Velvet: ''Dieci motivi' per essere liberi'

Velvet: ''Dieci motivi' per essere liberi'
Una strana storia (discograficamente parlando), quella dei Velvet: esplosi nelle chart con il singolo "Boyband", parodia (non compresa da tutti, nel bene o nel male) dei prodotti "preconfezionati" che affollano gli scaffali dei negozi di dischi, i quattro ragazzi romani, album dopo album, hanno sempre cercato di trovare la propria strada, tra istinti dichiaratamente pop e sfumature più raffinate. In questi giorni è uscito "Dieci motivi", la loro nuova fatica in studio, la prima pubblicata dalla loro etichetta, l'indie Except Music: un disco sicuramente più complesso dei precedenti, meno solare e più introspettivo, caratterizzato da sonorità scabre ed essenziali. "Abbiamo registrato questo disco come si faceva una volta", ci confessa Pierluigi, frontman della band: "In fase di pre-produzione avremmo voluto dare un'impronta maggiormente elettronica alle canzoni, ma poi ci siamo accorti che - così facendo - sarebbe venuta meno l'energia e la spontaneità che sappiamo esprimere durante le esibizioni dal vivo. Così abbiamo optato per delle registrazioni più essenziali, che lasciassero spazio soprattutto alle chitarre: il risultato, siamo felici di dirlo, ci piace moltissimo". "Dieci motivi", però, non restituisce l'immagine alla quale il gruppo ha abituato l'audience meno attenta. "Rispetto ai nostri lavori precedenti, questo album è decisamente più cupo. Questo perché, se sei un artista onesto, nel lavoro che fai vieni inevitabilmente influenzato da ciò che ti sta attorno. E non mi riferisco soltanto alle nostre esperienze personali. Non voglio che questo passi per un disco politico, ma sarebbe ridicolo ammettere che gli sviluppi della situazione mondiale recente non abbiano lasciato un segno dentro ognuno di noi. In 'Miss America' (canzone che venne scartata al Festival di Sanremo di due anni fa), ad esempio, parliamo dell'influenza che gli Stati Uniti hanno sul mondo, mentre in 'Il mondo è fuori' riflettiamo su come la nostra realtà, troppo spesso, sia isolata da altre ben più gravi. L'abbiamo scritta in studio, quando tutte le mattine ci alzavamo e al telegiornale vedevamo le immagini provenienti dall'Iraq. Ci guardavamo e pensavamo: 'Cosa stiamo facendo?'". Dopo anni passati alla EMI, il gruppo romano ha preferito lavorare in completa autonomia, fondando un'etichetta presso la quale "accasarsi". Non un ripiego, però, ma una vera e propria scelta. "Una volta terminate le registrazioni", racconta Pier, "diverse etichette si sono fatte avanti per pubblicare 'Dieci motivi'. Dopo aver riflettuto, abbiamo capito che ad un gruppo come il nostro una soluzione tradizionale non serviva più: abbiamo preferito fare tutto da noi, seppur con budget più limitati e con maggiori rischi. Dal punto di vista organizzativo, lavorare da indipendenti è estremamente più facile: nessuno, in fase di registrazione, ci ha chiesto di abbassare le chitarre o di 'spingere' su un singolo. Anzi, la Universal (alla quale è stata affidata la distribuzione del disco) ci ha supportato pienamente, spronandoci ad esprimere in 'Dieci motivi' tutto ciò che volevamo, senza riserve". In questo nuovo scenario i Velvet, che non hanno mai nascosto il loro background indie, si trovano estremamente a loro agio: Pier, però, non rinuncia a qualche considerazione sulla situazione odierna degli artisti "non allineati": "Credo che in Italia ci siano tantissimi gruppi, con più o meno pubblico, che propongano musica di estrema qualità. Penso, oltre a musicisti ormai affermati come Marlene Kuntz, Afterhours e Verdena, anche a Yuppie Flu e Giardini di Mirò: due band validissime, che hanno saputo raccogliere consensi presso pubblico e critica, ma ancora snobbate da certi media, che preferiscono 'giocare sul sicuro' dando spazio a produzioni non indipendenti. Su 'Musica' di Repubblica, il direttore di RTL ammette candidamente di lasciare agli inserzionisti il compito di pilotare i palinsesti. Penso che sia agghiacciante, in un certo senso. D'accordo, il pubblico è spesso pigro e poco curioso, ma chi si vanta di promuovere 'musica di qualità' dovrebbe avere meno condizionamenti nel fare il proprio lavoro".
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