Quella volta che Arthur Lee venne in Italia...

Tutti gli appassionati di musica hanno, indistintamente, un libro dei rimpianti che raccoglie – metaforicamente – i nomi degli artisti e delle band che avrebbero voluto vedere dal vivo, ma non è stato possibile per i più svariati motivi: anagrafici, geografici, storici, legati alla morte dei musicisti in questione o a uno scioglimento prematuro.

Spesso i rimpianti sono destinati a restare tali – e non è neppure un male, visto e considerato che di regola, le reunion di vecchie glorie (che sono in pratica l’unica maniera per rimediare alle mancanze di cui si diceva in apertura) sono piuttosto insipide, per non dire patetiche. Eppure una di queste reunion si è rivelata essere quella che ricorderò per sempre come uno dei migliori concerti che ho visto in vita mia.

Era il 2004, inizio di marzo, quando arrivò in Italia – per la prima volta in assoluto e sull’onda di una piccola campagna di revival, grazie a una serie di ristampe strategiche e utili, vista la situazione disastrata del catalogo – Arthur Lee, accompagnato da una versione dei Love che nulla aveva a che fare con gli originali (in pratica erano i Baby Lemonade che gli facevano da backing band). Ma era un dettaglio trascurabile: l’idea di trovarsi di fronte a Lee – che ci avrebbe suonato e cantato i pezzi di “Forever Changes”, “Four Sail”, “Love” e “Da Capo” – era troppo allettante per cedere al cinismo.
Gli appuntamenti live fissati, per il Belpaese, erano addirittura quattro: il 9 marzo a Bergamo (al Motion), l’11 a Sarzana (al Jux Tap), il 12 a Pordenone (al Velvet Rock Club) e il 13 a Firenze (all’ Auditorium Flog). C’era quasi l’imbarazzo della scelta e, insieme a una macchinata di amici, guidai fino a Sarzana, vicino a La Spezia, per assistere all’evento.

Arrivammo al locale (molto americano, una specie di grande ristorante/pub con palco per i live, peraltro con programmazione di altissimo profilo) presto, nel tardo pomeriggio in pratica: era chiuso, ma all’interno si era appena svolto il soundcheck. Dalle finestre spiavamo l’interno cercando di rubare un’immagine di Lee, che si materializzò all’improvviso dietro a un vetro. Alto, secco, con occhiali da sole e bandanna in testa, aveva l’aura della star intoccabile, anche se non era nel backstage di un’arena da 100.000 posti a sedere.

All’ora di apertura delle porte, il Jux Tap si riempì velocemente di ragazzi ed ex ragazzi provenienti un po’ da tutta Italia, ma specialmente dalle regioni del centro e del sud – penalizzate in effetti dalla distribuzione dei live previsti. C’era fermento, tensione palpabile, nonostante la location che prevedeva una schiera di tavolini piazzati nell’area di fronte al palco, per permettere agli avventori di consumare la cena. Morale: quando arrivarono sul palco Lee e i Baby Lemonade, c’era gente che mangiava hamburger e patatine, stinco, bistecche al sangue e pollo arrosto proprio a un paio di metri da loro. Ma, gastronomia a parte, era la musica a comandare – anzi era Arthur: imponente, professionalissimo, armato di un carisma evidentissimo e quel distacco tipico del genialoide, si muoveva perfettamente a suo agio sciorinando perle su perle dal suo repertorio classico (ora in veste di solo cantante, ora cimentandosi anche con una SG nera come la notte). Certo, i Baby Lemonade gli fornivano un supporto solidissimo, ma se la performance è stata da urlo non è stato merito esclusivamente loro: Lee, a 60 anni, era ancora un’icona – nemmeno lontanamente vicina allo stereotipo del reduce bollito e svogliato.

Nel corso del concerto – che in puro stile anni Ottanta fuori tempo massimo registrai con un walkman a cassette (e feci poi riversare su cd-r da un amico: qualità semidisastrosa, ma tant’è) – si vedeva gente cantare, commuoversi, esaltarsi… il mio walkman ha immortalato, oltre alla scaletta, le creazioni bestemmiatorie di un gruppo di superfan bergamaschi in trasferta, che sottolineavano l’incipit di ogni brano – o quasi – con un coro di invocazioni alle divinità e ai santi più noti, in segno di approvazione.

Il post-performance fu all’insegna di una lunga attesa: molti volevano incontrare Arthur, che però aveva bisogno di tempo per riposare e darsi una rinfrescata. La fila di fan con dischi e memorabilia vari da fare firmare era lunga, ma quando ormai sembrava che non ci fosse speranza, Lee iniziò a dare udienza a chi voleva vederlo: un momento quasi sacrale, anche se consumato in una stanza del retro di un capannone rettangolare della periferia sarzanese.

Tre anni dopo, Arthur se ne sarebbe andato senza fare dischi nuovi o altri passaggi in Italia. Un epilogo triste, per una storia che – a me e a chi c’era quella sera – resterà per sempre nella memoria.

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Questa fu la scaletta:

Alone Again Or
A House Is Not A Motel
Andmoreagain
The Daily Planet
Old Man
The Red Telephone
Maybe The People Would Be The Times Or Between Clark And Hilldale
Live And Let Live
The Good Humor Man He Sees Everything Like This
Bummer In The Summer
You Set The Scene
Your Mind And We Belong Togheter
My Flash On You
My Little Red Book
Signed D.C.
Orange Skies
7 & 7 Is
August
Singing Cowboy

[a.v.]

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