"Normalità e trasgressione, sono intercambiabili": il post-industriale di Marcello Ambrosini

"Normalità e trasgressione, sono intercambiabili": il post-industriale di Marcello Ambrosini

C’è una scena musicale degli anni Ottanta/Novanta, che giornalisticamente viene etichettata come “post-industriale”, che è tanto pletorica e ricca, quanto sfuggente. Se poi ci addentriamo nei meandri della sua declinazione italiana, la faccenda si fa esponenzialmente più intrigante, ma anche ardua. Il risultato è un corpus liquido, difficilmente definibile e catalogabile, di esperienze musicali/artistiche, che si sono sviluppate in un ambiente sotterraneo, un network di appassionati che raramente faceva capolino per le vie trafficate del mainstream, e neppure era troppo interessato a farlo: l’humus, l’ambiente e la culla in cui sguazzavano era quella della delle cassette autoprodotte, dei concerti nei locali sperduti e inadatti, delle fanzine fotocopiate per pochi intimi, della mail art, degli esperimenti in video e delle performance-installazioni di fronte a un pubblico che si aspettava altro e voleva solo bersi una birra…
Qualcuno potrebbe immediatamente pronunciare la parola “sfigati”, ma non sarebbe propriamente corretto. Come in tutte le scene di nicchia, la “sfiga” era una componente importante, quasi imprescindibile, ma oltre a quella c’erano una varietà di pensiero e una volontà di provare a trascendere l’esperienza musicale/artistica comune che rendono il tutto un oggetto di raro fascino.
Un bel tentativo di fotografare questa scena italiana anni Ottanta è stato fatto da Marcello Ambrosini, con un volume intitolato “Post-Industriale”, che può essere considerato – almeno allo stato attuale delle cose – l’unico sulla piazza a trattare il fenomeno, ma anche uno strumento imprescindibile per addentrarsi nei meandri di quella scena.
L’idea di scambiare quattro chiacchiere con Ambrosini è stata quasi automatica, perché l’idea di una persona che si imbarca in un simile lavoro è affascinante quanto l’oggetto stesso della sua indagine. Ecco, quindi, il libro raccontato dall’autore…

LEGGI QUI LA RECENSIONE DI ROCKOL DI "POST-INDUSTRIALE"

Curiosità non particolarmente originale: quanto hai impiegato a contattare tutti e a raccogliere le testimonianze dirette delle persone coinvolte?
Per scrivere il libro ho impiegato più di due anni. La prima intervista l’ho proposta agli inizi del 2014 ad Andrea Azzali dei T.A.C., perché all’epoca lavoravamo assieme, quindi è stato facile. Ho poi contattato i Tasaday, andando a Monza di persona. In quell’occasione c’erano anche i Brain Discipline. Dopo la terza intervista, quella con i F:A.R. a Savona, mi sono reso conto che continuando così i tempi si sarebbero dilatati a dismisura, perché quando ero disponibile io non lo era il musicista di turno e viceversa. Ho quindi optato per conversazioni telefoniche oppure via mail, (molto più semplici da gestire). Ad ogni modo quando si è presentata l’occasione ho fatto altre interviste in presenza dei musicisti, come per i Pankow, i K.D.N.R. e altri che ora non mi sovvengono. Ci tengo a precisare, però, che questo libro non è una raccolta di interviste e che le dichiarazioni dei protagonisti servono unicamente ad arricchire quanto da me scritto.

Hai tagliato qualcosa dalla prima stesura, per arrivare alla versione stampata del libro (mi viene in mente che forse il materiale a disposizione poteva essere più copioso, vista la natura della scena trattata…)?
Il libro ha subito notevoli cambiamenti. Ho tagliato e aggiunto più volte cose ad ogni singola scheda. Poi, per mia fortuna, i tipi di Goodfellas hanno urlato: STAMPAAA!!! E  il libro è uscito. Il materiale inedito ora è nel mio cassetto, ma le cose interessanti le ho messe tutte. Bisognava lavorare anche sulla sintesi. Il libro non raccoglie semplici schede biografiche, ma ragionamenti critici sull’operato dei vari gruppi, quindi le cose di contorno sono state sfoltite per arrivare al concetto.

