Dall’oscurità alla luce: la recensione del primo concerto dei Cure al Forum di Assago

Dall’oscurità alla luce: la recensione del primo concerto dei Cure al Forum di Assago

Corre da una parte all’altra del palco. Suona con un piede piantato sul monitor. Posa da punk-rocker con la passione per il rockabilly e intanto indossa una maglietta degli Iron Maiden. Siamo a un concerto dei Cure e la vera rock star non è Robert Smith, ma il bassista Simon Gallup. Non è solo il più attivo sul palco, è anche una delle anime del sound del gruppo inglese, che ieri sera ha tenuto il primo dei due concerti previsti al Forum di Assago, terza data italiana di un tour in cui la formazione cambia continuamente scaletta e atmosfera. Al Forum si è sentito molto “Wish” – sette canzoni più il lato b “This twilight garden” – e si è fatto un viaggio dall’oscurità verso la luce, dalle atmosfere tormentate della prima parte al pop ballabile dei bis. E così, dalla drammatica confessione di “Open” alla festa di “Why can’t I be you”, per un totale di due ore e quaranta di durata, i Cure hanno messo un altro tassello in un tour che per certi versi sembra definitivo.

Salgono sul palco alle 20.30, mezz’ora dopo l’orario d’inizio previsto per dar modo al pubblico di riempire il Forum, e a partire dalla seconda canzone in scaletta “High” propongono un distillato del loro sound classico, per poi arrivare a mostrare le loro tante facce: il gruppo dark, i creatori pop, la band rock vecchio stile, gli intrattenitori, i teatranti. La scenografia è sobria. Alle spalle dei musicisti, un megaschermo diviso in cinque trasmette immagini del concerto e grafiche, mentre le immagini ai lati del palco sono piuttosto statiche – in uno dei due schermi, una camera fissa finisce per inquadrare spesso le gambe di Gallup. Il tastierista Roger O’Donnell tira fuori timbri spudoratamente anni ’80 e il pubblico del Forum gli va dietro cantando “In between days”. Certe canzoni, come “Just like heaven”, hanno per molti l’effetto delle madeleine di Proust e il loro sapore agrodolce cozza con momenti tesi e melodrammatici come “Want” e la più recente “The hungry ghost”. In altre parole, in questo concerto i Cure ci mettono dentro un po’ di tutto.

A quanto pare, la band ha preparato per questo tour ben 79 brani, che vengono assemblati in diverse varianti di scaletta. Il canto singhiozzante di Smith, la ragnatela degli intrecci chitarristici, le sottigliezze del chitarriusta Reeves Gabrels, il basso possente di Gallup, le rifiniture gelide di O’Donnell, i tempi a volte narcolettici e a volte dinamici del batterista Jason Cooper sono un archetipo che al Forum è risuonato forte e chiaro. Onestamente, le interpretazioni vocali di Smith non sono il punto di forza. Sommate i 160 minuti di concerto, i 57 anni del cantante, le 70 performance previste nel corso del tour 2016 e avrete un impegno che necessita cautela e qualche linea vocale rimaneggiata. Smith è anche piuttosto statico, accenna un ballo in “The walk”, alla fine del concerto va da una parte all’altra del palco a ringraziare il pubblico, teatralizza “Lullaby”, ma è piuttosto sobrio nelle performance, non offre un personaggio e nemmeno una maschera esagerata. Ancora più defilati sono Gabrels, che si occupa ora delle rifiniture, ora delle tessiture, ora di assoli che fanno molto anni ’70, e O’Donnell che lascia la sua postazione giusto per suonare il tamburello durante “Boys don’t cry”, quando la festa sta per finire. Sono Gallup e Cooper il motore instancabile della band ed è un peccato che chi si era lontano dal palco si sia lamentato per il suono tutt’altro che perfetto.

La generosità con cui i Cure si concedono, i cambiamenti della scaletta concerto dopo concerto, l’inserimento di brani rari stanno rendendo il tour 2016 un grande evento. Oltre a festeggiare la propria longevità, in un certo senso i Cure rivendicano il loro ruolo nella cultura popolare contemporanea. Il loro immaginario, relegato in un primo tempo alla sottocultura dark o goth che dir si voglia, sembra avere permeato un bel pezzo di società. E così le loro canzoni, che coprono un ampio spettro emotivo che va dalla depressione all’euforia, con prevalenza di timbri scuri e immagini funeree, suonano perfettamente al passo con questi tempi di serie televisive ultradark e cantanti rap e R&B che mettono in musica un immaginario cupo. Eppure l’immaginetta del gruppo gotico sta decisamente stretta alla band e lo si è visto a Milano, specie nel finale festoso, con la gente in platea a ballare il funk di “Hot hot hot!!!”, enormi cuori colorati sullo schermo durante “Friday I’m in love”, i sorrisi in platea per “Close o me” e il pubblico sulle gradinate un po’ freddo, ma alla fine conquistato. Si replica stasera: c’è da scommettere che la scaletta sarà ancora una volta diversa.

(Claudio Todesco)

 

SCALETTA

Open

High

A Night Like This

The Walk

Push

In Between Days

Pictures of You

This Twilight Garden

Lovesong

Primary

Charlotte Sometimes

Just Like Heaven

Trust

Want

The Hungry Ghost

From the Edge of the Deep Green Sea

End

 

Primo bis:

It Can Never Be the Same

Shake Dog Shake

Burn

A Forest

 

Secondo bis:

Lullaby

Fascination Street

Never Enough

Wrong Number

 

Terzo bis:

Hot Hot Hot!!!

Friday I'm in Love

Doing the Unstuck

Boys Don't Cry

Close to Me

Why Can't I Be You?

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