Sanremo 2017, Rita Pavone al Festival nella giuria di esperti: l'intervista

Sanremo 2017, Rita Pavone al Festival nella giuria di esperti: l'intervista

Oltre a far parte della giuria degli esperti del Festival di Sanremo 2017, la cantante torinese riceverà questa sera sul palco dell'Ariston un premio per i suoi 55 anni di carriera: era il 1962, infatti, quando Rita Pavone vinceva il Festival degli sconosciuti di Ariccia, una manifestazione ideata all'inizio degli anni '60 da Teddy Reno (poi divenuto suo marito) con l'obiettivo di scoprire nuovi talenti da presentare alle case discografiche. La vittoria al Festival degli sconosciuti valse alla cantante un provino con la RCA Italiana, una delle etichette discografiche più importanti dell'epoca, che la mise sotto contratto e che la fece debuttare sul mercato già nel 1962 con il 45 giri "La partita di pallone / Amore twist".

Quando le hanno proposto di far parte della giuria degli esperti del Festival?
L'invito a far parte della giuria mi è arrivato nei primi di dicembre. Non sapevo nulla di chi fossero gli altri membri, l'ho scoperto solo quando sono arrivata qui a Sanremo.

Nel corso della sua carriera ha partecipato tre volte al Festival di Sanremo: la prima volta si classificò tredicesima, le altre due volte venne esclusa prima della finale. Ha mai riprovato a partecipare o ha chiuso con il Festival a causa del trattamento che le ha riservato questa manifestazione?
La mia prima partecipazione risale al 1969: quell'anno mi presentai in gara con "Zucchero", abbinata ai Dik Dik. Ci classificammo tredicesimi. Tornai al Festival l'anno dopo, nel 1970, abbinata a Valeria Mongardini con "Ahi ahi ragazzo!", ma non riuscimmo ad arrivare in finale. E così anche nel 1972, quando, da sola, portai in gara "Amici mai". Nel 1989 provai a tornare in gara con una canzone intitolata "Donne ferme, donne che camminano", scritta da me: fui scartata e da allora non ho più provato a tornare in gara. Credo molto nel destino: se una cosa non accade, allora non deve accadere. Per questo motivo non ho più proposto canzoni alle varie commissioni artistiche del Festival di Sanremo.

Ha provato un senso di risentimento nei confronti del Festival, dopo le esclusioni del 1970 e del 1972 e dopo essere stata scartata nel 1989?
Assolutamente no. Anzi, ho sempre visto con grande piacere il Festival di Sanremo, perché è una fucina di cose, crea del movimento. Nel 2005 sono anche stata ospite di una puntata del Festival: ho cantato con Toto Cutugno e Annalisa Minetti, che quell'anno erano in gara con "Come noi nessuno al mondo.

Quest'anno gli organizzatori hanno deciso di assegnarle anche un premio alla carriera: che effetto le fa?
Proprio perché non ho mai vinto e non essendo un'assidua frequentatrice del Festival di Sanremo, sono maggiormente felice per questo premio: e riceverlo dopo 55 anni di carriera, da artista ancora in attività, lo trovo splendido.

Diverse canzoni lanciate dal Festival di Sanremo, negli scorsi anni, sono riuscite ad avere successo anche in America: basti pensare a brani come "Nel blu dipinto di blu" oppure a "Che sarà". Oggi, invece, le canzoni sanremesi, e più in generale la musica italiana, sembra avere più fatica ad imporsi sul mercato americano. Secondo lei cos'è che manca alle canzoni italiane di oggi per riuscire d avere successo anche all'estero?
Una volta eravamo conosciuti come un popolo che scriveva cose belle. All'estero, e in particolar modo in America, hanno una certa idea della musica italiana. Bisognerebbe riuscire a trovare una formula che ti permetta di scrivere delle cose che siano italiane ma che, al tempo stesso, possano funzionare anche in mercati diversi da quello italiano. E questo, purtroppo non accade più: certo, ci sono casi eccezionali come quello di Andrea Bocelli o Il Volo, ma per il resto è molto difficile per un artista italiano riuscire ad imporsi sul mercato americano.

Lei, negli anni '60, è stata una dei pochi artisti italiani ad avere successo in America: cosa si ricorda di quel periodo?
La RCA americana pubblicò tre miei album: ebbi la fortuna di collaborare con Chet Atkins, grande chitarrista attivo a Nashville. Si accorse di me Ed Sullivan, il mitico conduttore dell'Ed Sullivan Show, programma di punta della tv americana. Ed Sullivan era una persona davvero generosa. Si era innamorato di me, vocalmente parlando. Vide il mio nome nei piani alti delle classifiche in Germania, Argentina e Spagna e mi ospitò cinque volte nel suo programma, dandomi la possibilità di condividere il palco con artisti del calibro di Elvis Presley e Ella Fitzgerald.

Tra i collaboratori fissi della RCA, l'etichetta grazie alla quale debuttò sul mercato italiano, c'erano musicisti come Ennio Morricone e Luis Bacalov, che realizzavano gli arrangiamenti delle canzoni che poi i cantanti incidevano: le canzoni vi arrivavano già pronte oppure avevate modo di collaborare alla composizione degli arrangiamenti?
Avevamo un metodo di lavoro completamente diverso da quello di oggi. Ci chiudevamo in una piccola stanzetta con un pianista e mettevamo giù la canzone. Dopodiché si consegnava il nastrino con la registrazione all'arrangiatore, che poi sviluppava quelle idee. Era un modo di lavorare molto giusto. Avere dei grandi arrangiatori alle spalle è stato molto importante, per noi cantanti, perché ci sentivamo sostenuti: non era solo questione di bassi o batterie, l'importante era avere anche una costruzione armonica che riuscisse a sostenere le nostre interpretazioni.

Uno dei momenti più alti della sua carriera è stato "Il giornalino di Giamburrasca", sceneggiato televisivo con regia di Lina Wertmüller in cui lei interpretava il personaggio principale, un bimbo di otto anni. Le canzoni erano scritte dalla stessa Wertmüller (testi) e da Nino Rota (musiche), arrangiate da Bacalov.
Il 33 giri di Gian Burrasca era un concept album, nel senso che le canzoni erano pensate interamente per quello sceneggiato, una commedia musicale. Un po' come "Mary Poppins", insomma. "Viva la pappa col pomodoro" venne estratta dal contesto: quella canzone ha condizionato un po' mia carriera...

In che senso?
Nel senso che dopo il successo di quella canzone tutti erano convinti che quel mondo musicale fosse il mio. In realtà, io sono nata artisticamente con pezzi come "Come te non c'è nessuno", "Cuore", "Che m'importa del mondo". Diciamo che "Viva la pappa col pomodoro" rappresentava un'altra sfaccettatura di Rita Pavone.

Spesso le canzoni del primo periodo della sua carriera vengono scelte come jingle di spot pubblicitari. Come è possibile che ancora oggi una canzone di cinquant'anni fa venga considerata importante? Cos'è che le rende così longeve?
Canzoni come "Viva la pappa col pomodoro" o "Come te non c'è nessuno" hanno un fondamento. "Viva la pappa col pomodoro" era scritta da un premio Oscar e rispecchiava qualcosa di significativo, l'emozione di un bambino di 8 anni. A me non stupisce il fatto che siano considerate importanti ancora oggi, a distanza di cinquant'anni: perché sono canzoni senza tempo. E la magia di un brano dovrebbe essere proprio questa, resistere al passare degli anni.

di Mattia Marzi

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