NEWS   |   Pop/Rock / 17/11/2016

Lo scherzo lungo trent'anni di George Harrison a Phil Collins

Lo scherzo lungo trent'anni di George Harrison a Phil Collins

Il 27 novembre 1970 viene pubblicato il triplo album “All things must pass” di George Harrison. E’ il primo disco del chitarrista inglese dopo lo scioglimento dei Beatles. Viene inciso negli Abbey Road Studios di Londra sotto la supervisione del ‘mitico’ Phil Spector e raggiunge il primo posto nella classifica di vendita sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna. Alla realizzazione dell’album partecipa una lunga lista di artisti di primissimo piano: Eric Clapton, Ginger Baker, Klaus Voorman, Ringo Starr, Gary Brooker, Billy Preston, Peter Frampton, Bobby Keys, solo per citare i più noti. Tra i meno noti ci sarebbe anche, a suonare le congas, un diciannovenne Phil Collins non ancora entrato a far parte dei Genesis. O almeno questo è quel che racconta lui, perché Harrison, scomparso all’età di 58 anni il 30 novembre 2001, ha sempre dichiarato di non ricordarlo. Questa divertente storia viene raccontata dallo stesso Phil Collins nella sua autobiografia “No, non sono ancora morto” pubblicata circa un mese fa. Vale la pena di essere raccontata.

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Era il maggio 1970, Phil Collins esce dalla vasca da bagno e si accinge a trascorrere un ‘indimenticabile’ pomeriggio a guardare in televisione ‘Top of the Pops’ in compagnia di pane tostato e fagioli. Il telefono squilla e l’amico Alan Blaikley, amico dell’autista di Ringo Starr Martin, lo invita e dirotta a una seduta di registrazione agli studi di Abbey Road. A Phil poco interessa per chi dovrà suonare, il solo entrare negli studi di registrazione dei Beatles, suoi idoli incontrastati, è motivo di gioia. E anche il doversi cimentare in qualità di percussionista e non di batterista quale è rientra nella poco significativa categoria dei dettagli. La canzone su cui deve prestare la propria opera è “Art of dying”. Phil, vuoi per inesperienza, vuoi perché alle prese con uno strumento non proprio suo, non è impeccabile, ma ce la mette tutta. Dice Phil : “Siccome non sono un percussionista, e forse anche per via dell’ansia, probabilmente esagero. Pesto davvero duro. Dopo un’ora ho le mani in uno stato pietoso: in carne viva, piene di vesciche”. Lascia gli studi e torna a casa. Qualche settimana più tardi nella casella della posta si trova un assegno da quindici sterline della EMI per i servizi resi al signor George Harrison per la realizzazione dell’album “All things must pass”.



Ora a Phil non resta che attendere l’uscita dell’album per poi bullarsi con il mondo intero. Il disco finalmente raggiunge i negozi il 27 novembre 1970. E’ un album triplo. Mentre se lo gira tra le mani Phil pensa “Qui dentro…ci sono io…nel disco di un beatle”. Lo apre, scorre i crediti, ci sono tutti i nomi dei musicisti che aveva visto ad Abbey Road, tranne uno…il suo. La delusione è grande, anzi grandissima. Ancora più grande quando scopre, ascoltando il disco, che delle congas in “Art of dying” non c’è alcuna traccia. Nella autobiografia Phil Collins dice che la cosa l’ha tormentato per diverso tempo. Non voleva rassegnarsi al fatto che la canzone fosse stata prodotta in altro modo, in un modo che non prevedeva le congas.



Gli anni passano e Phil Collins diventa Phil Collins. Nel 1982 in una sessione di lavoro con Gary Brooker dei Procol Harum (anche lui presente durante le sessions di “All things must pass”) incontra George Harrison e gli si presenta dicendo: “Ciao, George, in realtà ci siamo già conosciuti…” e gli racconta degli Abbey Road Studios dodici anni prima. George risponde: “Davvero, Phil? Non me lo ricordo per niente”. Il tempo scorre ma Phil ha sempre un tarlo in testa…non è che per caso mi hanno scartato da “All things must pass” perché non ero abbastanza bravo? Passa ancora qualche anno e si arriva al 1999, Phil è alla festa di compleanno dell’amico e leggenda dell’automobilismo Jackie Stewart. C’è anche George Harrison. Phil non perde l’occasione per tornare nuovamente sull’argomento, ma il chitarrista, dispiacendosi, dice che veramente non ricorda nulla di quanto accaduto a Abbey Road nel 1970. L’anno seguente Phil incontra un giornalista musicale, questo il dialogo riportato in “No, non sono ancora morto”. “Phil, tu hai suonato in “All things must pass”, vero?”. Dentro di me grido: “Sì! certo che ci ho suonato!”. Ma cerco di darmi un tono davanti a quello sconosciuto e gli dico: “Beh, è una storia lunga…”. Poi mi fa: “Lo sai che George lo sta rimixando per un’edizione del trentesimo anniversario? Conosco George, e dato che ha tirato fuori tutti i master, gli voglio chiedere se riesce a trovare il tuo pezzo”. “Sarebbe fantastico. Sì, sarebbe fantastico. La canzone è ‘Art of dying’. Quanto tempo pensi che ci voglia?”.



