NEWS   |   Italia / 01/12/2016

Tiziano Ferro volta pagina con 'Il mestiere della vita': 'Un disco bipolare'. E c'è già un altro album nel cassetto - INTERVISTA

Tiziano Ferro volta pagina con 'Il mestiere della vita': 'Un disco bipolare'. E c'è già un altro album nel cassetto - INTERVISTA

Che qualcosa stesse cambiando in Tiziano Ferro lo si era intuito già nel precedente album, "L'amore è una cosa semplice": quel disco aveva rappresentato una sorta di "disgelo", di apertura, dopo il periodo più cupo di "Nessuno è solo" e "Alla mia età". Il cantautore di Latina sembrava aver fatto pace con i suoi demoni, aver risolto delle questioni: una liberazione. Ora arriva "Il mestiere della vita", che a livello di umore e di attitudine sembra riprendere il discorso proprio lì dove Tiziano lo aveva interrotto con "L'amore è una cosa semplice": il nuovo album, che esce a due anni di distanza dalla raccolta "TZN - The best of Tiziano Ferro", è la prima pagina di quello che Ferro stesso ha descritto come il secondo capitolo della sua vita e della sua discografia. "Il mestiere della vita" è stato registrato tra Los Angeles e Milano con la produzione di Michele Canova, suo braccio destro da ormai quindici anni. Tiziano parla di un viaggio solitario, da eremita, che lo ha portato a riscoprire il proprio DNA musicale: beat, soul, elettronica, black e r&b. Parla di ripartenza e di ricongiunzione con i suoi esordi, con il mondo di "Rosso relativo" (2001) e "111" (2003): "È uscita fuori la parte più adolescente e primordiale di me", racconta. Ma tornare all'elettronica degli esordi non poteva rappresentare un rischio, dopo un paio di dischi molto suonati come "Alla mia età" e "L'amore è una cosa semplice"? Ne abbiamo parlato con lui: ecco, di seguito, la nostra chiacchierata.

La copertina del disco rappresenta una ricostruzione ispirata liberamente a Los Angeles, dove ti sei stabilito per lavorare alle nuove canzoni: quanto ha influito la città sulla scrittura del disco?
Cambiare scenario mi ha messo di fronte a qualcosa di completamente diverso: mi sono ricongiunto ad alcune parti di me stesso. "Il mestiere della vita" è un album che ho scritto senza volerlo, condizionato molto da questo posto: quando ho iniziato a scrivere il disco, non me ne sono neanche accorto. Los Angeles è un posto che ti porta molto spesso in alto, ma può farti sentire solo in maniera abbastanza estrema: devi essere in equilibrio con te stesso, altrimenti ti distrugge. Non sono venuto a Los Angeles con lo stesso atteggiamento di quando sono andato a vivere in Inghilterra o in Messico: questo è un esperimento iniziato in maniera molto meno drastica. Per tre anni ho fatto avanti e indietro: a giugno, poi, ho preso casa, per starci con più tranquillità. Sto facendo una doppia vita: è una follia, perché vivo al contrario. Ma non parlo di trasferimenti, mi angoscia solo la parola.

E a livello di suoni, invece?
Ci sono dei posti in cui la musica è integrata nel DNA del paese. Talmente tanto integrata che poi torni a casa e hai già delle idee senza che tu te ne sia reso conto. Los Angeles è così: senti tanta musica diversa: in radio, nei negozi, nei locali. È musica che da noi arriva anche con un certo ritardo. E quando arriva l'ascolti di corsa, sul computer, tra una cosa e l'altra: non diventa veramente la colonna sonora della tua giornata. Qui, invece, diventa quello che ti accompagna da quando ti svegli a quando vai a dormire: ti sposta la visione del suono, l'attenzione, e inevitabilmente ti condiziona. Mi ricordo una cosa simile solamente quando ho vissuto in Inghilterra per molto tempo.


"Il mestiere della vita" è un album meno suonato rispetto ai tuoi ultimi lavori: una sorta di ritorno alle origini?
Negli ultimi anni mi sono avvicinato alla registrazione in diretta, ho lavorato con molti musicisti. Questo disco, invece, l'ho fatto un po' da eremita, ricongiungendomi al mondo di 'Rosso relativo' e '111'. Non è accaduto volontariamente. La verità è che questo viaggio è stato molto solitario e quando sei solo è molto più facile tornare a quello che hai nel tuo DNA musicale. È stato mio padre a suggerirmi che aveva dentro qualcosa che sapeva di un re-inizio, di una ripartenza. Secondo me ha dentro l'innocenza di chi si è divertito a fare un qualcosa senza sapere che sarebbe poi diventato un disco. Molto spesso, è nato per cazzeggio: non sentivo la pressione, perché non ce l'avevo. E così, giocando, è uscita fuori la parte più adolescente e primordiale.

