NEWS   |   Italia / 29/11/2016

Incontro con Andrea De Carlo, argomenti: il suo ultimo libro... e la musica

Incontro con Andrea De Carlo, argomenti: il suo ultimo libro... e la musica

Metti un giorno d’autunno a pranzo in un ristorante sui Navigli di Milano. Nel piatto un risotto giallo fumante, dall’altra parte del tavolo Andrea De Carlo, scrittore e appassionato di musica, oltre che musicista, e l’incontro dovrebbe essere un’intervista sul suo ultimo libro, “L’imperfetta meraviglia”, col pretesto che uno dei due protagonisti è una rockstar in lieve disarmo. E del libro si parla, certo, ma da lì la conversazione continua a prendere strade parallele seguendo spunti che nascono casualmente. E dato che il mio interlocutore è un uomo curioso, è anche lui che fa delle domande a me. Per esempio, su cosa vuol dire oggi fare il giornalista che si occupa di musica.


“Ho una frequentazione con il giornalismo rock principalmente da lettore” dice. “Quando avevo 17 o 18 anni passavo le ore a leggermi le interviste su giornali come ‘Rolling Stone’ o ‘Melody Maker’. Adesso mi capita più raramente”.
“Per forza” rispondo io. “Ormai a che serve scrivere di musica? A chi serve leggere di musica? Un tempo serviva ad informarsi sui dischi che erano usciti, sui personaggi famosi o emergenti. C’era la disponibilità a spendere soldi e tempo per un giornale di musica, perché poteva essere utile per decidere come ‘investire’ denaro nell’acquisto di un disco...”
“Certo, oggi la musica si ascolta senza dover spendere soldi per comprare un disco, e quella funzione del giornalismo musicale non è più valida” riflette lo scrittore. “Un tempo l’acquisto di un disco, specialmente per un ragazzo, era un piccolo investimento, e lo si faceva con prudenza. Adesso si assaggia qua e là, si ascolta una canzone o l’altra... e poi è cambiato il modo in cui si fruisce della musica; non solo lo strumento, non solo il supporto, ma l’attenzione con la quale la si ascolta”.

(Segue un flusso di nostalgia per le copertine del dischi in vinile, che vi risparmio per non fare, e non far fare a De Carlo, la figura del passatista).

https://cdnrockol-rockolcomsrl.netdna-ssl.com/sH5ffX1mCS1Q2dp4_sxsyTAWEaI=/700x0/smart/http%3A%2F%2Fwww.rockol.it%2Fimg%2Ffoto%2Fupload%2Fl-imperfetta-meraviglia-cover.jpg


 

Nel tuo libro c’è una pagina in cui racconti di una canzone, “Refound”, scritta da Nick Cruickshank, il leader dei Bebonkers, e scrivi che lui aveva il terrore di sentirsi dire che c’era già una canzone con la stessa identica melodia. Il che...
“...il che fa pensare a ‘Yesterday’, certo, e al fatto che McCartney prima di registrarla l’aveva fatta ascoltare in giro perché era quasi sicuro che non fosse una canzone originale, una sua creazione. L’ho letto in un’intervista a McCartney, è una bella storia e l’ho ripresa. Ero convinto che se ne sarebbero accorti in molti, invece non è successo”.
Nick è un musicista rock abbastanza sui generis. C’è un dialogo con la coprotagonista in cui fa sfoggio di cultura e lessico; abbastanza inusuale, per una rockstar.
“Sì, è uno un po’ particolare. Del resto, ho degli amici che hanno sentito parlare Dylan e mi dicono che non abbia tutta questa ricchezza lessicale. Diversamente da Leonard Cohen...”
Quindi il Nobel doveva andare a Cohen?
“Mah, quando ho letto ‘Tarantula’, il libro di Dylan, ricordo di non essene rimasto molto impressionato. Forse ho apprezzato di più i libri e le poesie di Cohen, ma nemmeno così tanto. Ho incontrato Cohen quando venne in Italia, invitato dal suo editore, in occasione della pubblicazione da noi di ‘Belli e perdenti’. E non ero stato molto colpito da quel libro, che però lessi nella traduzione italiana”.

 

(Altra svolta di conversazione: si parla dei figli di Dylan e di Cohen, dei figli di John Lennon e di Paul McCartney, di Tim e Jeff Buckley, e della condanna di essere figli d’arte).

