Ligabue racconta “Made in Italy”: "Un concept album, di canzoni sentimentali” - INTERVISTA E VIDEO

Ligabue racconta “Made in Italy”: "Un concept album, di canzoni sentimentali” - INTERVISTA E VIDEO

Ligabue ci accoglie nello studio di Correggio, ai margini della sua città. E’ qua, come sempre, che ha preso forma il nuovo album. Ligabue, ci spiega il suo tastierista e produttore Luciano Luisi,  passa sempre da queste parti, anche quando non sta lavorando ad un progetto specifico. Ma nel settembre 2015, subito dopo Campovolo, non si è fatto vedere per tre settimane. E’ riapparso con una manciata di canzoni incise come demo, a casa propria: era un album già quasi fatto. Bisognava solo reinciderlo come si deve. E’ così che è nato “Made in Italy”.
Non un album, ma un concept album: la storia di Riko, una sorta di alter ego di Luciano, che si trova ad affrontare una crisi esistenziale e la crisi in cui sta passando l’Italia. 

Ligabue ci racconta che ha dovuto convincere i suoi collaboratorie che, anche questa volta, non si sarebbe fermato. E che sì, è un concept album, ma anche un disco di canzoni. Su input di Luisi è stato inciso mantenendo questa “urgenza”: alla band veniva fatta ascoltare una canzone due o tre volte, e poi via a suonarla. Il successore di “Mondovisione” è un disco meno “pensato” anche nei suoni: spazia da diversi generi (il funk, il reggae) al rock. E' pronto per essere suonato (per intero), dal vivo nel tour che partirà il 3 febbraio da Roma (PalaLottomatica) Nell'attesa, il 23 novembre alle 21 su Liga su Fox e FoxLife, verrà trasmesso il docufilm "Made in Italy" e il best of del "Liga Rock Park" di Monza.

Ecco una lunga chiacchierata con Ligabue: dalla genesi del disco, alla rivalità con i colleghi, alla sua risposta a chi gli fa notare di essere troppo presente sulla scene.


Le canzoni di “Made in Italy” sono state scritte in pochi giorni. Quando hai capito che volevi fare non solo un album, ma un concept?
Tempo fa, mentre ero in giro, per il mondo a fare concerti, mi veniva facilmente nostalgia per casa. Mi veniva fuori l’amore per questo paese, assieme ad una sorta di sentimento opposto per come lo trattiamo male, per come non riusciamo a farlo funzionare. La sensazione per l’italianità mi è rimasta quando sono andato a Los Angeles, negli studi dei Foo Fighters, a incidere “Non ho che te”. Volevo un suono americano per quella canzone, ma ho capito che potevo anche cercare il sound più estremo, ma io rimango uno che canta canzoni italiane. In quella canzone raccontavo, usando la prima persona, di un personaggio di mezza età che veniva licenziato per via della crisi. Questo personaggio, e questo sentimento, sono tornati su quando ho iniziato a scrivere.

Riko, il protagonista delle canzoni, è il tuo alter ego?
E’ come se avessi voluto far raccontare quello che uno ha o non ha avuto dalla propria vita. E’ come se avessi trovato una sliding door, una vita parallela che mi sarebbe potuta succedere se Angelo Carrara non avesse pagato di tasca sua per il mio primo disco. Questo ha dato la stura ad una serie di cose, le canzoni si sono snocciolate come una storia, con la voglia di raccontare la rabbia l’incazzatura con il mondo esterno, incolpandolo di tutto. Gli faccio fare un percorso per avere la consapevolezza per andare avanti.

La definizione “Concept album” è controversa. Per alcuni può essere sinonimo di un disco difficile. A chi l’hai detto per primo, e che reazione ha avuto?
Luciano Luisi, il mio produttore, stava ancora mixando l’audio di Campovolo: gli ho detto di mollare tutto. L’ho scritto senza pensare che potesse essere il mio prossimo album. Ero a casa, con l’euforia del dopo Campovolo, e ho iniziato a lavorarci senza una finalità. Poi ho pensato: è un album che ho voglia di fare. E’ un concept album nel 2016, cazzo. Soltanto il pensiero di dover convincere chi lavorava con mi faceva fare una fatica bestia.

