I giornalisti e le canzoni di Sanremo: orgoglio (di casta) e pregiudizi

I giornalisti e le canzoni di Sanremo: orgoglio (di casta) e pregiudizi

Da qualche anno è invalsa, e l'abbiamo considerata fin da subito un gesto molto civile, l'abitudine di organizzare - qualche giorno prima dell'inizio del Festival di Sanremo - un ascolto, riservato alla stampa, delle canzoni che saranno in gara nella manifestazione. Un gesto civile, dicevo, perché ha evitato umilianti pellegrinaggi di questuanti presso le sedi delle case discografiche per "strappare" un ascolto in anteprima.
Fra venerdì 20 e sabato 21 gennaio, dunque, abbiamo potuto leggere le opinioni "al primo ascolto" dei giornalisti che sono stati convocati nella sede RAI di Milano - c'era anche il nostro Gianni Sibilla, che ne ha riferito qui.
Ad eccezione della prima volta, e dopo quella prima volta, mi sono sempre astenuto dal prendere parte all'ascolto collettivo. Un po' per pigrizia; un po' perché preferisco ascoltare le canzoni del Festival quando le ascolta anche il pubblico, e nella versione con orchestra; un po', infine, perché non intendo contribuire al pre-giudizio della stampa specializzata.
Intendiamoci: è giusto, anzi giustissimo (lo sapete come la penso in proposito) che delle canzoni vengano comunicati anche gli autori ed eventualmente i produttori; ma la conseguenza che ne deriva è che, inevitabilmente - e lo dico solo per fare un esempio anche condivisibile - la canzone di Chiara riceve pareri molto condizionati dalla nozione che la produzione è stata curata da Mauro Pagani (il che genera un pregiudizio positivo).
Ma questo sarebbe il meno. L'aver ascoltato le canzoni, purtroppo, anticipa di qualche giorno la spiacevole irreggimentazione che altrimenti ci sarebbe stata inflitta solo dopo l'ascolto durante il Festival. E questa irreggimentazione è frutto di un pensiero omologato della stampa cosiddetta specializzata. Sicché la canzone di Fiorella Mannoia è già considerata pregevole e meritevole di vittoria, e magari lo sarà anche - io non l'ho ascoltata, per ora - ma ritengo che per la stampa lo fosse (e lo sarebbe comunque stata) a prescindere, anche prima dell'ascolto. Sicché la canzone di Ermal Meta - che, apprendo, tratta di violenza domestica - ottiene consensi unanimi in ragione del tema, che sicuramente è nobile e pensoso oltre che di moda, ma forse a parità di qualità musicale non sarebbe stata così elogiata nei commenti a caldo.
Fra chi ha ascoltato le canzoni sanremesi c'è anche Michele Monina: un collega che solitamente non si schiera dalla parte della maggioranza (e a volte, lo dico con simpatia, si schiera con una certa voluttà dalla parte di una minoranza della quale è l'unico esponente). Rubo una frase dal suo articolo di commento, per farvi capire come mi sarei sentito se avessi preso parte al rituale: è riferita alla canzone di Gigi D'Alessio.
"A vedere i sorrisini in sala stampa durante l’ascolto per i giornalisti viene da fare il tifo per lui".
Ecco, meglio di così non potrei spiegare il mio punto di vista.
La nostra "categoria" - quella che alcuni ormai chiamano "casta", appellativo/epiteto che sarebbe anche adeguato se non fosse che i privilegi di cui godiamo sono miserrimi e certamente non monetari (considerate un privilegio poter ascoltare prima della "gente comune" le canzoni di Sanremo? suvvia…) - la nostra categoria, dicevo, tende a fare gregge: cioè, tende ad accodarsi a "linee di pensiero" che troppo spesso sono dettate da un irritante conformismo ideologico. Quello per cui la canzone sedicente d'autore è apprezzabile a prescindere; quello per cui se Fiorella Mannoia va a Sanremo dovremmo tutti esserle grati perché nobilita con la sua sola presenza una manifestazione altrimenti spregevole; quello per cui se una canzone tratta di certi temi "sensibili" (e lo fa seguendo il pensiero dominante del benpensantismo) come il femminicidio, i migranti, il gender, tanto per citarne tre particolarmente à la page, allora è da elogiare a priori (se invece gli stessi temi li affronta, per dire, Povia a modo suo, condivisibile o no, viene sommerso di pernacchie e improperi).
La stampa musicale soffre moltissimo la propria evidente e vistosa perdita di influenza, di credibilità, di capacità di condizionare il mercato (un tempo una recensione favorevole "spostava" un numero consistente di copie di un disco, oggi non ha alcun riflesso sulle vendite - al massimo ne ha sulle relazioni fra l'artista e il suo ufficio stampa); e non si rassegna all'idea che non tocchi ai Grandi Giornalisti Geniali - GGG - il compito di scegliere i cantanti e le canzoni di Sanremo e decidere chi e quale dovrà vincere (compito del quale si ritengono meritevoli più di chiunque altro, chissà perché). Da quando, e non è da molto, non so più quale direttore artistico del Festival ha buttato là un contentino alla Sala Stampa - la possibilità di esprimere un voto che ha una minima influenza sull'andamento dei risultati della manifestazione - gli affollanti il solaio dell'Ariston si sono ringalluzziti, e orgogliosamente votano come un sol uomo a seconda del gruppo di pseudopotere al quale appartengono o al quale ambiscono di appartenere: i centurioni dei senatori della Repubblica, gli scugnizzi guidati da senescenti Masaniello, i seguaci degli Arlecchini multitasking servitori di più padroni.
A me sembrerebbe più sensato che i risultati del Festival venissero affidati esclusivamente alla votazione popolare, quale che ne sia il risultato. E che non ci fosse nessuna Giuria di Qualità composta da gente che spesso non ha competenze specifiche, ma in compenso è disponibilissima a farsi influenzare da rapporti amicali, promesse di lavoro e altre meschine prebende; e che non ci fosse nessuna Giuria della Sala Stampa che cerca di influire con un voto da "i signori sì che se ne intendono" sulle preferenze della gente, che poi sarà quella che ascolterà le canzoni.
La Sala Stampa ha già i suoi due premi da assegnare, quelli che nelle pagine di Wikipedia chiamano "Premio della Critica Mia Martini": e s'accontentasse di quelli, che poi spesso sono, per chi li vince, il vero traguardo al quale aspiravano (e quest'anno sarà un bel match fra Mannoia e Meta, con Clementino terzo incomodo a rappresentare la stampa "d' 'o Sud").
E i giornalisti la smettessero di strapparsi le vesti gridando la loro indignazione di facciata: conservino le energie per essere un po' più attenti e critici là dove dovrebbero esserlo, cioè a confronto con l'organizzazione durante la conferenza stampa quotidiana. Magari provando a fare domande che siano brevi e concise, e non siano precedute da una premessa autoriferita che dura più della domanda medesima (da tempo auspico l'introduzione di un timer in sala stampa…).
Perché Sanremo è Sanremo: se non ci piace così com'è non andiamoci e non scriviamone, tanto il successo del Festival non dipenderà da noi, ma da quanta gente lo guarderà in TV o su uno qualsiasi degli altri mezzi con i quali oggi si possono vedere o rivedere i programmi televisivi. Facciamocene una ragione. E se il Festival ci fa così schifo, non cerchiamo visibilità grazie al Festival: sarebbe più dignitoso, no?

(Franco Zanetti)

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