Non pensi possa essere un rischio, in questa fase della tua carriera, giocare con questi suoni? È vero che hai iniziato così, ma negli ultimi anni hai cambiato decisamente rotta.
"È da tanto che chi mi ascolta non ascolta un disco così. Però chi li ha ascoltati, quei dischi, li aveva anche molto amati. Questo è un disco completamente bipolare, pieno di estremi opposti".

Come primo singolo, però, hai scelto "Potremmo ritornare". Che non è una canzone elettronica, anzi: è una ballata pura. Perché questa scelta?
"'Potremmo ritornare' è una delle poche ballate del disco: le altre sono 'Il mestiere della vita' e il duetto con Carmen Consoli in 'Il conforto'. Ma quella con Carmen è una ballata atipica, molto elettronica, poco cantata e molto parlata. A me piace sempre tornare con un singolo che sia un po' di rottura. Ero indeciso tra un paio di titoli, 'Valore assoluto' (che potrebbe essere un singolo, in futuro, perché mi piace tantissimo) e ''Solo' è solo una parola'. Volevo qualcosa che rappresentasse davvero questo disco, che è beat, r&b, black, molto californiano. Poi, però, mi sono reso conto che erano quasi cinque anni che io non pubblicavo una ballata: l'ultima era stata 'L'amore è una cosa semplice', era il 2012. E alla fine sono giunto alla conclusione che sarebbe stata una rottura pubblicare come primo singolo proprio una ballata. Le persone mi legano molto a quel tipo di canzoni, sono quelle che si aspettano da me: in realtà, l'unica volta che ho pubblicato una ballata come primo singolo è stata con 'Alla mia età', che tra l'altro non era nemmeno una canzone d'amore, ma un pezzo esistenzialista, che parlava di un bilancio. Ho scelto 'Potremmo ritornare', che per assurdo non ha quasi niente a che vedere con il resto del disco. È una canzone che molti, secondo me, hanno interpretato male: non parla di un ritorno con un ex, ma di rapporti di valore.

Hai parlato di "Il mestiere della vita" come del disco che apre il secondo capitolo della tua carriera: "Fine primo capitolo", canti nell'introduzione, "Epic". In cosa, esattamente, questo album rappresenta un nuovo inizio?
La prima parte della mia vita - e quindi della mia discografia - è finita a 30 anni ed è come se avesse avuto come elemento comune il bisogno di indagare, di stare dietro le barricate, sulla difensiva. Stare lì e osservare, capire, interiorizzare. Da una parte ho risolto delle questioni, dall'altra ho cominciato a prendermi un po' meno sul serio, a vedere le cose con uno spirito un po' più leggero. Soprattutto perché nel momento stesso in cui cominci ad accettare delle parti di te che potenzialmente potevano essere le più deboli, poi va a finire anche che le ami. Se la mia vita discografica fosse un film a sequela, 'L'amore è una cosa semplice' potremmo definirlo come il disco che ha gettato le basi: non parlo di basi di linguaggio e nemmeno di basi musicali. Parlo di umore e di attitudine verso la vita. Ecco, credo che questo disco sia l'apoteosi di questo atteggiamento.

Il Tiziano Ferro cupo, malinconico e solitario che fine ha fatto?
"C'è sempre quel pezzettino di pessimismo cosmico che risiede in me e che fondamentalmente, ogni tanto, mi tira indietro e mi dice: 'Però quando ti isoli ti vengono fuori le cose migliori, tu sei un solitario'. È una voce che cerca di riportarmi indietro, un tormento. All'inizio pensavo che fosse la mia natura: con il tempo ho imparato ad isolare quella voce, ho capito che è una parte malevola che io non devo seguire.

E pensi davvero che tu riesca a tirare fuori le cose migliori, quando ti isoli?
Quella condizione di auto-isolamento avrà anche portato alla scrittura di un disco come 'Nessuno è solo', che è uno dei miei preferiti, però è stato quello che è stato. E non lo rimpiango. Ho un po' di nostalgia, certo, ma oggi come oggi io non cambierei per nulla il mio modo di essere e di vedere la vita. Adesso mi sento molto più in possesso della mia vita.

In "'Solo' è solo una parola" canti: "È stato tanto tanto amore, entri l'odio, ora è il suo turno". Un filo di rabbia?
Tendo sempre a scrivere quello che mi viene in mente, non ho bisogno di filtrare: lo spazio che ho in un disco lo vivo sempre come un privilegio. Ho delle pagine bianche e non posso farci solo dei disegni carini: se mi viene da tirare una macchia nera, lo devo fare. Perché poi quel momento non tornerà più: il disco si chiude e tu rimani con il pentimento. Perciò, se ho qualcosa da dire, devo dirla. Ma non è una rabbia cattiva: c'è del sarcasmo, voglia di provocare, passare alla pagina successiva. Non è un piangersi addosso e non è nemmeno violenza fine a sé stessa: è una rabbia di transizione, l'importante è che sia veemenza di passaggio, che porti poi alla fase successiva.

