Tornano gli Elbow, a tre anni da “The take off and landing of everything”. Sono uguali e diversi. Senza il batterista Richard Jupp, hanno ricominciato dalle fondamenta: il ritmo. Il risultato è un album basato su tessiture ritmiche e melodie dirette, un disco sognante e tenero sul potere dell'amore ai tempi della Brexit.
È un disco di inni alla gioia sussurrati, tiene assieme felicità e malinconia, è un abbraccio caloroso. Arrivati al settimo album in vent’anni di carriera, gli Elbow buttano fuori un disco che suona fresco, motivato, a fuoco, materia da artigiani del pop. Le dimensioni collettiva e personale s’intrecciano nelle nuove canzoni del quartetto di Bury. E anche se non sono poi molti i riferimenti a quel che accade nel mondo – certo, c’è “K2” e quel passaggio sulla Brexit che fa “Vengo da un posto che la status dell’isola / Ci spinge a pensare che la gente ci odia / E forse, cara, è così” – “Little fictions” offre conforto in un periodo tormentato. È il lavoro di un gruppo che ancora crede nel potere della musica di offrire speranza e calore. Da bravi “middle class heroes”, gli Elbow usano il loro tono più confidenziale per dirci che “l’amore è il miracolo originale”.