I tuoi collaboratori come hanno reagito?
Dopo Luisi, il primo da convincere era Maioli, il mio manager. Partire così presto, con un concept album - quelli che conosce un po’ gli fanno paura… Ho dovuto rassicurarlo che non era come “Quadrophenia”, che è uno dei miei dischi preferiti, ma è pieno zeppo di parti strumentali e sinfoniche. Questo è comunque un disco di canzoni, in cui i brani sono autonomi e indipendenti dalla storia. Anche tra i discografici ci sono stati degli svenimenti, e una disquisizione sui termini: “concept album”, “rock opera”, e così via. Come con Maioli, una volta messi di fronte alle mie idee e ai miei provini, hanno capito. C’è voluto un po’ per avere tutti schierati con me.

Quali altri concept album ti hanno ispirato?
Nessuno in realtà. Quando dici “Concept album” pensi a “Quadrophenia”, appunto, a “Tommy”, a “The wall”, anche a “American idiot”. Ma sono tutti riferimenti che non c’entrano con questo album.

Tu le parti di raccordo tra le canzoni le hai delegate al booklet, invece.
Io sono uno che ha sempre messo al centro dei suoi doveri il rispetto della canzone, nella sua accezione più popolare: la struttura, la metrica, il ritornello. Da questo punto di vista sono molto tradizionale. Tenendo ferma questa cosa, ovvero che le canzoni che potessero essere ascoltate da chi ha voglia di ascoltarle una per una, o senza farsi prendere dalla storia, la mia ambizione va verso l’idea di quelli che si metteranno lì a seguire l’evolversi della storia. Per favorire questa cosa ho fatto scrivere un lettera a Riko, il protagonista, al suo migliore amico, nel caso i raccordi tra le canzoni non fossero chiari.

Musicalmente, il disco da un lato ti vede continuare la tua ricerca verso nuovi generi: il reggae, il funky. Dall'altro, ha un suono diretto, molto classico.
Tramite la storia, ho avuto il pretesto di giocare con i generi. Ho fatto la riflessione che se Riko è un altro me, può anche non assomigliare a me, musicalmente. Ma tutte musiche venivano in funzione del clima della canzone. “Ho fatto in tempo ad avere un futuro” ha un titolo poco rassicurante, ma il soul del brano in maggiore esplicito che lui è contento di aver provato quella speranza.

“Venerdì” è la canzone più springsteeniana che hai mai scritto.
Per noi voleva essere soprattutto una citazione del suono di Phil Spector, che è anche l’ispirazione di Springsteen, quindi sappiamo che il giro è quello.

Ci sono un paio di citazioni volute: gli Who in “la vita facile”, i Police in “I miei quindici minuti”.
Sì, quella chitarra con il flanger la notano tutti quelli che hanno ascoltato il disco. Abbiamo giocato un po’ alle citazioni, qua e là, delle cose e dei suoni che ci sono piaciuti.

Tornando ai temi, è da qualche hanno che le tue canzoni hanno spesso una dimensione se non esplicitamente politica, almeno sociale.
Io preferisco usare l’aggettivo “sentimentale”. So che è un aggettivo che viene visto come loffio, ma anche questo disco è sentimentale perché racconta il mio sentimento contrastante nei confronti del mio paese. E’ sentimentale ed emotivo tutto quello che muove Riko, il protagonista. Il fatto che questi sentimenti siano mossi da incazzature verso condizioni sociali è di riflesso. Poi nelle canzoni ci sono delle denunce, che però sono quasi al limite dell’ovvietà, sono cose che vediamo.

Negli anni ’70 si diceva “Il politico è personale, e il personale è politico”.
Sì, anche se io ho sempre avuto delle perplessità al proposito: conosco bene quel periodo, l’ho vissuto, e si tendeva all’esagerazione.

