Metallica: il primo ascolto di “Hardwired… To Self Destruct”

Metallica: il primo ascolto di “Hardwired… To Self Destruct”

È una lunga attesa, quella che i fan hanno dovuto affrontare per vedere il nuovo album dei Metallica in commercio: sono passati in pratica otto anni tondi dal precedente “Death Magnetic” – pubblicato a settembre del 2008 – e nel frattempo Hetfield, Ulrich e Hammett (accompagnati dal fido Trujillo al basso) hanno consolidato la loro posizione di veterani del metal/rock più muscolare impegnandosi in esibizioni live in tutto il globo, la celebrazione del loro trentesimo anniversario nel 2011, ma anche operazioni collaterali come la collaborazione con Lou Reed per "Lulu" e un festival in stile Lollapalooza (l’Orion Fest) e il film d’azione con concerto annesso “Metallica: Through The Never”.

Dicevamo, dunque, che c’è elettricità nell’aria e, a dimostrare quanto “Hardwired… To Self Destruct” (decimo lavoro in studio firmato dai Metallica,escludendo il concept “Lulu”, collaborazione al 50% con la leggenda Lou Reed) sia materiale della massima importanza: un addetto della casa discografica porta in tour nei vari Paesi una copia unica dell’album per consentire ai giornalisti di ascoltare il disco. 

Ecco quindi le primissime impressioni, a caldo, dopo l’ascolto di “Hardwired… To Self Destruct” – su cui però torneremo più approfonditamente, in sede di recensione all'uscita dell'album, il 18 ottobre.

È evidente che Hammett & co. hanno ritrovato, a dispetto degli scettici, una vena d’ispirazione piuttosto ricca. Dopo un primo ascolto, la sensazione è che abbiano trovato il giusto equilibrio tra "St. Anger" e "Death magnetic": i brani sembrano infatti figli di un fine tuning di quanto ascoltato nei due precedenti dischi, che mostravano la volontà di riabbracciare in parte il sound che forgiò la leggenda del gruppo, pur non centrando completamente l’obiettivo.

Qui invece la missione sembra proprio compiuta: i Metallica fanno i Metallica, non giocano ai ragazzini di 55 anni, non si abbandonano a talebanismi stile “no guitar solos” come in "St. Anger": ''album è pieno di assoli, ma senza sbavature o la tendenza alla dispersione o a tangenti cervellotiche di "Death magnetic".

Sfoderano 12 brani duri, dritti, a tratti semplici ma mai semplicistici – la riprova è il fatto che sono tutti piuttosto lunghi, mai sotto i 5:45 (a parte il pezzo di apertura, composto per ultimo proprio con l’intento di avere un incipit veloce e corto), con un picco in “Halo On Fire” (8:15). Proprio quest’ultima colpisce: inizia come un brano tirato  per poi aprirsi a uno scenario da power ballad di quelle che solo i Metallica sono capaci di scrivere. 

Questo per quanto concerne i primi sei brani, ossia il primo dei due dischi. Il secondo – pur non mostrando grosse variazioni di tiro – pare invece leggermente più virato su coordinate heavy classiche con rimandi sabbathiani: quindi un rock granitico, scuro, pachidermico e potente. Una sorta di monolite mid-tempo, con cambi di ritmo non troppo radicali, in cui non c’è spazio per distrazioni (quindi nessun pezzo veloce e thrash, ma nemmeno tracce di power ballad, a parte la già citata della prima parte… il blocco è compatto e non si sgretola neppure con le cannonate). Unica eccezione: la finale "Spit Out the Bone", che riprende in un certo senso il mood frenetico del brano che apre l’intero lavoro.

L'album esce il 18 novembre: nel frattempo ecco le tre canzoni già diffuse:

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