NEWS   |   Pop/Rock / 30/11/2016

Di quando Phil Collins rovinò la reunion dei Led Zeppelin

Di quando Phil Collins rovinò la reunion dei Led Zeppelin

Il 25 settembre 1980 moriva all’età di 32 anni il batterista dei Led Zeppelin John Bonham. Essendo una vera rockstar fece una morte all’altezza del suo buon nome: soffocato dal vomito dopo una notte di bagordi a base di tutto. I compagni di gruppo non pensarono minimamente a rimpiazzare quello che viene considerato da molti il migliore batterista rock di sempre e poco più di un mese più tardi, il 4 dicembre, un comunicato della band annuncia il proprio scioglimento. Gli altri Zeppelin, Robert Plant, Jimmy Page e John Paul Jones, intrapresero strade differenti e non si ritrovarono a suonare insieme sullo stesso palco fino al 13 luglio 1985, quando, allo stadio John Fitzgerald Kennedy di Philadelphia si tenne il concerto americano del Live Aid. Per sostituire Bonham ci vollero ben due batteristi: Tony Thompson e Phil Collins.



Il Live Aid è stato uno dei più grandi show musicali della storia. Un concerto lungo un giorno diviso su due palchi. Quello dello stadio di Wembley a Londra e, come ricordato prima, quello di Philadelphia. Uno in Europa e l’altro negli Stati Uniti. L’evento venne organizzato dal frontman dei Boomtown Rats Bob Geldof per raccogliere fondi a favore delle popolazioni colpite dalla carestia in Etiopia e faceva seguito al singolo “Do they know it’s Christmas?” del supergruppo formato da artisti britannici Band Aid che uscì in prossimità del Natale 1984. Nel marzo 1985 gli artisti statunitensi, raggruppati sotto la denominazione Usa for Africa, seguirono l’esempio dei Band Aid e incisero “We are the world”. La partecipazione al Live Aid fu massiccia ed ebbe un successo clamoroso. Il meglio dei musicisti di maggior fama del tempo vi aderì. La copertura televisiva fu globale. Phil Collins si rese protagonista di una performance unica nel suo genere: dopo essersi esibito a Londra, sfruttando il fuso orario a favore, prese un Concorde e volò fino a Philadelphia per suonare anche negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti si rese protagonista della seconda straordinaria performance della sua incredibile giornata: partecipò alla prima reunion dei Led Zeppelin.



Ma cosa ci azzecca Phil Collins con i Led Zeppelin? Apparentemente nulla. Ma è un buon amico di Robert Plant… La voce che Bob Geldof aveva questa idea di organizzare un gigantesco show diviso in due continenti girava da qualche tempo nei camerini del rock, ma pareva essere più leggenda che realtà. Troppo complicata da mettere in piedi. Troppe teste da mettere d’accordo. Ma quello che dopo il Live Aid venne soprannominato, non a sproposito, ‘Saint Bob’ ce la fece. Questa è la versione del Live Aid raccontata da Phil Collins nella sua autobiografia “No, non sono ancora morto”: “’C’è Bono, ci sei anche tu o no?’. O meglio, dato che parliamo di Bob Geldof: ‘Cazzo, c’è Bono, ci sei anche tu o no, cazzo?’”. Collins è al Mandalay Four Seasons di Dallas nel pieno delle prove del tour di “No jacket required”, il suo terzo album solista. Lì incontra Plant e con lui chiacchiera di questo fantomatico ‘Live Aid’ che non aveva ancora una forma precisa. L’ex cantante dei Led Zeppelin propone: “Tu, io e Jimmy potremmo fare qualcosa insieme”. L’invito non cadrà nel vuoto e il 13 luglio 1985 dopo avere intrattenuto lo stadio di Wembley Phil Collins vola a Philadelphia per raccogliere l’invito di Robert Plant e unirsi ai Led Zeppelin. Però l’aria che si respira nel backstage non è delle migliori.



