Cantanti, uscite fuori dalla fabbrica di plastica: tirate fuori le palle e ribellatevi, come Gianluca Grignani

Cantanti, uscite fuori dalla fabbrica di plastica: tirate fuori le palle e ribellatevi, come Gianluca Grignani

I discografici lo volevano patinato, "ben confezionato", un "prodotto ben plastificato". Bello e impossibile, facilmente svendibile ad un pubblico composto prevalentemente da ragazzine: un teen idol che potesse mandare in tilt gli ormoni delle quindicenni. E il cantautore milanese, per un po', accettò di stare a quel gioco lì: la partecipazione al Festival di Sanremo 1995 con "Destinazione paradiso" lo portò all'attenzione del grande pubblico e dei media. L'omonimo album, prodotto artisticamente da Massimo Luca, vendette oltre 700.000 copie in Italia e un milione nel resto del mondo (in America Latina fu un successone). Seguirono apparizioni praticamente ovunque, copertine di riviste e giornali, partecipazioni ai programmi televisivi più seguiti: come un vero idolo, appunto. Poi, però, il macchinario si inceppò: Grignani si rintanò in un lunghissimo silenzio, sparì dalla circolazione. Alcuni pensarono che fosse "morto di overdose", altri scrissero che era "uscito di testa". Niente di vero, tutte cazzate: semplicemente, il ragazzo - appena 23enne - era fuggito da tutto quel marasma. Si era rintanato in un piccolo studio di registrazione di Garlasco, in provincia di Pavia, facendo qualche visita anche agli Abbey Road Studios di Londra. Ed è proprio tra Garlasco e Londra che Grignani registrò il suo secondo disco, che arrivò nei negozi nel 1996. Un album emblematico già a partire dal titolo: "La fabbrica di plastica".



Ancor più emblematici sono i versi della prima canzone estratta dal disco, la title track, che è anche quella che apriva la tracklist: "Ho provato ad essere come tu mi vuoi, tanto che sai in fondo cambierei / ma son fatto troppo a modo mio, prova ad essere tu quel che non sei". E ancora: "Io vengo dalla fabbrica di plastica, dove mi hanno ben confezionato / ma non sono esattamente uscito un prodotto ben plastificato". Dissonanze di chitarre elettriche, riverberi, voce filtrata. Il nuovo disco di Gianluca Grignani suonava tutto così: "Io volevo solamente rifare 'The bends' dei Radiohead", disse lui presentandolo alla stampa. Nel videoclip di "La fabbrica di plastica" Grignani sembrava quasi il Joker di Jack Nicholson nel "Batman" di Tim Burton: un ghigno malefico e inquietante stampato sul volto, sguardo incazzato e sconvolto. Ancora oggi, a guardarlo mette quasi paura. Ma cosa era successo esattamente? Che fine aveva fatto il belloccio idolo delle ragazzine di "Destinazione paradiso"?



Affiancato sempre da Massimo Luca e con la collaborazione di Greg Walsh, già tecnico del suono di Battisti per dischi cult come "Una donna per amico" e "Una giornata uggiosa" nonché produttore di "E già", "Don Giovanni" e "La sposa occidentale", con "La fabbrica di plastica" Grignani sfornò un disco lontano anni luce dal pop-rock di "Destinazione paradiso", più spigoloso, crudo, difficile da comprendere. E - questa è la cosa principale - non facilmente svendibile al pubblico che il cantautore aveva conquistato con il suo disco precedente. Un disco dall'attitudine punk, insomma, anarchico e indisciplinato:
 

"Il fatto che un ragazzino di 23 anni facesse uscire un disco così dopo aver venduto tre milioni di copie era una cosa folle. Creò scompiglio totale. La casa discografica [ai tempi la PolyGram, nda] voleva un Grignani patinato e io scalpitavo, non ci stavo dentro quel vestito. Loro cercavano di darmi un'immagine, io lottavo come un matto, non potevo diventare un altro per compiacere la casa discografica. Alla fine il contrasto divenne marketing", dirà poi Grignani a distanza di vent'anni dall'uscita del disco, "mio padre mi disse di essere andato a una cena e di avere sentito l'allora presidente di PolyGram dire: 'Forte quel Grignani, è un ragazzino che fa tutto da solo e mi fa guadagnare un sacco di soldi senza spendere una lira'".


Con "La fabbrica di plastica", Gianluca Grignani fece tutto di testa sua, assumendosi anche il rischio di sbagliare. Quel disco fu il suo vaffanculo - enorme quanto un grattacielo - allo star system, alla discografia, all'idea del belloccio e del teen idol. Le ragazzine non lo capirono più, non ritrovarono più in Grignani il tipo bello e impossibile che gli mandava in tilt gli ormoni e le faceva bagnare. "La fabbrica di plastica ha una valvola di sfogo nel costato: è da lì che son passato", cantava lui.

"La fabbrica di plastica", inutile dirlo, fu un flop di vendite, un fiasco totale: non riuscì a spingersi oltre le 150.000 copie (numeroni, oggi, ma pochissimi per l'epoca), praticamente meno di un decimo rispetto alle copie vendute da "Destinazione paradiso". Ma cosa importa? Quel disco rimane uno dei più belli e importanti della storia della musica italiana.

Oggi vediamo troppi cantanti perfetti, "scolastici", omologati, che sfornano dischi pensati per vendere copie su copie e per scalare le classifiche, ma che spesso non raccontano storie, non hanno messaggi da trasmettere: sono vuoti, pezzi di plastica. Ecco, in un mondo tutto di plastica e tutto così patinato ci vorrebbe qualcuno con il coraggio di tirare fuori le palle e i denti, come il Gianluca Grignani di "La fabbrica di plastica": con quel disco, lui, a 24 anni riuscì ad essere - anche se solo per un attimo - la più grande rockstar italiana (dopo Vasco, ovviamente).

di Mattia Marzi

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