Chi ha incastrato Johnny Thunders?

Chi ha incastrato Johnny Thunders?

Sanremo si avvicina e, con tutto il rispetto per le persone, gli addetti ai lavori e gli artisti che saranno impegnati nella kermesse festivaliera, in molti di noi sale il bisogno - la necessità: lo dico - di un diversivo di segno radicalmente opposto. E chi, permettete la domanda, c'è di più antitetico allo scintillante evento dell'Ariston se non sua maestà dei bassifondi Johnny Thunders? L'ex New York Dolls e Heartbreakers, poi convertito alla carriera solista, manca ormai da 25 anni (ad aprile saranno 26), ma la sua morte resta uno di quei piccoli e dolorosissimi misteri rock di cui importa ai fan più fedeli e a nessun altro. E fa ancora più male pensare che, se non si è mai raggiunta una verità convincente su casi come quello di Brian Jones, che era una star planetaria, non c'è il minimo modo di farlo per Thunders.

Quella che segue è una ricostruzione delle ultime ore della sua vita.

Il 22 aprile 1991 Johnny Thunders parte dall’aeroporto di Colonia: destinazione New Orleans. Ha un paio di chitarre, le sue fedeli sacche di pelle e una valigia piena di abiti. Oltre a un bel rotolo di dollari in contanti in tasca, frutto dei concerti giapponesi e della rapida session in studio coi Die Toten Hosen. Dopo diverse ore di volo fa scalo a Chicago e telefona allarmato alla sorella Marian: dice che ha perso il biglietto aereo, in aeroporto. Lei gli fa immediatamente arrivare del denaro con un vaglia telegrafico, che non viene però riscosso. Non è chiaro come, ma Johnny arriva a New Orleans, The Big Easy; prende un taxi e si fa lasciare – tra le 21:30 e le 22:00 – davanti all’hotel St Peter House, tra Burgandy e St Peter Street.
Lesley Carter (il receptionist in servizio quella sera): “Era vestito di nero dalla testa ai piedi e sudava. Temevo che mi svenisse addosso. Non era scortese. Era pallidissimo, sembrava quasi una geisha”. Gli viene assegnata la stanza numero 37: una cameretta con un letto solo, il televisore appeso al muro e un bagno microscopico. Johnny appoggia i suoi bagagli, va fare un giro rapido per Bourbon street; poi rientra in albergo e telefona alla sorella.

Marian Bracken: “Abbiamo parlato per un quarto d’ora più o meno. Stava da dio, mi ha detto che gli piaceva tantissimo lì, era pieno di gente che cantava per strada. Diceva che aveva guadagnato bene in Giappone e scherzando mi ha detto che forse per l’anno venturo avrebbe dovuto pagare le tasse perché aveva avuto delle entrate. Non gli era mai capitato”.
Dall’istante in cui Johnny chiude la telefonata, inizia una concatenazione di eventi che nessuno ha mai definito con certezza e che, a 25 anni di distanza, resta avvolta nella nebbia.

Secondo Nina Antonia, la biografa ufficiale di Johnny, dopo aver parlato con la sorella e il cognato, Thunders fa amicizia con i due suoi vicini di stanza, due fratelli che si chiamano Marc e Mike Ricks. I tre si fanno un paio di canne, vanno a bere qualcosa in un bar, poi rientrano in hotel. A questo punto i fratelli tornano in stanza, dove cadono in un sonno profondo. Dopo un po’ di tempo vengono svegliati da una serie di colpi che provengono dalla stanza adiacente – li descrivono come “rumori di una rissa in cui nessuno parla”. Verso le otto del mattino l’addetta alla reception telefona alla stanza di Johnny, che risponde e viene redarguito per il baccano fatto durante la notte; stranamente lui chiede se può scendere al desk a parlare con la donna, ma non lo fa. Si perdono le sue tracce fino alle 15:30 circa, quando durante la pulizia quotidiana delle camere il suo corpo viene ritrovato. E’ rannicchiato ai piedi dell’armadio; la stanza è un caos totale.

Willy De Ville, che abita a pochi metri dall’albergo e sta suonando la chitarra seduto su un gradino con un paio di amici, assiste ignaro al trasporto della salma da parte degli uomini dell’ufficio del coroner: “Era in rigor mortis e il corpo era piegato a forma di U. Hai presente quando uno si butta a terra in posizione fetale, piegato in due? Mi sono detto ‘ Cavolo, quel tizio deve avere fatto una bruttissima morte’. Era piegato come un pretzel”.
Per i poliziotti intervenuti non c’è dubbio e chiudono sbrigativamente la pratica: si tratta dell’ennesimo Signor Nessuno tossicomane, che arriva a New Orleans e muore d’overdose. Non si preoccupano minimamente dello stato in cui è la stanza, completamente sottosopra. Raccolgono i pochi effetti personali che trovano e li fanno recapitare alla famiglia di Johnny; eppure mancano le due chitarre, alcuni vestiti che si era fatto fare su misura durante il suo viaggio in Thailandia e Giappone, il denaro contante, i flaconi di metadone che aveva con sé, il suo passaporto, i taccuini coi testi, le scarpe. In pratica i bagagli di Johnny tornano a casa vuoti.