Qualche giorno dopo un postino gli consegna un pacchetto. Sul biglietto scritto a mano che lo accompagna c’è scritto: “Caro Phil. Forse qui ci sei tu? Baci, George”. L’emozione è incontenibile, Phil scrive che è come se avesse in mano il Sacro Graal, la conferma tangibile che il suo non è stato tutto un sogno. L’emozione è talmente tanta che è difficile anche trovare la forza per ascoltarlo. Poi…viene raccontata così. “Infilo la cassetta e premo play. C’è un po’ di fruscio, poi comincia la batteria. Poi dagli amplificatori esplode il suono delle congas. A un orecchio allenato i difetti di quello sbatacchiare aritmico e straziante sono subito evidenti. Hanno scatenato in studio un bambino iperattivo. Beh, si capisce che il musicista aveva una parvenza di talento: non è del tutto incasinato. Ma è abbastanza incasinato perchè chi comanda dica: “Liberatevi di quel ragazzo!”. Sono sconvolto. Non mi ricordavo di avere suonato così male. Il pezzo finisce lentamente man mano che i musicisti terminano di suonare. Poi sento una voce molto chiara. E’ Harrison che parla con Spector. “Phil? Phil? Pensi che possiamo riprovarla un’altra volta, ma senza il suonatore di congas?”. Riavvolgo quel nastro quattro o cinque volte fino a essere sicuro di avere capito giusto. All’improvviso, finalmente, la verità.



Qualche giorno più tardi suona il telefono di casa Collins. E’ Jackie Stewart, il vecchio asso del volante che dice: “Credevo di vederti l’altra sera al concerto in onore di John Lennon alla Royal Albert Hall…” “C’era un concerto? Non lo sapevo” “Sì, è stata una serata fantastica. C’erano un sacco di batteristi.” “Davvero?” “Sì. E un sacco di suonatori di congas”. Sono perplesso. Continua Jackie Stewart: “C’è un tuo amico qui con me, ti vuole parlare”. Passa il telefono e sento la voce di George Harrison. “Ciao, Phil. Hai ricevuto la cassetta?” “Sei un gran bastardo, George”. “Come? Ma perchè?” “Beh, per trent’anni mi ero costruito la mia versione di quello che è successo quella sera, e del perchè ero stato tagliato da “All things must pass”. E adesso ho capito che ho fatto talmente schifo che tu e quel Phil Spector del cazzo mi avete licenziato”. Harrison scoppia a ridere. “Ma no! Quella cassetta l’abbiamo registrata l’altro giorno”. “Come? In che senso?”. “Era venuto Ray Cooper ad aiutarmi a remixare l’album. Gli ho detto di suonare male le congas sopra “Art of dying” così preparavamo una versione speciale per te!”. Ma allora sei davvero un gran bastardo, George. George mi ha poi detto che cosa era successo alla parte che avevo registrato io? No. Non se lo ricordava. Non si ricordava niente di quelle sedute. Ci credo, ma faccio fatica a capirlo. Come fai a non ricordarti l’incisione di “All things must pass”? Forse se sei un Beatle le cose da ricordare sono troppe, quindi a volte è più facile dimenticarsele. Nel libretto accompagnatorio di quella edizione per il trentesimo anniversario, uscita nel marzo 2001, sei mesi prima della sua morte, ci sono delle nuove note di copertina scritte da George in persona, e finalmente, eccomi: “Io non me lo ricordo, ma a quanto pare c’era anche un Phil Collins adolescente…”. George, sempre sia lodato, mi ha spedito una copia della riedizione remixata di “All things must pass”. Fenomenale, anche se naturalmente sarebbe migliorato di molto se avesse contenuto la mia versione di “Art of dying”. Ovviamente ho conservato quella cassetta con lo scherzo delle congas. E’ una delle cose a cui tengo di più. Alla tua salute, George, adorabile bastardo.

(Paolo Panzeri)
 

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