I Baustelle tornano al pop con ‘L’amore e la violenza’: “Cantiamo l’idiozia di questi anni” - INTERVISTA

I Baustelle tornano al pop con ‘L’amore e la violenza’: “Cantiamo l’idiozia di questi anni” - INTERVISTA

I Baustelle sono tornati per disegnare i contorni sfuggenti della contemporaneità, per farci ballare sull’idiozia di questi anni, per raccontarci “L’amore e la violenza”. Tenendosi equidistante dal melodramma e dal cinismo, la band getta uno sguardo empatico sul mondo, racconta l’aria che tira in un disco pop cantabile e immediato, che si offre a più livelli di lettura pieno com’è di citazioni e riferimenti al passato a partire dal titolo del primo singolo “Amanda Lear”. “L’amore e la violenza” è frutto di un lavoro di ricerca su timbri e melodie risalenti a un’epoca che va suppergiù da metà anni ’70 ai primi ’80. Il perché lo abbiamo chiesto a Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi.

“L’amore e la violenza” è un disco che parla della contemporaneità, ma lo fa utilizzando riferimenti musicali anni ’70-80. Anche nei testi c’è questa compenetrazione fra piani temporali.
È un disco che vive in un momento non-storico. Post moderno, se vuoi. Parla del presente sfruttando codici testuali e musicali differenti. Fa leva su accostamenti spiazzanti. Melodie immediate, su cui abbiamo molto lavorato, veicolano concetti che non ti aspetti. Come Viola Valentino che canta un trattatelo filosofico.

L’avevate detto, ai tempi del disco live, che il nuovo album sarebbe stata una reazione a “Fantasma”…
“Fantasma” è un disco ingombrante, lungo, molto caratterizzato, un ibrido fra cantautorato e orchestra sinfonica. Per reazione, è emersa l’anima pop dei Baustelle.

Ed è esilarante…
Forse abbiamo perso l’abitudine a un certo tipo di musica pop. Il pop è un codice malleabile, non è pigro, né banale. In Italia, invece, in questo periodo è legato soprattutto a un certo cliché proveniente dall’R&B americano: ballad armonicamente semplici e ripetitive, strofe basate su poche note e poi un’apertura nel ritornello rafforzata da arrangiamenti pomposi. Non c’è niente di male in questo, ma da ascoltatore mi annoio quando diventa l’unico modo possibile di fare musica.

Perciò avete scelto di rifarvi agli anni ’70-’80…
È l’ultimo periodo prima dell’avvento di certe forme di produzione in serie legate al digitale. In questo spirito, nel nostro album le tastiere sono tutte analogiche. Crediamo che quel suono abbia un suo valore e un suo senso ricontestualizzato nel presente. All’epoca il pop lo si faceva in modo artigianale, però gli arrangiamenti erano complessi, persino barocchi. Prendi le canzonette degli Abba: non ci sono sequenze armoniche scontate, ci sono modulazioni, alternanze sorprendenti fra minori e maggiori, non c’è pigrizia melodica. Ci piace immaginare che quello sia un pop possibile anche oggi.

Significa tornare ad essere più musicisti?
Ma no, si è musicisti anche oggi, però siamo facilitati e quindi impigriti dalla tecnologia che ci ha modificato il brainframe. Siamo portati a fare certe cose per il solo fatto di avere a disposizione loop e pattern.

L’album canta l’“idiozia di questi anni”, ma non getta uno sguardo cinico sulla contemporaneità.
Nelle note di copertina, Alcide Pierantozzi ci fa un gran complimento scrivendo che questo disco riesce a raccontare il contemporaneo. È una cosa difficile da fare oggigiorno perché la contemporaneità ha contorni sfuggenti. Sono anni irrazionali, difficili da leggere in modo univoco. Riuscire ad acchiapparli è un’impresa encomiabile.

A me pare il racconto di un vuoto riempito di umanità. Lo sguardo del narratore è pieno di compassione. È una parola che ti piace?
Sì, mi sento empatico con molte figure che racconto. Mal dosate, la compassione e l’empatia possono portare a forme retoriche esagerate, melodrammatiche. In questo disco invece nascono da un linguaggio fatto di cut-up e frammenti.

Dall’altra parte dello spettro c’è il cinismo.
Il cinismo è una chiave di lettura troppo facile. Può essere un modo per affrontare il peso dell’esistenza, ma va superato. Chi ha a che fare con i mestieri creativi non deve spiegare, ma cercare di fare la fotografia del tempo in cui siamo e il puro cinismo non è il modo migliore per farlo. Una delle cose migliori che abbiamo mai inciso sono i primi versi di “Il vangelo di Giovanni”, il pianoforte, il Mellotron e le parole “Giorni senza fine / Croci lungomare / Profughi siriani / Costretti a vomitare”. In un altro contesto musicale suonerebbero ciniche. L’uso di certe timbriche, invece, ti fa capire che il narratore è empatico. Parla per frammenti, ma ti parla da vicino.

Si respira un senso di caducità.
Vero. È l’idiozia di questi anni. Per via di quel che è cominciato a succedere dopo l’11 settembre e con maggiore enfasi dopo il Bataclan, è normale pensare alla caducità. Noi occidentali non eravamo più abituati a pensarla.

Nella musica di “Il vangelo di Giovanni” si percepisce chiaramente l’influenza di Battiato. L’attacco di “Basso e batteria” viene dalla sigla di “Sandokan”. “Musica sinfonica” è una specie di collage con dentro Viola Valentino, i Rondò Veneziano, “T’immagini” di Vasco Rossi, e potrei fare altri esempi. Anche i testi sono pieni di rimandi, come le tamerici di D’Annunzio che fanno rima con i cinquemila amici, immagino su Facebook, di “Betty”. Con quale spirito avete riempito il disco di citazioni?
Fare musica pop significa giocare. E gioco per me è sinonimo di gioco d’azzardo, è divertimento che deriva dal rischio. Posto che inventare totalmente all’interno della forma canzone è difficilissimo, si possono prendere materiali distanti fra di loro, manipolarli, accostarli in modo sorprendente. È una nuova forma d’invenzione, che vale nei testi, nelle melodie, negli arrangiamenti. In questo disco, ad esempio, non c’è il classico batterista. Il nostro percussionista Sebastiano De Gennaro si è autocampionato e quei suoni sono stati mischiati a microcampionamenti presi da dischi risalenti soprattutto alla seconda metà degli anni ’70 da cui sono stati isolati la cassa o il rullante.

L’avete fatto per evocare il suono di quell’epoca?
Lo abbiamo fatto per avere un suono distinto e diverso da quello attuale. In concerto, Sebastiano suonerà una batteria con dei trigger a cui corrispondono i suoni del disco. Le canzoni vecchie saranno riarrangiate.

Siete arrivati a inserire nell’album fade-in e fade-out, tipici dell’epoca a cui vi rifate…
Non si usa più il fade-out, vero? Il nostro fonico ci ha detto: ci sono troppi brani sfumati. E invece no, l’album non poteva che finire così, con un fade-out.

(Claudio Todesco)

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