Caro Elton ti scrivo: ‘Sir Dwight Reginald, ma Lei e YouTube non eravate nemici…?’

Caro Elton ti scrivo: ‘Sir Dwight Reginald, ma Lei e YouTube non eravate nemici…?’

Egregio Sir Elton,

quando penso a Lei in genere mi vengono in mente Lady D, Quadrophenia, Dolce & Gabbana, la cattiveria deliziosa sul mio idolo Keith Richards (“una scimmia con l’artrite”), “Whatever gets you through the night”, “Yellow Brick Road” e un concerto ogni sera a Las Vegas. Un mucchio di roba. Ma quando ho letto la notizia dell’iniziativa “Elton John: The Cut” lanciata in partnership con YouTube, ammetto che mi è venuto in mente ben altro. Sir Elton, sono sincero: le parole mielose da Lei spese nei confronti della piattaforma di video streaming mi confondono.

Ammetto la stanchezza pre-natalizia, eppure resto con la sensazione di avere scorto la sua firma (insieme a quelle di un altro migliaio di suoi colleghi) in una missiva della scorsa estate indirizzata al presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker. Non era una lettera originale, somigliava molto ad una inviata poco prima al Congresso americano (eravate quattro gatti in quel caso, sempre che non mi sbagli sulla sua firma: meno di duecento). In entrambe le petizioni la richiesta di abolizione del safe harbor era supportata da un giudizio mica troppo lusinghiero sui suoi nuovi partner – cito non alla lettera: li accusavate di causare il “value gap” e di affamare la comunità degli artisti e degli autori musicali.

Ora, così come è presentata l’iniziativa “The Cut” a me piace molto. Non serve reinventare la ruota per generare interesse e coinvolgimento in quest’industria, e chiedere a decine di migliaia di creatori video di lavorare su “Rocket man” etc. ha anche il pregio di rinverdire i fasti del suo catalogo. Buona cosa per Lei e anche per Universal Music. Quando c’è il contenuto, c’è quasi tutto: poi basta aggiungere la distribuzione (e Lei con YouTube, ammettiamolo: casca in piedi!).

Resto confuso, però. Mentre IFPI continua a bastonare Google e YouTube, Lei sembrerebbe dissociarsi. O forse è l’artista che è in Lei a dissociarsi dal businessman che è in Lei? Nel caso, il primo parrebbe non avere dubbi sulla potenza promozionale di una piattaforma della quale oggi si fa fatica a fare a meno, mentre il secondo non resisterebbe alla tentazione di continuare a chiederle di pagare le stesse royalties di Spotify, che però è a pagamento e ad abbonamento (le mele con le pere: moltissime mele e poche pere in termini di utenza).

Mah. Se lo chiede a me Le dico che l’artista la sa lunga e che il businessman, invece, non la sa raccontare. E Le dico pure che se lei cambia cappello come un tempo cambiava occhiali, allora non c’è gara.

Le auguro buone feste e, con l’occasione, la avverto che ho sentito dire di un creator che sta lavorando a un video intitolato “L’Uomo Rucola”. Voleva chiamarlo “L’Uomo Razzo”, ma poi il businessman che è in lui ha sconsigliato l’artista che è in lui in tal senso. Immagino che per Lei faccia lo stesso, ma magari sentitevi così non va fuori tema in “The Cut”.

Con immutata stima, e sempre: viva Las Vegas!

(gdc)

Dall'archivio di Rockol - Il "Farewell Yellow Brick Road Tour" all'Arena di Verona
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