Perché oggi qualcuno che non è un tuo fan, o che ti segue magari più distrattamente, dovrebbe ascoltare “Made in Italy”?
Nel tempo ho capito che non si può avere nessun tipo di pretese, nei confronti di nessun pubblico, e io non ce l’ho tuttora. Sono uno che si reputa fortunato perché per 25 anni è riuscito a vedere le sue cose vissute da gente lontanissima per dimensione e anagrafica, generazionale e sociale.  Anche all’interno del bacino dei miei fan, ho visto gli effetti più vari ed eventuali. Non lo so che cosa muove una mia canzone, piuttosto che un'altra,
Alla vigilia dell’uscita c’è la voglia di pensare che un disco piaccia: è una cosa che percepisci da una sensazione generale, perché oggi le classifiche lo dicono relativamente. Se un disco è piaciuto o no, lo vedo sul campo quando capisco se la gente ha imparato a memoria le canzoni e me le ricanta in faccia.

Come tutti gli artisti di successo, però, sei molto amato, ma c’è anche una buona dose di gente che non ti sopporta. Vista l’urgenza, la particolarità nel modo in cui hai fatto questo disco, c’è qualcosa che potrebbe far loro cambiare idea?
Non lo so, francamente. Penso che l’urgenza è sempre stata la molla che mi ha mosso, per cui posso anche immaginare che ci vedano quello che ci hanno sempre visto e possano pensare che non vada bene per loro.
La musica è vibrazione, produce effetti stranissimi: ho visto gente che mi ha detto di non avermi mai considerato aprirsi alla mia musica anche con canzoni impensabili, perché di colpo hanno visto qualcosa. La musica è emozione, e se non trovano una sintonia emotiva con la mia voce, cadono nel vuoto.

Tu da cosa valuti il successo di un tuo lavoro, oltre che dalle facce del tuo pubblico ai concerti?
Soprattutto da quello. Oggi i metri di valutazione sono troppi, e sono troppe le classifiche. Si fa fatica ad uscirne, e uno si mette a contare le visualizzazioni, gli ascolti in streaming, i download… Poi è chiaro che alcuni di questi dati hanno la capacità di essere concreti, come l’atto di fiducia di uno che compra un tuo biglietto, molto più concreto di uno che ti viene a vedere gratis su YouTube per capire cosa hai fatto.

Tra questi metriche del successo, quanto conta la competizione tra voi artisti?
Senza entrare in rivalità alimentate da noi giornalisti, ma in questi due mesi, siete in molti a uscire con nuovi progetti, seppure molto diversi tra loro.

Penso siano cose abbastanza umani e normali. Continuo a pensare che i cantanti non siano cavalli, non c’è qualcuno che arriva prima di altri al traguardo. Ma è normale pensare che ci sia una gara anche tra fan su chi possa essere migliore, e che loro si attacchino a dei numeri. Perché chi può dire chi è migliore se non il tuo gusto personale o la vibrazione rispetto ad una cosa?

Una delle critiche che ti si faceva, ancora prima dell’esplosione dei social, era che non staccavi mai. Ora gli artisti sono sempre connessi a raccontare tutto quello che fanno, ma tu non li usi molto, invece.
Sui social io ci sono poco. Facciamo soprattutto informazione sulla mia attività.

Ma non ti dici mai: ora mi fermo, davvero?
Se ci pensi, negli ultimi due anni, però ho fatto solo i concerti a Campovolo e a Monza. In mezzo, per un anno, non mi si è visto così tanto. Un anno, nei tempi dei social media, non è poco. Ho pubblicato tante canzoni, e ho avuto buoni riscontri radiofonici: è come se ci fosse un nastro radiofonico con le mie canzoni, e questo può dare un effetto di ripetitività.
La realtà è che non riesco a fermarmi, non so da cosa dipenda. Ho ka consapevolezza che non è che qualcuno mi punta una pistola alla testa per esserci ogni volta. Ovviamente ci mettiamo lì e pianifichiamo, ma è perché mi piace moltissimo il mio lavoro.

(Gianni Sibilla)

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