"Trainspotting", 20 anni dopo: la recensione del sequel T2

"Trainspotting", 20 anni dopo: la recensione del sequel T2

Vent'anni fa. Una ribellione decadente annuncia il tramonto del secolo.
Lo squallore e le umane derive tracciano il perimetro della pista da ballo. Morte, amore, sangue, e paranoia volteggiano su una danza macabra e goliardica, frenetica e illusoria. Il ritmo è chimico, fuori controllo. Eroina e pasticche per tentare di tirare fuori la testa o seppellirla per sempre laddove non vi è alcun rumore di fondo, ma solo una fluttuante quiete che tutto anestetizza (ecco la fenomenale “Deep blue day” di Brian Eno).
Vent'anni fa “Trainspotting”, fra liberatorio stordimento techno (“Shouting, lager lager lager!”. Ad libitum) e idealizzato sudiciume rock n' roll (“Lust for life”), segnava una generazione. Quella che si invaghì del ghigno di Mark Renton, delle pagine putrescenti e esplosive di Irvine Welsh, di un film che fece polemica quasi per forza ma che, in fondo, altro non era che una parabola tragicomica e straziante. Tutti alla ricerca dell'amore più complicato. Quello per noi stessi, per quello che siamo o potremmo essere, per la nostra inafferrabile sorte.“T2: Trainspotting” arriva a circa ventuno anni di distanza dall'originale: in Italia esce il 23 febbraio - ieri sera, 16 febbraio, abbiamo visto la prima milanese. La colonna sonora invece, è già disponibile (l'abbiamo recensita qui)

Stesso cast, con Ewan McGregor (Renton) e Robert Carlyle (Begbie) in prima fila, e medesima regia, quella di Danny Boyle (“28 giorni dopo”, “The millionaire”, “In trance”). Anche la fonte letteraria non cambia, visto che “T2” nasce dall'adattamento di “Porno” (e in parte “Trainspotting” medesimo), grottesco romanzo di Welsh.

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“T2: Trainspotting” è soprattutto, come l’illustre predecessore insegnava, una commedia nera imperniata sulla goffaggine esistenziale delle maschere che la popolano (“Mi hai rovinato la vita e ora anche la morte”, strepita Spud verso Renton quando quest’ultimo lo salva dal suicidio). Ma c’è molto di più: non mancano scene slapstick degne di qualsiasi commedia fracassona e rocambolesca (notevole la rissa al pub tra Renton e Sick Boy). Non manca, nella parte finale, una splendida rivisitazione delle meccaniche del western più crepuscolare. Il pub al posto del saloon, ma il concetto non cambia.

Renton torna a Edinburgo dopo due decadi. Dopo, soprattutto, aver truffato i suoi migliori amici ed essersela data a gambe. Li ritrova tutti, ognuno indaffarato a campare come meglio riesce. Uno in particolare, però, lo vorrebbe volentieri evitare. Begbie, infatti, è assetato di vendetta ed è ancora il cumulo di nervi e frustrazione che può dar di matto alla prima occasione. Tutta la pellicola ruota su un tema forte e ricorrente: i conti in sospeso. Con se stessi, gli altri, il mondo intero.

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Boyle non rinuncia a nulla: gioca con i generi, si permette qualche virtuosismo da leccarsi i baffi (“Radio Ga Ga” dei Queen inietta sussulti quasi psichedelici in una scena assolutamente memorabile), sovrappone e incastra toni e registri differenti con la nonchalance di un boss. I flashback, quasi mai scolastici, sono un calcio nelle parti basse, quasi a ribadire che da se stessi non si scappa, anche quando si fa (apparentemente) di tutto per inventarsi un copione nuovo. Gli anni sono passati e i demoni interiori continuano a urlare scriteriatamente, ma un velo oscuro fiacca le gambe (Begbie non rincorre Renton fuori dal parcheggio, non ce la farebbe) e ottunde i sensi (“Born slippy” torna, ma non nella sua forsennata versione originale, bensì rallentata, una sorta di sinistra e dolce ninna nanna ambient).

Nikki, compagna di Sick Boy e unica vera new entry del film, osserva con un certo distacco il disordinato ritrovarsi degli amici, ascolta i racconti e gli aneddoti, rimane stregata dal nuovo amaro monologo di Renton (un “Choose life” parte seconda). Ma alla fine, in russo, dice: voi vivete nel passato. Nessuno la capisce, ma non tanto perché pronuncia la battuta in russo. Forse perché la fusione tra passato e presente, per Sick Boy e combriccola, non prevede una reale crescita, uno sguardo che contempli nuovi orizzonti.

La profonda malinconia che permea il film è quasi tutta in alcuni luoghi di Leith, immutabile, almeno in parte, prima che un piano di riqualificazione ne stravolga i connotati. Luoghi immobili, via crucis di un mondo che vive e rivive, con stramba nostalgia, soprattutto negli occhi di Spud. E’ in quei momenti, fra action e battuttacce, che Boyle strozza il fiato in gola allo spettatore.

Perché è lì che la ricerca del tempo perduto si rinnova, anche se questo tempo andato era scandito da eroina, degrado e sesso random. Però c’era il futuro, si poteva ancora “scegliere la vita”, cercare qualcos’altro oltre all’improvvisazione e alla dipendenza. C’era ancora tempo, insomma, per provare a trovare se stessi. Adesso ci sono soprattutto rimorso e rancore. E quei maledetti conti da saldare che impediscono qualsiasi volo.
Forse, dopo tutto, quei folli tempi perduti erano i migliori possibili.

(Emiliano Raffo)

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