Depeche Mode e l’Italia, una storia lunga quasi trent’anni: da Milano nel ’90 ai live show 2017 (2 / 6)

Depeche Mode e l’Italia, una storia lunga quasi trent’anni: da Milano nel ’90 ai live show 2017

Dave Gahan spiega: “Nel 1981 tutti utilizzavano l’elettronica e i synth per fare musica tetra e scura. Ma all’improvviso eccoci, una band pop di mocciosi che usavano quella roba per far ballare i ragazzi, invece di farli stare immobili, in piedi, fasciati nei loro cappotti neri e intenti a meditare il suicidio”. Ed è così che i Depeche arrivano al contratto discografico con la leggendaria Mute – la label di Daniel Miller (altro nume tutelare dell’elettronica) – con cui dopo un paio di singoli ben accolti, la band fa uscire l’album di debutto “Speak & Spell”. È l’ottobre del 1981 e il disco diviene subito un vero e proprio caso.

 

Presto i Depeche Mode si trovano ad affrontare l’abbandono di Clarke: il suo disagio deriva dalla scarsa tolleranza per i ritmi frenetici del tour, della promozione e degli impegni da onorare. Avrebbe poi spiegato: “Non c’era mai tempo per fare nulla bene. Non era possibile con tutte quelle interviste e session fotografiche che si accavallavano”. È così che si forma, per sottrazione, il vero nucleo – quello inscindibile – dei Depeche: Gahan, Gore, Fletcher. A loro presto si unisce Alan Wilder, che sarebbe rimasto in organico fino al 1995.

Clarke, invece, ben lungi dall’abbandonare la musica e la ribalta, sarebbe divenuto protagonista di un’altra storia: prima quella degli Yazoo (con Alison Moyet) e poi quella degli Erasure, con Andy Bell.

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