Bataclan, primo anniversario dell'attentato: le polemiche che seguirono la strage

Bataclan, primo anniversario dell'attentato: le polemiche che seguirono la strage

Può sembrare strano che di fronte a un evento così grave come il massacro perpetrato il 13 novembre 2015 da un commando terrorista al Bataclan di Parigi qualcuno abbia avuto voglia di fare polemica, eppure i battage mezzo stampa non mancarono anche in occasione di quella che, ad oggi, rimane la pagina più buia mai vissuta dalla musica dal vivo.

Il fatto che una band tutto sommato di nicchia come gli Eagles of Death Metal si fosse trovata al centro di una vicenda di risonanza mondiale per i media generalisti generò una serie di equivoci che non avremmo esitato a definire comici, se non fosse stato per il contesto. A cadere nel più trito dei luoghi comuni - quello del gruppo rock con simpatie sataniste che tutto sommato se l'era andata a cercare - non furono solo alcune autorevoli firme del giornalismo italiano (che non si presero nemmeno la briga di consultare la pagina di Wikipedia del gruppo per cogliere l'ironia che sottende a tutto l'immaginario evocato da Hughes), ma anche esponenti della comunità cristiana francesce, come Francois Schneider, capo della congregazione religiosa di Wissembach, nel nord della Francia, che durante un'omelia proposta ai fedeli all'indomani della strage lasciò intendere un legame tra gli EODM e il culto del demonio. Resosi conto dello sproposito, il pastore si scusò pubblicamente, chiarendo l'equivoco, a differenza di quanti, pur cadendo nello stesso errore dalle colonne di quotidiani nazionali, preferirono fare orecchie da mercante.

In Italia, di rimbalzo, la polemica post-Bataclan investì Bob Dylan, allora non ancora laureatosi premio Nobel ma come sempre impegnato nel suo "Never ending tour", che il quel periodo stava facendo tappa proprio nello Stivale. Il 17 novembre, quando ancora non era passata una settimana dalla tragedia, trapelò un'indiscrezione di stampa secondo la quale il menestrello di Duluth avrebbe esplicitamente chiesto al direttore del Teatro Manzoni di Bologna, dove si sarebbe esibito qualche giorno dopo, vigilanza armata per tutto il tempo di permanenza nella sala: a fare chiarezza fu il promoter italiano dell'artista, che - a stretto girò - chiarì che l'opera di rafforzamento delle misure di sicurezza prese in vista dello show fu un'iniziativa presa dagli organizzatori di concerto con la municipalità emiliana. E così il polverone, tanto velocemente sollevatosi, altrettanto velocemente si abbassò, lasciando spazio a un dibattito più pacato e costruttivo.


Che ci crediate o meno, a fare più rumore di tutti, dopo la tragedia del Bataclan, non furono politici o personaggi pubblici interessati a una strumentalizzazione dell'accaduto ai fini personali, ma proprio lui, Jesse Hughes, il leader degli Eagles of Death Metal.


Il cantante e chitarrista di Greenville, South Carolina, è un personaggio più sfaccettato di quanto si pensi. Nonostante l'aspetto da bad boy, Hughes non solo è un convinto conservatore (almeno, "socially liberal but government conservative", come l'ha definito l'amico Josh Homme), dalla provata fede repubblicana, ma anche pastore della Universal Life Church, discussa congregazione fondata nel 1962 a Modesto, in California, dal già ministro battista Kirby J. Hensley. Il gap con la cultura progressista europea, che di norma riempie i parterre dei concerti, lo portò - lo scorso febbraio - a criticare la legislazione francese riguardo alla regolamentazione del possesso delle armi da fuoco. "Il controllo francese sulle armi ha evitato a una sola cazzo di persona di morire al Bataclan? Se qualcuno mi dice di sì, mi piacerebbe sentirlo, perché io non la penso così. Credo che l'unica cosa che l’ha evitato è stato il coraggio degli uomini più coraggiosi che io abbia mai visto in vita mia andare a capofitto in faccia alla morte contro altri uomini armati", spiegò lui all'emittente transalpina iTelè: "So che la gente non sarà d'accordo con me, ma proprio come Dio ha fatto gli uomini e le donne, quella notte le armi li hanno resi uguali. Odio dirlo. Credo che l'unico modo in cui il modo di pensare sia cambiato è che forse ognuno deve avere armi per difendersi. Perché ho visto gente morire che forse avrebbe potuto vivere". Opinioni, per carità: discutibili, come tutte le altre, ma pur sempre opinioni, e come tali da rispettare. Ma Hughes, sulla maledetta notte del Bataclan, aveva ancora molto da dire.

Non passa nemmeno un mese e il sodale di Josh Homme viene intervistato dalla Fox circa la tragedia: "Appena entrato nel locale, sono passato di fianco a un tizio che immaginavo fosse l'addetto alla sicurezza del backstage. Lui non mi ha nemmeno guardato", ricorda Hughes al proposito della sera del 13 novembre, "Allora sono andato dal promoter e gli ho detto: 'Chi è quello? Non se ne potrebbe mettere un altro?'. La risposta è stata: 'Beh, a quest'ora non tutte le guardie sono ancora arrivate'. Poi, dopo [l'attacco], ho scoperto che la sera sei addetti o qualcosa del genere non si erano nemmeno presentati. Con tutto il rispetto per la polizia francese che sta ancora indagando, non voglio rilasciare una dichiarazione ufficiale, ma direi che sembrava avessero una buona ragione per non farsi vedere...".

La bagarre, ormai, si era scatenata. A protestare con più veemenza furono, ovviamente, i proprietari del Bataclan, che definirono le accuse di Hughes "gravi e diffamatorie". Il proposito del batterista della band Julian Dorio, che aveva espresso il desiderio tornare a calcare le assi del locale francese in occasione della sua riapertura, a questo punto pareva destinato inevitabilmente a finire su un binario morto, ma quello - a conti fatti - era tutto sommato il minore dei problemi. In tanti, dall'una e dell'altra parte dell'Atlantico, si levarono per condannare l'uscita infelice del frontman. Che pure, nonostante altre improvvide dichiarazioni come quelle rilasciate a Taki's Magazine ("Non si può negare che i terroristi non erano già dentro e in qualche modo sono dovuti pur entrare. Durante gli spari sono uscito e la porta dietro le quinte era socchiusa: come è successo?") si cosparse pubblicamente il capo di cenere, ma senza risultati: gli organizzatori di due prestigiosi festival francesi, il Rock En Sein e il Cabaret Vert, in maggio annunciarono di aver stralciato dai rispettivi cartelloni la presenza degli EODM perché "in totale disaccordo con le recenti affermazioni di Jesse Hughes".

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