NEWS   |   Italia / 29/10/2016

Una storia di amori infantili e di rimpianti senili (grazie a Claudio Sanfilippo)

Una storia di amori infantili e di rimpianti senili (grazie a Claudio Sanfilippo)

Quand’ero bambino mio padre lavorava a Milano, e ci stava dal lunedì al venerdì; tornava a casa, a Brescia, solo il sabato e la domenica.
(“Cheppalle, ecco che adesso comincia a raccontarci la storia della sua vita...”)
Solo di un pezzetto, abbiate pazienza: c’è un motivo, anzi: c’è una canzone.
Quando, un paio di volte l’anno, mia mamma e io andavamo a trovare mio papà a Milano, erano due le cose che mi colpivano sempre: l’odore di brodo che si sentiva in autostrada arrivando da Brescia in zona Agrate, dove c’era la fabbrica della Star, e lo strato di polvere nera e oleosa che si depositava sui davanzali (viale Monza, fine anni Cinquanta: i riscaldamenti erano ancora a nafta, nessuno ancora sapeva cosa fossero le polveri sottili, e siamo diventati grandi e grossi lo stesso).
Ma una volta, avrò avuto cinque anni, siamo andati a Milano nei giorni prima di Natale, e mi hanno portato in Piazza del Duomo per vedere l’albero illuminato: il grande abete che veniva issato al centro della piazza – tempi di pre-ecologia, quando gli alberi di Natale erano alberi veri.
Sbucammo in piazza del Duomo dalla Galleria, l’albero era lì, grande e sbrilluccicante, e io sgranai doverosamente gli occhi.
Ma più che l’albero, quello che mi colpì fu la facciata di Palazzo Carminati, quello di fronte al Duomo. Buona parte della facciata era occupata da insegne luminose al neon, e una di queste era una sagoma di donnina – una dattilografa – seduta alla macchina per scrivere con le gambe snelle incrociate. Accendendosi e spegnendosi a intermittenza, i neon davano l’impressione che la donnina muovesse le braccia e stesse davvero battendo a macchina.
Quella donnina fu, forse, il primo amore della mia vita. Chissà perché: forse perché mi ricordava una zia molto elegante, o almeno a me pareva, che di lavoro faceva la segretaria di un’azienda e che una volta mi aveva portato nel suo ufficio e mi aveva fatto persino provare a usare la sua macchina per scrivere - chissà se era una Underwood o una Remington, o quale altra marca.
(A Santa Lucia quell’anno scrissi una letterina – in via del Cielo, terza nuvola a destra – nella quale chiedevo in regalo una macchina per scrivere: e la ricevetti, una Lettera 22 con lo chassis verdolino – è ancora qui, con me, sopra una libreria del mio studio - che è stata poi il primo strumento con il quale ho cominciato a scrivere “come i giornalisti”, e con la quale ho composto le due paginette del primo numero di un giornale di classe stampato in tre copie, due con la carta carbone, e distribuito ai miei due compagni di scuola più simpatici).
La donnina della Kores – era appunto la pubblicità di una marca di carta carbone, di quelle che servivano proprio per ottenere contemporaneamente più copie di un documento scritto a macchina – mi fece compagnia per parecchi anni; prima nella memoria, poi a distanza più ravvicinata, quando anch’io andai a Milano a lavorare, e passavo da Piazza del Duomo uscendo dall’ufficio per andare a prendere la metropolitana.
Quando, nel 1999, qualcuno decise che le insegne al neon andavano tolte da Palazzo Carminati per restituire alla vista la facciata del diciannovesimo secolo, “dalle eleganti linee architettoniche, intonacata e scandita verticalmente da alte lesene che racchiudono finestre sormontate da timpani triangolari”, io avevo da poco acquistato la casa in cui ancora abito. Una casa di paese, con un’intera grande parete esterna priva di finestre. Non so come mi venne in mente, ma decisi che su quella parete la signorina della Kores avrebbe potuto ritrovare casa, dopo essere stata sfrattata da Palazzo Carminati.
