi spetta la scelta della musica da modellare?
Luca: La scelta è collegiale, come ogni decisione che prendiamo. Una gran fatica, non te lo nascondo, specialmente quando ci sono da prendere decisioni velocemente. Ma non potremmo fare altrimenti. Personalmente mi sono limitato ad effettuare una primissima scrematura, non oserei nemmeno dire una selezione, ma semplicemente un primo lavoro di editing per ridurre le tante ore di registrazione ad un bacino comunque enorme all’interno del quale poi, insieme anche a John e Chris di Rocket Recordings, abbiamo scelto le cose più utili al disco che volevamo fare.

Fin da vostri esordi c’è sempre stata una forte componente di ironia che col tempo è andata via via riducendosi per lasciare posto ad altre espressioni artistiche. Sentite il bisogno di una maggiore serietà
Luca: Su questo hai ragione, agli esordi giocavamo molto su un’idea ironica di pop che con l’età ha lasciato spazio a riflessioni un po’ più profonde. Immagino che in parte sia un riflesso di come siamo cambiati come persone e di come è cambiato anche il mondo. Ma in realtà non siamo persone seriose, anzi.

Tempo fa avete usato una foto dell’attrice Theda Bara per il video di "Who is he and what is he to you?" e ora per il nuovo album una vecchia immagine delle Dolly Sisters. Quale rapporto avete con l'immaginario “dark” del cinema muto?
Luca: Ci affascina molto. In generale il cinema è una delle nostre passioni più forti. Gli anni ’20 del Novecento, poi, sono stati uno dei decenni più folli di sempre. Si usciva da una guerra lunga e terribile e c’era fame di evasione a tutti i costi. Il mondo dello stardom cinematografico dell’epoca era qualcosa di enorme e irraggiungibile, nemmeno lontanamente paragonabile a quello odierno. Considera che già all’avvento del sonoro l’industria cinematografica era considerata finita da chi ne aveva fatto la storia fino ad allora e non ha mai più raggiunto quei livelli di popolarità. Negli anni ’20 le star del cinema erano davvero delle sorte di divinità, tutto gli era permesso. Molti di loro vivevano di eccessi assoluti ed erano pressoché intoccabili. Leggere Hollywood Babylonia di Kenneth Anger lascia esterrefatti: per quanto sia ovviamente esagerato, romanzato, eccessivo nel linguaggio non lo è poi tanto dal punto di vista dei fatti riportati. Sotto la polvere di stelle si nascondevano inferni profondi e noi siamo sempre molto attratti da ciò che è contraddittorio, duplice, non immediatamente decodificabile.

E’ il vostro primo lavoro per Rocket Recordings: come è nata questa sinergia?
Luca: Siamo in contatto da un po’ di tempo, già conoscevano i nostri dischi precedenti. Gli abbiamo fatto sentire le cose su cui stavamo lavorando e hanno deciso che facevano al caso loro.

A breve partirà il tour di presentazione del nuovo disco, che, come di consueto, avrà tappe sia su palchi italiani che esteri. Oltre confine c'è una ricettività diversa per la vostra musica?
Luca: Non saprei. Non esiste un paese in cui quello che facciamo è mainstream, per intenderci, e non possiamo lamentarci dell’attenzione che riceviamo in Italia, soprattutto se consideriamo le cose che vanno per la maggiore. Certamente ci sono paesi, come il Regno Unito, la Germania, il nord Europa, in cui la musica in generale ha ancora un ruolo centrale nella vita delle persone, non è solo un sottofondo, c’è più curiosità di scoprire cose diverse e marginali rispetto al mainstream, che è standardizzato e identico ovunque. Per farti un esempio concreto: la BBC avrà passato il nostro disco almeno una decina di volte nelle ultime settimane, perfino in show mattutini. Non che la RAI non ci presti attenzione, tutt’altro, ma può farlo solo nei suoi programmi più di nicchia, se otteniamo un passaggio a mezzanotte è già un successo. Eppure qui siamo in giro da 20 anni, mentre in Inghilterra siamo una relativa novità. In questi paesi, per quanto ridimensionata dagli avvenimenti degli ultimi 20 anni, l’industria discografica esiste ancora e ha un proprio ruolo.

Per concludere una riflessione sulla psichedelia oggi: è ancora un ambito di sperimentazione e ricerca? Cosa rappresenta per voi?
Luca: Può esserlo, dipende da cosa si intende per “psichedelia”, termine che come ogni altro a noi interessa relativamente perché cerchiamo di rifuggire qualsiasi tipo di catalogazione. Se la si intende come un genere musicale specifico, in cui la batteria deve sempre avere un determinato ritmo, le chitarre un suono molto specifico, i musicisti devono essere vestiti in un determinato modo, eccetera, allora non c’è nulla di più sterile dal punto di vista della ricerca. Se invece la si intende come un approccio musicale ampio, che gioca sulla dilatazione dei tempi, sulla ripetizione, sugli effetti che può produrre nella mente e nel corpo di chi ascolta, allora non c’è ambito migliore per sperimentazioni avventurose. 

(Marco Di Milia)

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