Nei tuoi precedenti dischi hai collaborato con altri autori solamente in casi eccezionali. La maggior parte delle canzoni di "Il mestiere della vita", invece, le hai scritte proprio insieme ad altri autori: Emanuele Dabbono, Baby K, Raige, Davide Simonetta, Michael Tenisci. Cosa ti ha spinto ad aprirti a queste collaborazioni?
La verità è che quando stai bene e non hai più bisogno di barricarti dietro tante protezioni, inizi anche ad aprirti agli altri. Una delle conseguenze è stata la voglia di scherzare con altri autori. Emanuele Dabbono, ad esempio: lo conosco dal 1998, facemmo l'Accademia di Sanremo, ci conoscemmo lì. Lui arrivò in semifinale e io arrivai in finale, entrambi fummo presi in consegna da Alberto Salerno e Mara Maionchi (infatti anche lui fece alcuni singoli con loro). Quasi tutti questi autori sono esordienti, ragazzi che mi hanno mandato delle demo, delle idee, che mi hanno anche chiesto dei consigli. Sono ragazzi che non pensavano che io avrei ascoltato le loro demo. La cosa bella di questi autori è l'entusiasmo, quell'entusiasmo privo di aspettative: fare musica perché non ti ferma nessuno, fare una cosa bella perché ti riempie il cuore. Ci sono altri autori che non sono entrati in questo disco, magari faremo qualcosa in futuro.

Ci sono anche alcuni autori internazionali: come li hai conosciuti?
Qui a Los Angeles è molto facile: fare musica è un mestiere che fanno in tanti, quindi nessuno si stupisce se fai musica e nessuno si sente migliore. Ti può succedere di essere in un bar a lavorare al computer ad un testo o a una base e la persona accanto a te ti chiede: 'Ma anche tu usi questo programma per scrivere musica?'. E scopri che era l'autore dell'ultima canzone di Alicia Keys. Così cominciate a parlare e vi scambiate il numero di telefono.

Il prossimo passo, a livello di sonorità, quale potrebbe essere?
Ho preso il fatto di avere una raccolta in lavorazione e il tour come un'enorme pausa da tutto. La raccolta mi ha permesso di mettere uno stop, ma dopo 'L'amore è una cosa semplice' io ho continuato a scrivere. Ad un certo punto mi sono ritrovato tante canzoni: avrei potuto tagliarle in due, raggrupparle. Mi sono detto: 'Le prime che prendono volume e forma decente, diventano il prossimo disco. Del tipo: il primo che arriva, vince'. E così è stato: le prime si sono trasformate in 'Il mestiere della vita'. Ma ci sono anche le altre, che stanno prendendo volume. Il prossimo disco sarà un capitolo a sé stante, molto diverso da questo. Quando arriverà il momento di parlarne, si noterà che aveva senso isolare quelle canzoni, perché hanno tutte qualcosa in comune. Ho deciso che avrei pubblicato 'Il mestiere della vita' quando, ascoltando le demo, ho capito che avevo detto tutto. Per quanto riguarda quel disco, non ho ancora detto quello che volevo dire: sento che il discorso non è completo"

La prossima estate tornerai ad esibirti di nuovo negli stadi: come sarà questo nuovo tour?
Sarà una figata, come il precedente, emozionante e divertente. Non mi sono mai divertito così tanto in vita mia. Ho le idee molto chiare sul live: per me, i concerti devono essere sempre una festa. Si sperimenta nei dischi, poi il live deve essere una cosa molto precisa.

Hai già un'idea di come strutturerai la scaletta?
In scaletta ci saranno i pezzi del disco nuovo, ma non mancherà niente del passato: trovo una goduria eccessivamente estrema e un privilegio troppo grande vedere che quando canti una canzone famosa, tutti la cantano con te. Mi piacerebbe portare anche degli ospiti. Non sarà il tour della raccolta, in cui ho cantato tutti i singoli e solo i singoli, ma sarà una bella storia divertente. Per me lo spettacolo è al servizio delle persone, non al servizio del mio ego.

A proposito del tour: sei stato uno degli artisti che per primi hanno reagito al servizio di "Le Iene" sul secondary ticketing. Cosa ne pensi della vicenda?
La notizia mi è crollata in testa come vittima totale di questa cosa. L'importante è che se ne sia parlato in questi termini, quelli che ci vedono tutti schiacciati da una notizia del genere. C'è stato un attimo in cui ho pensato: 'E adesso che facciamo?'. La gente non avrà fiducia più in niente, e lo capisco. Non potevo far saltare il tour, così ho deciso di prendere la mia strada. Poi, chi avrà sbagliato pagherà: io non lo voglio neanche sapere. L'unica cosa che ho tenuto a chiarire, tra me e l'azienda, è che non ci fossero state vendite legate a me. Io avevo bisogno di farmelo specificare e mi è stato messo per iscritto nero su bianco con tanto di eventuali penali nel caso dovesse emergere il contrario. Questa è una storiaccia che per me finisce così. Adesso penso al bello.

(Mattia Marzi)

Scheda artista Tour&Concerti
Testi