In fuga dalla hit parade: ecco che fine hanno fatto le grandi dive del pop italiano

In fuga dalla hit parade: ecco che fine hanno fatto le grandi dive del pop italiano

Loredana Berté, Alice, Nada, Giuni Russo e Donatella Rettore: c'è un curioso destino che lega queste cinque voci importanti della musica pop italiana. Tutte e cinque hanno visto le rispettive carriere "esplodere" tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80. Tutte e cinque hanno conquistato, con le loro hit, le prime posizioni delle classifiche di vendita e tutte e cinque sono ritenute per certi versi vere e proprie icone della musica italiana anni '80, insieme a gente come - giusto per fare qualche nome - i Righeira, Miguel Bosé, Sabrina Salerno, Ivana Spagna, Sandy Marton. Ad un certo punto delle rispettive carriere, però, queste cinque "dive" - chiamiamole così - hanno deciso che non gli interessava più essere cantanti "pop", popolari: e dal successo popolare, per certi aspetti, sono fuggite. Si sono dirette verso altri lidi: hanno sostituito le hit scalaclassifiche con dischi che il pubblico ha avuto difficoltà a digerire, spesso non comprendendo le loro evoluzioni musicali - che con il passare degli anni ha finito per non seguire più.

Fu il desiderio di svincolarsi dalla figura di "cantante 'pop'", quasi vergognandosene, che spinse un paio di queste ad andare in esilio dalle classifiche: da un lato Alice, dall'altro Giuni Russo. Battiato aveva messo al loro servizio un repertorio a metà strada tra "colto" e "pop", "basso" e "alto", facendone in parte delle sue versioni femminili. "Il vento caldo dell'estate", "Per Elisa", "Messaggio", "Chan-son égocentrique" e "I treni di Tozeur" portarono Alice a frequentare spesso i piani alti delle classifiche, talvolta agguantando la prima posizione. Con "Per Elisa", la cantante di Forlì vinse anche il Festival di Sanremo, nel 1981. Ma fu proprio in seguito al successo di quella canzone che, in Alice, cominciarono a manifestarsi i primi segni di un insoddisfazione per il successo "popolare" raggiunto:

"Nel 1982 la Capitol Records mi chiamò a Los Angeles, progettavano un lancio internazionale di 'Per Elisa': versioni in inglese e spagnolo, promozione nel mondo per tre anni", ha dichiarato la cantante in un'intervista a Io Donna nel 2012, "mi sono chiesta: a me interessa, il successo? Non so gestire quello che c'è già: non ho più una vita privata, non so chi sono. Sempre con la valigia in mano, solitudine profondissima. Ho detto di no".


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Con l'album "Park hotel" del 1986, dunque, Alice diede inizio al periodo sperimentale della sua carriera, che negli anni successivi la portò ad esplorare la musica classica in "Mélodie passagère - Alice canta Satie, Fauré, Ravel", a cantare i pezzi "spirituali" di Juri Camisasca e a ricercare "il sacro nella musica" con il progetto "God is my DJ" - e così via. Rinnegando, per certi versi, il repertorio "pop" dei primi anni '80, tra cui quella stessa "Per Elisa" che la rese popolarissima, perché "nessuno considerava davvero tutte le cose che avevo fatto in seguito" (da un'intervista a Repubblica del 2013).

"Un'estate al mare" e "Good good bye", entrambe uscite nel 1982, furono le canzoni scritte da Battiato e Giusto Pio con le quali Giuni Russo cominciò a fare capolino nelle classifiche, già quattro anni prima di "Alghero". Proprio come Alice, ben presto anche la cantante siciliana si allontanò dalle classifiche, cominciando a pubblicare dischi più sperimentali: passò dal pop alla musica classica ("A casa di Ida Rubinstein", contenente reinterpretazioni di arie e romanze di bellini, Donizetti e Verdi), e dalla musica classica alla world music, finendo poi nei territori della musica sacra. Per ovvie ragioni, i dischi del "dopo-Alghero" non riuscirono ad avere lo stesso successo di quelli più pop pubblicati alla metà degli anni '80. A Marinella Venegoni, in un'intervista concessa a La Stampa nel 1998, confidò:

"Quando vuoi cambiare strada e ti si brucia il terreno intorno, si tende a far morir l'artista. Ma sono una prigioniera che urla, io. Non mi possono tenere dietro le grate. [...] La discografia preferisce sempre le canzonette. Dio mi ha dato un talento, più volte ho cercato di dire 'non canto più', invece è come portare avanti un dono di Dio. Può sembrare superbia, ma le mie guide spirituali mi hanno detto così. [...] Ho fatto un Sanremo e non mi sono mai più ripresa: mi sono ripresentata invano dieci volte. Sono una voce prigioniera".


