Ryley Walker (e Josienne Clarke e Ben Walker) in concerto a Milano: la recensione

Ryley Walker (e Josienne Clarke e Ben Walker) in concerto a Milano: la recensione

Ryley Walker è uno spasso. Ha l’aria del fattone prelevato da una sit com anni ’90 e buttato sul palco del Santeria Social Club, a Milano. Elogia la birra Moretti e si dipinge come un redneck dell’Illinois, il tipo più uncool del pianeta. Spara una battuta dietro l’altra. Presenta i suoi musicisti per nome e quando tocca a lui si definisce “un alcolizzato che ha problemi con le relazioni di lungo periodo”. Quando attacca a suonare, però, la faccenda si fa maledettamente seria: le canzoni crescono lentamente fino a trasformarsi in jam incalzanti, intense, freak.

Le due ore circa di concerto di Walker sono state il culmine di una serata dal carattere decisamente vintage. Prima del rocker sono saliti sul palco Josienne Clarke e Ben Walker, lei cantante dal timbro limpido, lui chitarrista acustico col gusto della rifinitura sciccosa. Sono inglesi e hanno appena pubblicato “Overnight”, un album bello, triste e scandalosamente rétro: lo ascolti e ti appare il santino di Sandy Denny. Avviene anche sul palco, in una sequenza di canzoni aggraziate e malinconiche. Clarke ci scherza e spiega che in repertorio non hanno canzoni ritmate e che il loro CD è perfetto per crogiolarsi nella tristezza, accompagnandosi con un bicchiere di vino. Sono bravissimi, incantano con “Something familiar” e “The tangled tree”, rifanno “Dark turn of mind” di Gillian Welch. “Parla di me, scherza Josienne, “chissà come fa a conoscermi”. La frase chiave dice: “Alcune ragazze sono chiare come il mattino, altre hanno un’inclinazione per l’oscurità”. Che bellezza, però.

La musica cambia radicalmente quando salgono sul palco Walker e la sua band. Originario di Chicago, si è fatto conoscere nel circuito locale della musica live coinvolgendo musicisti rock, folk jazz, e fino a venire chiamato dai concittadini Wilco al loro festival SolidSound. Ha pubblicato tre album al ritmo di uno all’anno, iniziando a farsi notare anche fuori dall’America soprattutto con il penultimo “Primrose green”.

Con la sua musica si è proiettati immediatamente alla fine degli anni ’60, inizio ’70, tra frasi chitarriste superfreak ed echi di psichedelia. I passaggi acustici dei dischi - l’ultimo, “Golden sings that have been sung”, è uscito in estate - assumono colori più marcati, la psichedelia ha il sopravvento sul folk. Non è un caso che nell’edizione espansa dell’ultimo disco ci sia una versione da 40 minuti di “Sullen mind”. Questa sera non si arriva a queste vette di dilatazione, ma Walker suona frasi ripetitive, quasi dei droni da cui si staccano gli abbellimenti della seconda chitarra e i timbri liquidi e vintage delle tastiere. La leggerezza e la dinamicità jazz-rock della sezione ritmica che comprende il contrabbasso e non il basso elettrico è l’arma segreta della band. D’accordo, Walker non ha un timbro vocale distintivo e come compositore non è un fenomeno, e per capire questa musica ti ci devi calare dentro, farti conquistare dal potere dell’iterazione e delle piccole variazioni, ma quando lui e il gruppo “partono” sembrano un incrocio felice fra Tim Buckley e i Grateful Dead.

Verso la fine del concerto arriva anche la cover “Fair play” di Van Morrison, che Walker evoca nella dizione delle parole piegata alla musica trasformando quel “There’s only one meadow’s way to go and you say Geronimo” in un mantra misterioso. Un piccolo, grande concerto.

(Claudio Todesco/Gianni Sibilla)

 

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