Lasciamo ora la parola a Phil, chi meglio di lui. “Mi avvio verso la roulotte dei Led Zeppelin. Niente teste di capra appese sopra la porta, ma prima ancora di arrivare vedo le nubi oscure che si addensano. Il fatto è questo. Robert da solo: un tipo adorabile. Robert e qualsiasi cosa abbia a che fare con gli Zeppelin: è come se si producesse una strana e malevola reazione chimica. E’ tutto cupo, persino diabolico. Jimmy è palesemente – diciamo così – nervoso e irritabile. Solo in seguito, guardando le riprese, mi accorgo che sul palco sbava e fatica a reggersi in piedi. Forse fa parte del ‘personaggio’. Mi presentano John Paul Jones, che è muto come un pesce. Poi è la volta di Tony Thompson. Mi accorgo che mi tratta con estrema freddezza. Gli parlo dei rischi dei due batteristi sul palco: sono anni che lo faccio con i Genesis, so perfettamente quanto è facile che vada tutto a rotoli. Lo sguardo di Tony, però, mi dice che non sa che farsene delle ‘dritte’ di un opportunista appena atterrato da oltreoceano con il Concorde. Finalmente ci arrivo: I ragazzi hanno lavorato sodo per preparare il Live Aid, è almeno una settimana che Tony prova con loro. E’ un’esibizione importante per tutti salvo il sottoscritto che, forse ingenuamente, non ne ha colto il significato”.



Così continua il racconto dell’incontro di Phil Collins con i Led Zeppelin. “A quel punto Jimmy mi guarda. ‘Allora sei pronto?’ grugnisce. ‘Certo. Come no. L’unico punto su cui ho ancora qualche dubbio è il flamenco prima dell’assolo in “Stairway to Heaven”.’ ‘E come fa?’ ‘Così, credo…’ ‘No!’ ghigna Mr. Page. E’ come se mi avessero bocciato a un esame. Secondo me Jimmy si sta domandando: ‘Abbiamo davvero bisogno di questo tipo sul palco? Mi sembra di essere uno che si è imbucato alla festa. ‘Gliel’hai spiegato?’ mi chiedo guardando Robert. ‘Hai spiegato agli altri cosa ci faccio qui? Sono qui perchè mi hai invitato tu, cazzo, mi hai detto: ‘Tu, io e Jimmy potremmo fare qualcosa insieme’. Ecco cosa ci faccio qui! Non sono qui per suonare con i Led Zeppelin, sono qui per suonare con un amico che si è ritrasformato nel cantante dei Led Zeppelin, una creatura completamente diversa da quella che mi ha invitato. Sono intrappolato nella velenosa rete dei rapporti interni al gruppo, una rete che ancora oggi li attanaglia”.



Ma è tempo di salire sul palco. “Ci siamo: la fatidica reunion. Sin dall’inizio mi rendo conto che le cose non vanno per il verso giusto. Dalla mia posizione sento poco Robert, ma quanto basta per accorgermi che non è al suo meglio. Altrettanto vale per Jimmy. Non ricordo nemmeno di avere suonato “Rock and roll”, ma so di averlo fatto. Se avessi saputo prima dell’altro batterista, mi sarei chiamato fuori ben prima di arrivare a Philadelphia. Sul palco, tengo gli occhi incollati su Tony Thompson. Mi tocca andargli dietro perché picchia come un dannato e ha deciso di ignorare i miei consigli. Non intendo giudicarlo, che Dio l’abbia in grazia. Thompson era un batterista fantastico. Dopo un’eternità, o almeno così mi pare, il set finisce. Penso ‘Mio Dio è stato allucinante. Prima la chiudiamo, meglio è’. Ma nel backstage mi aspetta un altro momento di terrore. Il vj di MTV Alan Hunter è qui per intervistare i Led Zeppelin. Hunter inizia a porre domande semplici, ma nessuno lo prende sul serio. Robert e Jimmy danno risposte vaghe e impertinenti, John Paul Jones è sempre muto come un pesce. Mi dispiace per Hunter. E’ in diretta mondiale e il pubblico lo guarda con il fiato sospeso, ma i ragazzi gli stanno facendo fare la figura dell’idiota. E così, pur non avendo alcun titolo, cerco di salvare il salvabile rispondendo io. E’ probabile che Hunter stia ricevendo istruzioni frenetiche dalla troupe – ‘Non vogliamo parlare con Collins!’ -, però io penso: ‘Ma che cazzo, perché Robert e Jimmy si comportano così? Sono solo domande. Come se la debacle sul palco non fosse già stata abbastanza atroce. Nel tentativo di metterci una pezza, i Led Zeppelin negano il permesso di inserire la loro performance nel dvd ufficiale del Live Aid. E’ ovvio, si vergognano. Il problema, come vengo a scoprire, è che danno la colpa a me: i sacri Led Zep sono infallibili, il responsabile è quel tipo arrivato con il Concorde senza nemmeno aver provato. Quello sbruffone.”

(Paolo Panzeri)


 

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