Lumineers al Fabrique di Milano: il report del concerto

Lumineers al Fabrique di Milano: il report del concerto

Milano, 25 novembre, Fabrique. Il locale è talmente pieno che a malapena si riesce a vedere il palco. Tra l’oscillare delle braccia del pubblico e i calorosissimi cori sul pezzo di apertura “Sleep on the floor” – opening track dell’attesissimo secondo album “Cleopatra” – si intravedono i Lumineers, schierati sul palco insieme ai musicisti che li accompagnano in tour. A colpo d’occhio si può intuire la loro personalità e la cifra stilistica che hanno sposato nel tempo, la stessa che continua a portare risultati soddisfacenti: il loro atteggiamento è cortese ed estroverso mentre si muovono sulla scena, ma non nascondono una vena di riservatezza d’animo che li rende quasi personaggi di altri tempi. "Ho una richiesta per voi", afferma Wesley Schultz, sotto il suo cappello marrone dall’aria un po’ vintage, "Potete fare un video di questo brano ma poi potete cortesemente spegnere il telefono e godervi lo spettacolo?". A questo punto il pubblico ha giusto il tempo di aprire la fotocamera prima che parta la hit “Ho Hey”, inaspettatamente a inizio scaletta. Che dire, i Lumineers sono semplici e diretti, esattamente come la loro musica. A fianco di Schultz si trovano i fedeli compagni di trio, il batterista e polistrumentista Jeremiah Fraites, con le immancabili bretelle e la cassa a piede, e la violoncellista Neyla Pekarek, compostissima e semplice nella sua camicia leggera, che, archetto alla mano, offre ai pezzi il sostegno grave e originale del suo strumento.

Dal vivo il gruppo diffonde una bella energia, e propone i propri successi presenti e passati con scelte musicali essenziali e di gusto: fisarmonica e tamburello per “Flowers in your hair”, l’intro di “Charlie boy” con gli strumenti appena pizzicati (chitarra, cello e mandolino) e, non da meno, un momento di letterale unplugged, intimo omaggio ai tempi passati, in cui i Lumineers cantano e suonano “Darlene” tutti schierati sul palco, con tanto di solo di glockenspiel per Jeremiah. Il concerto scorre piacevolmente anche grazie alla continua variazione di strumenti da parte di tutti i musicisti sulla scena, che alternano la loro matrice folk, raccontando le storie dietro ai brani che propongono, a pezzi più spiccatamente country o bluegrass. Colpisce la cover di Bob Dylan “Subterranean homesick Blues” e il crescendo di “Big parade” che inizia quasi come una ballata e termina con l’intero pubblico che salta. I Lumineers concludono il loro live con un lungo bis di tre pezzi, salutando i presenti sulle note della celebre “Stubborn love”, cantata in coro da tutti.

A fine concerto resta solo una riflessione: lo stile dei Lumineers è rimasto coerente rispetto ai dettami da loro stabiliti quando hanno raggiunto il successo mondiale con “Ho Hey”, ma il trio indie folk ha dimostrato di saper coinvolgere dal vivo, rinnovando la loro formazione pezzo dopo pezzo, senza scadere nel ripetitivo. Per gli scettici c’è sempre la data all’Estragon Club di Bologna.

(Vittoria Polacci)

Scaletta:
Sleep on the floor
Ophelia
Flowers in your hair
Ho Hey
Cleopatra
Classy girls
Dead sea
Charlie boy
Darlene
Subterranean homesick Blues (cover Bob Dylan)
Slow it down
Submarines
Gun song
Angela
Big parade
In the light
My eyes

BIS:
Long way from home
Scotland
Stubborn love

 

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