Depeche Mode e l’Italia, una storia lunga quasi trent’anni: da Milano nel ’90 ai live show 2017 (1 / 6)

Depeche Mode e l’Italia, una storia lunga quasi trent’anni: da Milano nel ’90 ai live show 2017

Basildon, Essex del sud, Inghilterra: Londra dista una cinquantina di chilometri e, nel 1980, è più che mai un faro per i giovani che si aggirano per le strade di quella “new town” – un agglomerato di un centinaio di migliaia di anime, nato dal nulla nel 1948, frutto del piano governativo per raccogliere l’eccesso di popolazione che si era riversato nei sobborghi disastrati della Capitale, al termine della Seconda Guerra mondiale.

Fin dal 1977, grazie ai fremiti della rivoluzione punk, anche a Basildon si muove una piccola scena musicale, di cui fanno parte i No Romance In China, i Plan e poi i Norman and the Worms, i French Look e i Composition of Sound. In queste formazioni fanno esperienza e gavetta Dave Gahan, Martin Gore, Andy Fletcher e Vince Clarke – quattro giovani che si trovano, quasi per caso, a suonare insieme e decidono (proprio nel 1980) di chiamarsi Depeche Mode. Il nome del gruppo deriva dal titolo di una rivista di moda francese – “Dépêche Mode”, che significa all’incirca “Notizie di moda” (e non “Moda veloce”, contrariamente a quanto da decenni si legge: è un classico caso di errore di traduzione propagato per forza d’inerzia).

 

Dopo il primo concerto – che si tiene in una scuola, nel maggio del 1980 – la band incide un demo tape. Con il nastro in mano, Gahan e i suoi si recano di persona a incontrare quanti più discografici possibile, rifiutandosi di inviare l’oggetto per posta: in questo modo hanno la certezza di essere almeno ascoltati. Il genere che propongono è lo specchio dei tempi: sintetizzatori economici, esuberanza punk, l’amore per Bowie ben in evidenza e molta sensibilità pop. Il tutto suonato da una vera gang di personaggi bizzarri – “weirdos”, come dicono gli anglofoni.

Gahan racconta: "Vince ed io andavamo a brutto muso negli uffici delle case discografiche e pretendevamo che lo ascoltassero. La maggior parte di quelle persone, ovviamente, ci mandavano dritti a quel paese. Oppure dicevano: ‘Lasciatelo qui, poi lo sentiamo’. E noi: ‘No, non se ne parla, abbiamo solo questa copia’. Quindi ci alzavamo e ce ne andavamo da qualche altra parte”.
Un approccio molto diretto, ma a fare davvero la differenza è il sound.

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