Fabrizio De André, storia di un cantautore ("il" cantautore)

Fabrizio De André, storia di un cantautore ("il" cantautore)

La parola “cantautore” è abusata, nell’immaginario musicale italiano. Venne coniata alla fine degli anni ’50 dalla RCA; servì per identificare non solo chi si scriveva da solo le canzoni e non si limitava ad interpertarle, ma proprio per segnare una netta distinzione, una frattura, con quello che la canzone popolare aveva segnato in Italia fino a quel periodo. Poi quella definzione, con gli anni, è diventata qualcos’altro, un’etichetta-medaglia che molti “artisti” si autoappendevano alla giacca per dirsi migliori degli altri "cantanti".

Fabrizio De André amava lavorare con altri artisti nella scrittura e nella produzione, da Mauro Pagani, a Massimo Bubola, a Ivano Fossati. Ma è diventato il simbolo di chi è o chi dovrebbe essere il cantautore: un artista che, con parole limate al millimetro, taglienti come lame, è in grado di darti un punto di vista nuovo, diverso e rivoluzionarlo, sulla realtà che ti circonda. E di farlo con interprentando, porgendo quelle parole in maniera unica, su melodie memorabili.

Nato il 18 febbraio 1940 Fabrizio De André in quella Genova che negli anni ’60 sarà la culla dei cantautori, da bambino scappa in Piemonte durante la guerra, mentre il padre è ricercato dai fascisti. Torna a Genova nel ’45, e studia, arrivando a pochi esami dalla laurea in giurisprudenza. A quel punto ha già iniziato anche a studiare la musica:  violino, chitarra, suona  in pubblico cantando traduce canzoni francesi e scrive brani suoi. 

Negli anni ’60 mette su famiglia (nel ’62, dalla prima moglie, nasce Cristiano, che poi diventerà musicista solista e andrà in tour con lui) e incide i primi singoli.  In poco meno di 40 anni di carriera incide solo 13 album propriamente tali: il primo, “Tutto Fabrizio De André” è una raccolta dei primi singoli per la Karim  (già dei classici come “La guerra di Piero” "Via del Campo", "La canzone dell'amore perduto”, "La canzone di Marinella” e “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers" scritta con Paolo Villaggio, amico d’infanzia che gli affibbia il soprannome “Faber”). E' seguito da “Volume I”, il primo inciso in studio.

De André sperimenta forme nuove di scrittura, raccontando le storie degli ultimi e degli emarginati, attingendo da fonti inaspettate (“La buona novella” è  tratto dai Vangeli apocrifi) o da grandi classici (“Non al denaro, non all’amore né al cielo” del 71 è ispirato da "L'antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters), Usa la formula del concept album o raccoglie traduzioni da Brassens, Dylan e Cohen. 

Schivo da sempre, pensa di di trasferirsi in Sardegna (negli anni ‘70 acquista la tenuta dell'Agnata, presso Tempio Pausania, dedicandosi all'agricoltura e all'allevamento di animali) dove va a vivere con la nuova compagna, Dori Ghezzi, madre di Luisa Vittoria detta Luvi. In Sardegna lui e Dori Ghezzi vivranno la traumatica esperienza del sequestro di persona, nel ’79: durerà 4 mesi, che lo porterà a scrivere l’album soprannominato “L’indiano”, che contiene “Hotel supramonte”.

Sperimenta anche linguaggi musicali con il suo capolavoro  “Creuza de mâ”, inciso assieme a Mauro Pagani, che unisce la lingua genovese alle sonorità della tradizione mediterranea. Negli anni ’90 la produzione si dirada, con solo due album, l’ultimo dei quali, “Anime salve” nasce come progetto a quattro mani con Ivano Fossati, ma i due non si troveranno, e per divergenze rimarrà solo a nome di De André. L’ultima pubblicazione in vita è una nuova collaborazione, una versione de "La canzone di Marinella” incisa con Mina, contenuta in un’antologia. Nel ’98 interrompe il tour per una malattia che lo porta via nel gennaio del ’99.

Ma l’eredità di De André va ben oltre la sua produzione discografica. L’eredità di De André è il suo rigore morale, il suo essere anarchico nel senso più puro del termine, sganciato da ogni rapporto velleitario e per questo in grado di vedere e raccontare il mondo scegliendo un punto di vista che è suo e solo suo, e senza quel moralismo e quella prosopopea che invece spesso metterà in musica chi si autodefinirà “cantautore”.

 

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