Cominciai un lungo giro di telefonate, partendo dal Comune di Milano per arrivare fino alla ditta Brusaferro, che era stata incaricata della rimozione di quelle insegne. Chiamai e chiesi se sarebbe stato possibile acquistare il graticcio di metallo che sosteneva la donnina, comprensivo naturalmente dei neon che la disegnavano. Non so cosa abbiano pensato di me dall’altra parte del filo, e forse preferisco non saperlo; sta di fatto che mi spiegarono, benevolmente, che sì, sarebbe stato possibile, ma che sarebbe costato molto, perché avrebbe richiesto, a non voler danneggiare la struttura, un lavoro lungo e complicato; sarebbe costato molto meno farmi realizzare una copia direttamente in loco, e con dei neon nuovi.
Risposi, un po’ piccato, che no, di una copia non avrei saputo che farmene, che io volevo proprio “quella donnina lì”, per ragioni sentimentali. E chiesi un preventivo per il lavoro.
Quel fine settimana, tornando a casa, raccontai entusiasta alla signora con la quale allora condividevo l’abitazione che stavo per comperare la donnina della Kores per portarla a casa. Lei mi rivolse uno sguardo fra il compatito e lo sdegnato e mi disse, lapidaria:
“Fai quello che vuoi: ma se arriva quella, me ne vado io”.
Immaginate com’è andata a finire: la donnina della Kores non arrivò, e quella signora rimase (per un anno solo: se ne andò nel 2000).
Da allora, ogni volta che torno a casa e vedo quella parete senza finestre (che adesso ho fatto ricoprire da una vite canadese rampicante) penso che lì ci sarebbe potuta essere la donnina della Kores.
(“OK, e allora?”)
E allora, ieri ho messo nel lettore CD dell’auto il nuovo disco di Claudio Sanfilippo, cantautore milanese da me molto apprezzato; si intitola “Ilzendelswing”, e Claudio me l’ha mandato chiedendomi il mio parere. E’ un disco (quasi) tutto in dialetto milanese, che io capisco abbastanza pur non parlandolo (la mia lingua è il dialetto bresciano), e lo stavo ascoltando con piacere, sforzandomi un po’ di capire le parole (anche quelle difficili, come “gibigianna” e “scighèra”), quando, dopo poco più di un quarto d’ora, è partita una canzone in cui ho sentito le parole “Kores” e “Brill”. Ero in autostrada, e non potevo mettermi a leggere il libretto guidando; ma un po’ la storia l’ho capita, e soprattutto ho capito che parlava del mio primo amore e di un altro che di lei era innamorato: l’omino della Brill, quello che, anche lui disegnato al neon, pubblicizzava un lucido da scarpe e stava, anche lui, sulla facciata di Palazzo Carminati.
Mi sono intenerito e commosso, e anche un po’ stupito: pensavo di essere il solo a ricordarsi della signorina Kores. E invece se ne ricorda anche Claudio Sanfilippo, che le ha dedicato una canzone in questo bel disco in cui, oltre a pezzi suoi, ci sono anche cover in milanese di altre canzoni molto belle: una su tutte la “Famous blue raincoat” di Leonard Cohen che diventa “Impermeabil bleu”. Oltre alle belle canzoni, questo disco ha anche una bellissima copertina e un libretto con delle fotografie meravigliose, quelle in bianco e nero della Milano degli anni Cinquanta e Sessanta scattate da un grande fotografo, Carlo Orsi.
Il suono delle canzoni dell’album è un country-swing-bluegrass, caratterizzato dal mandolino di Massimo Gatti, il tono delle canzoni è jannacciano, e lo dico come grande complimento, e copie di questo disco le regalerò a Natale ai miei (pochi) amici milanesi. Chissà che anche loro non ricordino con nostalgia la “mia” (e di Claudio Sanfilippo) donnina della Kores.

Franco Zanetti

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