Bataclan, un anno fa il massacro al concerto degli Eagles of Death Metal: come reagirono gli artisti all'orrore

Bataclan, un anno fa il massacro al concerto degli Eagles of Death Metal: come reagirono gli artisti all'orrore

La sera del 13 novembre 2015, a Parigi, gli Eagles of Death Metal non erano l'unica band in città. A qualche chilometro dal Bataclan, più precisamente alla Accorhotels Arena, gli U2 erano impegnati nelle prove generali per un paio di concerti che si sarebbero dovuti tenere di lì a pochi giorni. Gli eventi vennero naturalmente rinviati e la band irlandese fu istantaneamente portata in albergo, dove, nelle ore immediatamente successive, trovò comunque il tempo di dare una mano ai colleghi californiani. “Non ci trasformerete in nemici”, fu il messaggio che Bono diffuse ai fan nelle ore immediatamente successive all'attacco, “Non cambierete le nostre vite. Quello si provava al Madison Square Garden allora [dove, nel 2001, gli U2 si esibirono a poco più di un mese dall'attacco alle Torri Gemelle, ndr] e spero che sarà quel che si proverà a Bercy quando ci torneremo”.

A Parigi, quella sera, c'erano anche gli Arcs: il progetto solista del deus ex machina dei Black Keys era di scena al Le Trianon, un club che dista circa quattro chilometri dal Bataclan. Dan Auerbach viene avvertito dell'accaduto appena finito il set e la sua reazione fa quasi tenerezza: il cantante e chitarrista prende il telefono e – per così dire - tira giù dal letto Josh Homme, che sì è con Jesse Hughes il co-fondatore degli Eagles of Death Metal, ma che come sanno i fan – soprattutto in virtù dei suoi impegni con i Queens of the Stone Age – quasi mai fa parte della line up dal vivo della formazione. E che quindi è al sicuro in California, e del disastro non sa ancora nulla. “Conosco persone che si sono dette: 'cosa faccio stasera - vado a vedere gli Arcs o gli Eagles of Death Metal?”", dichiarò Aurerbach all'indomani dell'attacco: “Mi sono svegliato in preda a una forte sensazione di disagio. Come lo chiamano? Il rimorso del sopravvissuto? Perché diavolo è successo là e non dove suonavamo noi? Sono davvero distrutto per tutte quelle persone”.

Ci volle quasi una settimana, invece, perché gli Eagles of Death Metal, che il massacro lo vissero sulla propria pelle, elaborassero quanto successo per prendere parola: il tour di “Zipper Down” in Europa fu ovviamente sospeso – verrà recuperato più avanti, con il “The mes amis tour” - e Hughes e compagni, il 18 novembre, sulla propria pagina Facebook si espressero così:

Adesso siamo al sicuro, a casa, ma siamo ancora inorriditi, e sentiamo di dover ancora fare i conti con quello che è successo in Francia. I nostri pensieri vanno innanzitutto al nostro amico Nick Alexander [addetto al merchandise del gruppo], ai nostri amici della casa discografica Thomas Ayad, Marie Mosser e Manu Perez, e tutti gli amici e i fan le cui vite sono state strappate a Parigi, così come ai loro amici, alle loro famiglie e ai loro amati.
Restiamo stretti al cordoglio per le vittime, ai fan, alle famiglie, ai cittadini di Parigi, e a tutti quanti siano stati colpiti da terrorismo: siamo orgogliosi di fare parte di questa nuova famiglia, unita da un comune fine di amore e compassione. [...]
Vive la musique, vive la liberté, vive la France, and vive EODM.


Queste le reazioni degli artisti tutto sommato coinvolti direttamente, perché presenti sul posto. Inevitabilmente, l'eco dell'accaduto si riverberò sui social degli artisti di tutto il mondo, che si espressero non solo per mezzo dei canonici messaggi di cordoglio sui social network. Ci fu chi cedette alla rabbia, come Noel Gallagher, che se è uno che non le manda a dire a chi gli sta antipatico figuratevi con chi entra con un mitra in un locale e ammazza quasi cento persone: “Questi fottuti animali stanno cercando di rubare la nostra roba”, spiegò The Chief, “Odiano i musicisti, le donne, la musica. Tutte le cose che io amo. Oggi è ancora più importante buttare là fuori, nel mondo, ancora più musica: per protestare contro questa cosa, e per contrastarla. Ecco, almeno, come la vedo io”.

Ma non tutti si adoperarono per “buttare ancora più musica là fuori”. Anzi, il Vecchio Continente, per la stagione successiva iniziò ad essere visto con un certo sospetto dai management d'oltreoceano, perché anche se vieni da un posto dove i fucili d'assalto si vendono al supermercato sapere di essere sulla lista nera dei primo cane sciolto ammaliato da al-Baghdadi non è che sia troppo rassicurante. Alcuni, come Prince e i Lamb of God, lo ammisero senza problemi. Altri cancellarono date senza fornire alcuna motivazione, o fecero saltare accordi già presi alla fine dell'ultimo miglio, quando probabilmente mancava giusto la firma sul contratto col promoter locale.

A prevalere, in ogni caso, fu la linea del rispondere alla paura e alle minacce alzando il volume. E tra i primissimi a sostenerla, quando ancora Hughes non aveva ancora rilasciato la prima intervista dopo il massacro, furono i proprietari del Bataclan, che - assediati dalle richieste degli artisti desiderosi di accaparrarsi una serata in quello che negli ultimi giorni, suo malgrado, era diventato una pagina di storia - già il 19 novembre, a una sola settimana dall'attentato, le loro carte le scoprirono subito: "Riapriremo, non c'è dubbio. Ci porteremo questo peso nel cuore per qualche mese, forse per qualche anno, ma riapriremo. Non ci arrenderemo". L'appello, ovviamente, non rimase inascoltato...

Bataclan, un anno fa la strage che gettò il rock nell'incubo - Lo speciale

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