Chrissy Bracken (nipote di Johnny): “Pensavano fosse il solito tossico senza nome. Non avevano capito l’interesse che avrebbe suscitato la notizia. Sembra ci fosse una siringa nel gabinetto, ma i poliziotti l’hanno gettata via senza farla analizzare. Dicono che dall’autopsia non risultava l’assunzione di alcool, ma hanno interrogato un barista che ha detto di aver bevuto con lui in serata. L’alcool rimane in circolo per un bel po’, tra l’altro”.
L’autopsia non è rivelatrice delle cause di morte e mostra la presenza di cocaina e metadone in quantità tali da non risultare letali. Dai test medici viene scoperto che Johnny soffriva di uno stato avanzato di leucemia, condizione che lo stava debilitando gravemente e di cui lui, con molta probabilità, non era al corrente. Resta il forte dubbio che l’esame post mortem sia stato condotto frettolosamente o – peggio – truccato.

Mike Hudson, ex cantante dei mitici Pagans, nonché giornalista investigativo e saggista, due settimane dopo la morte di Johnny è a New Orleans per scrivere un pezzo per "Hustler" e indaga per conto proprio sul caso: “Non c’erano ferite o lesioni sul corpo e niente altro che potesse indicare una causa di decesso diversa. E’ davvero strano, comunque, che dall’autopsia non sia risultata nemmeno l’LSD, perché tutte le persone con cui ho parlato mi hanno confermato che nel cocktail che gli hanno dato ce n’era”.

Dee Dee Ramone, nella sua autobiografia Poison Heart, scrive di aver ricevuto – il giorno dopo il decesso di Johnny – una telefonata da Stevie Klasson, il chitarrista ritmico di Thunders, che gli avrebbe raccontato ciò che aveva sentito: “Mi hanno detto che Johnny si era immischiato con dei bastardi… che gli hanno fregato tutto il metadone. Gli hanno dato dell’LSD e l’hanno fatto fuori. Lui aveva raccolto una grossa scorta di metadone in Inghilterra, gli serviva per viaggiare e per tenersi lontano dai quella gente di merda – gli spacciatori, gli imitatori di Thunders e tutti i perdenti di quella risma”.
Mike Hudson: “Thunders è uscito ed è tornato in camera insieme a un paio di tizi; a un certo punto se ne sono andati e dopo l’hanno trovato morto. New Orleans è un posto bastardo; più di una fonte mi riferì che i due che avevano accompagnato Johnny in camera erano informatori della polizia, quindi sarebbe plausibilissimo se tutta la faccenda fosse stata insabbiata dalle autorità. Comunque erano due che vivevano in strada”.

Il musicista di New Orleans “Sneaky” Pete Orr, che conosceva Thunders tramite il proprio fratello, conferma che al momento della morte Johnny era ancora dipendente dall’eroina, ma era arrivato a New Orleans rimettersi in sesto, assemblare una nuova band e sperimentare con sonorità più jazz e diversificate. Sempre secondo Orr, Johnny avrebbe incontrato due punkabbestia (“gutter punks”) al Kagan’s, un bar malfamato e ritrovo di tossici su Decatour street, li avrebbe invitati in albergo per sballarsi tutti assieme, ma invece quelli gli avrebbero fatto un “hot shot” (una dose di eroina mischiata con qualche altra sostanza tossica) con la precisa intenzione di ammazzarlo e derubarlo. Pare anche che i due sospetti siano stati visti pochi giorni dopo, nel Quartiere Francese, con addosso alcuni vestiti di Johnny.

Dopo più di due decenni anni non sembra esserci verso di far luce su quanto accaduto. Non giovano una forte ostilità della polizia locale e l’uragano Katrina, che ha spazzato via l’intero archivio in cui la documentazione era custodita.
Lo scenario più plausibile è che Johnny sia rimasto vittima di un paio di balordi che l’hanno sedato con un bel cocktail di sostanze e gli hanno portato via tutto. Molto probabilmente non si è trattato di omicidio volontario, ma qualcosa è andato storto: lui avrebbe dovuto risvegliarsi il giorno dopo, stonato e confuso, senza più un dollaro. Ma non è successo. A complicare la faccenda c’è la probabile connivenza dei due con la polizia locale, che evidentemente non ha ritenuto opportuno fare analisi approfondite e – forse – ha anche fatto in modo che i risultati dell’autopsia escludessero l’ipotesi di omicidio: tutto per proteggere due informatori magari preziosi.

[Andrea Valentini]

 

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