Trump ha vinto, Bruce Springsteen chiede scusa sull’Observer. O no…?

Trump ha vinto, Bruce Springsteen chiede scusa sull’Observer. O no…?

Una lunghissima lettera di scuse intitolata “A letter of apology from Bruce Springsteen for letting Trump win” occupa da ieri mattina grande spazio all’interno della sezione musicale del britannico The Observer. Introdotta dalla preoccupazione per il futuro che attende i suoi figli, la lettera si dispiega  all’insegna di una domanda fondamentale: “Avrei potuto fare la differenza? Ho fatto tutto quanto potevo”?

Diciamolo subito: la lettera, un falso d’autore (la firma in calce è “Bruce, *non proprio Bruce”) è un escamotage per lanciare un’analisi socio-culturale sul ruolo e sull’efficacia del pensiero e delle azioni dei progressisti (“liberals” nel testo) in America, alla luce della vittoria di Donald Trump alle presidenziali. L’immaginario-reo-confesso Bruce, indicando ad esempio la recente presa di posizione di Meryl Streep che considera implicitamente una sua simile quanto a orientamento politico, spiega l’abitudine di non dare seguito alle migliori ispirazioni con azioni concrete e mette in luce il contrasto tra l’hype e le reazioni emotive che certe iniziative dimostrative suscitano da un lato e gli effettivi risultati sortiti dall’altro: difficilmente la causa sposata riesce a trarne qualche vero beneficio. Ed è intrigante notare come, effettivamente, l’elettorato che ha spinto “Le Grand Orange” (“Gary Tallent lo chiama così”, si legge nell'articolo) alla Casa Bianca dovrebbe coincidere con una quota consistente della fan base di Bruce nel Midwest e nella “Rust Belt”: quale “manciate" di voti che hanno determinato una svolta storica sono noccioline rispetto ai dischi venduti dal Boss a quegli elettori…

Qui l’articolo originale.

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