 

Il tuo Nick ha figli?
“Sì, e non è contento di come gli sono riusciti. Comunque non fanno i musicisti”.
Il tuo protagonista a quali rockstar assomiglia? Quando l’hai costruito, da chi hai preso dei pezzi?
“C’è un po’ di Keith Richards, c’è qualcosa di Sting... direi questi due, principalmente, ma ci sono frammenti anche di altri”.
Nel tuo libro ricorre il tema delle difficoltà dei rapporti all’interno di una band rock; è esplicato e descritto compiutamente nel capitolo più movimentato, più slapstick del tuo romanzo, verso la fine. Tu, da musicista, l’hai sperimentata?
“Ho suonato solo brevemente con una band, ma ne ho conosciuti, e anche da vicino, di gruppi rock. Quelli che sono insieme da tanti anni mi raccontano un po’ dei fatti loro, e mi confessano che a volte è peggio di un matrimonio... Del resto i Rolling Stones sono un po’ così, no? Oggi le cose sono probabilmente un po’ diverse rispetto agli anni Sessanta, una band agli inizi non fa più la vita da commilitoni in guerra che si faceva allora: i viaggi in furgone, le stanze d’albergo con quattro lettini... C’è nel libro anche il tema di come la fama e il successo cambiano il tuo rapporto con i soldi, con il denaro, e c’è anche quello del ruolo spesso dirompente delle mogli e delle compagne”.
Il mondo della musica era già stato l’ambientazione di un tuo romanzo del 2002, “I veri nomi”. Ce ne sono altri?
“No, direi che anche se la musica è sempre abbastanza presente nella mia scrittura questi due, ‘I veri nomi’ e ‘L’imperfetta meraviglia’, sono quelli in cui l’argomento è più presente proprio nella trama. Scrivere di musica, invece, per un giornale o per una rivista, non l’ho mai fatto. Non me l’hanno mai proposto... Mi piacerebbe anche fare una trasmissione in radio, anche se per come sono le radio adesso mi pare improbabile che possa succedere. Sarebbe bello poter realizzare una trasmissione come quella che condusse Bob Dylan anni fa, ‘Theme Time Radio Hour’, in cui faceva ascoltare le canzoni che piacevano a lui”.
E non hai mai scritto testi di canzoni?
“No, mai. Una volta ho incontrato Gianna Nannini a cena, voleva parlarmi del suo progetto di un’opera rock... ma poi non se n’è fatto più niente. E comunque scrivere testi per canzoni è ben diverso dallo scrivere romanzi o poesie, è un lavoro difficile e non so se ne sarei capace”.
Quindi, se ti chiedo quali sono i testi di canzoni italiane contemporanee che hai apprezzato, cosa mi rispondi?
“Non saprei cosa risponderti, adesso ascolto quasi esclusivamente musica internazionale. E non chiedermi nemmeno cosa penso dei cantanti che scrivono libri... non si parla dei colleghi!”
Oggi tu come ascolti la musica?
“La ascolto quasi tutta in digitale, via iPod. Certo, non è la stessa cosa che ascoltarla dal vinile, ma i miei amati vinili sono tutti a Urbino, nella casa di campagna”.

 

(Segue una lunga digressione su come sia diverso ascoltare la musica dai vinili, dai CD e dall’iPod, arricchita dalla descrizione dei radiogrammofoni e delle fonovaligie con cui lui e io ascoltavamo i dischi da ragazzi. Vi risparmio anche questa, che ci ha portati fino al caffè e ai saluti).

 

D’altra parte, mettere insieme due pressoché coetanei nati negli anni Cinquanta che amano scrivere e ascoltare musica non poteva dare risultati diversi: non ne è uscita un’intervista, ma una chiacchierata. Molto piacevole, spesso divertente, che magari mi ha fatto perdere di vista lo scopo prioritario dell’incontro. Che era, lo ricordo per chi sta leggendo, se è arrivato fin qui, parlare di “L’imperfetta meraviglia”: un romanzo che ho letto d’un fiato, una sera, e che sono contento di aver letto anche perché mi ha portato nel ristorante sui Navigli di Milano dove ho conversato quasi amichevolmente con il suo autore, dimenticandomi un po’ di fare il giornalista intervistatore – ma forse è stato meglio così.

 

Franco Zanetti

 

Scheda artista Tour&Concerti
Testi