Hai incontrato qualche musicista/artista/personaggio che non ha – per motivi propri – voluto partecipare al progetto oppure in qualche maniera non ha più piacere di parlare di quella sua fase o di quei momenti?
Esistono sempre i guastafeste, purtroppo. Ad ogni modo io sono un Signore e non faccio nomi, nemmeno sotto tortura. Comunque sì, c’è stato un musicista come tu l’hai disegnato nella tua domanda. Uno dei protagonisti della scena mi ha chiesto di essere escluso da questo libro. Però ‘sto volume nasce con l’intento di essere il libro più completo sul movimento post-industriale italiano, quindi, per forza di cose, l’ho incluso. Ora, ogni polemica risulterebbe superflua.

Raccontami da dove nasce la tua passione per questo tipo di sonorità; sei nato nel 1972 quindi molto probabilmente hai vissuto almeno le pendici della seconda metà anni Ottanta di questa scena…
Ascolto di tutto. Da ragazzino, negli Ottanta, per apprendere l’ABC sono andato indietro negli anni, diciamo sino al 1962. Contemporaneamente compravo Beatles, Mudhoney, Fabrizio de André e Throbbing Gristle. In quel periodo a Parma (la mia città) c’erano i T.A.C., quindi è stato semplice entrare in contatto con le sonorità post-industriali. Ho alzato la cornetta del telefono, ho composto il numero e ho chiamato Celestino Pes, all’epoca grafico del gruppo e successivamente membro di Kino Glaz e Andromeda Complex. Da lui ho comprato non solo tutti i dischi dei T.A.C., ma anche tutti quelli prodotti dalla loro etichetta: l’AzTeCo Records. Poi qualche anno più tardi Luca Bazzoli mi ha passato il catalogo dell’ADN, e lì, in quelle pagine, c’era tutto quello che serviva per approfondire l’argomento post-industriale.

Mi ha colpito il fatto che molte storie dei musicisti coinvolti sono assolutamente “normali”, di provincia, situazioni da cui ci si aspetterebbe al massimo una stereotipata ribellione punk rock o heavy metal… come spieghi l’insorgenza del fenomeno post-industriale in certi scenari tanto inconsueti?
La trasgressione è la glorificazione del limite, diceva Foucault. Si sa che gli opposti sono uguali, quindi alla trasgressione, come abitualmente la si intende nel mondo della musica, cioè salire su un palco e incominciare a toccarsi, tagliarsi e denudarsi, si può contrapporre la normalità. I musicisti post-industriali italiani sono stati attenti osservatori del proprio tempo. Con le loro musiche non hanno offerto agli ascoltatori slogan usa e getta nei quali riconoscersi, ma, piuttosto, domande. E le domande, per forza di cose, si sostituiscono al piacere subitaneo del sentirsi dire quello che si desidera da chi si ha davanti. Il messaggio di molti gruppi post-industriali è su un piano differente da quello dell’universo punk, rock, metal, e con questo non voglio dire che sia ad un livello superiore, sia chiaro, ma semplicemente differente. Normalità e trasgressione, per me, sono intercambiabili. Tutto varia al variare del punto di vista scelto di volta in volta dall’osservatore. Ad ogni modo anche tra i gruppi italiani ci sono stati alcuni veri e propri provocatori: mi vengono in mente le performance live dei K.D.N.R., i concerti dei Tasaday e alcuni eventi particolari creati dai T.A.C., come ad esempio quando durante un live tenuto alla vigilia di natale si accanirono senza pietà su alcune carcasse di vacche.

Hai in programma un volume che tratti la scena anni Novanta?
No, assolutamente no. Nel primo libro che mi hanno pubblicato ho parlato di malapolitica, nel secondo di musica, nel terzo vedremo. Forse scrivo un libro di ricette con mia suocera.

[a.v.]

 

Dall'archivio di Rockol - Artisti che odiano i loro successi: 11 casi da manuale
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.