Junun al Teatro della Triennale di Milano: la recensione del concerto

Junun al Teatro della Triennale di Milano: la recensione del concerto

Quante volte nella vita vi è capitato di assistere ad un concerto di musica indiana in un teatro milanese? Per chi scrive e per gran parte del pubblico che ha affollato il Teatro della Triennale probabilmente era la prima volta e il motivo è stata sicuramente la presenza di Johnny Greenwood. Il chitarrista dei Radiohead, con il polistrumentista israeliano Shye Ben Tzur, sono stati, infatti, i due artefici di un progetto nato all’interno delle mura del castello Mehrangarh Fort in Rajasthan (India) dove hanno raccolto una serie di musicisti locali provenienti però da tradizioni musicali diverse tra loro. Questo incontro interculturale ha prodotto come risultati un disco e un documentario girato dal regista americano Paul Thomas Anderson che da anni collabora con Greenwood per le colonne sonore dei suoi film.

E’ stato proprio il lungometraggio ad aprire le scene costringendo il pubblico in sala a 50 minuti di attesa spezzata sui titoli di coda dall’incursione di alcuni dei musicisti dell’ensemble che hanno dato vita così al clima di festa che sarà uno dei caratteri distintivi della serata. Dopo la sorpresa iniziale, i musicisti riprendono posizione sul palco mostrando una suddivisione ben precisa: a sinistra tre percussionisti tra cui un padre e figlio, dietro i fiati, a destra due delle sei voci e una particolare fisarmonica, davanti a tutti Shye Ben Tzur e un percussionista, il primo intento a dirigere la sua orchestra e l’altro ad aizzare il pubblico con la sua esuberanza. Al centro del palco Johnny Greenwood, immerso nel ruolo di comprimario, diviso tra computer, chitarra e basso, è sembrato per tutto il concerto fuori ruolo riuscendo solo in pochi episodi a far sentire il suo peso artistico introducendo alcune basi elettroniche. L’obiettivo del progetto, riunire le anime musicali dell’India, è confluito in un turbinio gioioso di voci, fiati e ritmi sincopati che hanno trascinato il pubblico in uno dei paesaggi mostrati dal film di Anderson. Dopo oltre un’ora di concerto i musicisti hanno concluso l’esibizione lanciandosi in una lunga improvvisazione con annesso spargimento di petali sul pubblico, una vera festa intensa e colorata in cui l’unico che è sembrato estraniarsi dalla bolgia è proprio il musicista più famoso del gruppo. Ciò nonostante l’esibizione si conclude tra gli applausi e i sorrisi di un pubblico divertito e arricchito di un’esperienza inedita ed inebriante.

(Giuseppe Fabris)

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