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Leggermente diverso il caso di Nada, che il successo se lo guadagnò già alla fine degli anni '60, complice una canzone come "Ma che freddo fa" (quinto posto al Festival di Sanremo 1969). Il boom arrivò tra i primi anni '70 e la prima metà degli anni '80, grazie a pezzi fortunati come "Il cuore è uno zingaro", "Ti stringerò" e "Amore disperato". L'ultimo posto in classifica al Festival di Sanremo 1987 con "Bolero" fu la delusione che spinse Nada a rintanarsi in un lungo silenzio discografico, durato sei anni. E quando la cantante toscana tornò a fare dischi, si mise a fare la musica che piaceva a lei, senza ricercare a tutti i costi il consenso "pop": "Il successo stava per travolgermi", disse. Negli ultimi anni i riconoscimenti, per Nada, sono però arrivati da altre parti: il secondo posto al Premio della Critica al Festival di Sanremo per "Luna in piena" nel 2007, ad esempio, oppure le nomination al Premio Tenco. Sorrentino ha inserito una sua canzone del 2004, "Senza un perché", in un episodio della fortunata serie tv "The young pope", attualmente in onda su Sky.

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Portatrici di una sana follia musicale, camaleontiche e provocatorie, spesso ritenute "ingestibili", Loredana Berté e Donatella Rettore peccarono forse di insolenza e tracotanza. Cambiarono così tante volte pelle musicale che finirono per disorientare il pubblico. "Ho chiuso col rock'n'roll", cantava Loredana Berté nella traccia conclusiva di "Jazz", che ancora oggi risulta essere il suo disco più venduto, archiviando il periodo più proficuo della sua carriera, quello che l'aveva portata a conquistare i consensi del pubblico "pop" con hit come "Sei bellissima", "Dedicato", "E la luna bussò" e "Non sono una signora". E con il rock'n'roll, la cantante, aveva chiuso davvero: a partire dal 1984, con l'album "Savoir faire", Loredana cominciò a rintanarsi in un repertorio più difficile da comprendere (e infatti il disco, a fine anno, non si spinse oltre l'88esimo posto nella classifica dei dischi più venduti di quell'annata). Con "Carioca", nel 1985, alzò ancora di più l'asticella, in questo senso: andò a pescare dal repertorio del musicista brasiliano Djavan una manciata di canzoni ("Nel demenziale scetticismo di quelle teste di cazzo dei discografici italiani", ricorda lei nel suo libro, "Traslocando") e affidò il compito di adattarle all'italiano ad Enrico Ruggeri e Bruno Lauzi. Suoni affascinanti, testi intriganti, ma siamo lontani anni luce dalla Berté che si ingraziava le folle presentandosi vestita da sposa sul palco della finale del Festivalbar sulle note di "Non sono una signora". Già alla fine degli anni '80 la sua carriera cominciò a vacillare, tra dischi riusciti male e raccolte che avrebbero dovuto rilanciarla. A seguito di due episodi piuttosto tristi che sconvolsero la sua vita privata, il fallimento del matrimonio con il tennista svedese Björn Borg e la scomparsa di sua sorella Mia Martini, Loredana si rintanò in un repertorio cupo e si rese via via sempre meno accessibile.

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Con la trilogia di "Brivido divino", "Magnifico delirio" e "Estasi clamorosa", dal canto suo, Donatella Rettore dimostrò come si potessero realizzare produzioni di successo caratterizzate al tempo stesso da una grande qualità a livello musicale (nello specifico, un repertorio che mischiava tra loro dance, rock, progressive e ska in maniera piuttosto originale). Scalò le classifiche con hit come "Splendido splendente", "Kobra", "Donatella" e "Lamette", prima del flop dell'album "Far west" del 1983 (inizialmente pensato come colonna sonora di un musical che, tuttavia, non vide mai la luce). I continui cambi di etichetta discografica la portarono a ripartire ogni volta da zero, cambiando anche stili e generi. Fu talmente camaleontica che il pubblico, ad un certo punto, si spazientì e perse probabilmente il filo del discorso.

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Alice, Giuni Russo, Nada, Loredana Berté e Donatella Rettore oggi non sono riconosciute, ahimé, per quello che sono: delle "dive" della musica italiana, appunto. Le nuove generazioni non conoscono le loro canzoni e i loro dischi, non sembrano comprendere l'importanza che hanno ricoperto negli ultimi (almeno) quarant'anni di storia di musica "pop" italiana. Hanno pagato, se vogliamo, le scelte sbagliate, impopolari e coraggiose che hanno fatto: l'essersi stancate - ad un certo punto delle rispettive carriere - di andare incontro ai gusti del pubblico, la "presunzione" (tra molte virgolette) di credere che sarebbe stato il pubblico ad andare incontro ai loro gusti e alle loro evoluzioni. Hanno lasciato vuoti posti che nessuno ha poi occupato. E se oggi la scena "pop" italiana è povera di grandi interpreti femminili, è anche per questo: vi viene in mente una, tra le cantanti italiane salite alla ribalta ultimi anni, in grado di avvicinarsi all'estro, al talento e alla personalità di quelle che abbiamo citato? La presenza nelle giurie dei talent, i dischi-tributo e le canzoni passate in sottofondo alle scene di film o serie tv di successo? Una magra consolazione.

di Mattia Marzi

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