NEWS   |   Pop/Rock / 27/10/2016

'Lazarus', la prima del musical di David Bowie a Londra: la recensione di Rockol

'Lazarus', la prima del musical di David Bowie a Londra: la recensione di Rockol

Gli spettatori stanno ancora prendendo posto nel King’s Cross Theatre, una piccola struttura rinnovata di recente e piena in ogni ordine di posto. Sul palco un letto disfatto nell’angolo destro, un giradischi con vicino alcuni LP di David Bowie e un frigorifero nell’angolo opposto. Sullo sfondo, separata da una parete in plexiglass, una band disposta su un’unica fila frontale, con i musicisti in nero ciascuno con davanti il proprio spartito, schierati per metà alla destra e per metà alla sinistra di un grosso schermo verticale. L’altoparlante diffonde gli ultimi avvisi al pubblico mentre quello che sembra un inserviente in abiti da lavoro beige si aggira lento in scena, dà un’occhiata in giro, controlla ovunque, ispeziona lo schermo, scruta la band. Poi esita e lentamente si sdraia al centro del palco. Chiude gli occhi, incrocia le braccia sul petto. Resterà in quella posizione per i successivi 12 minuti. Non era un lavorante. E’ Michael C. Hall, il signor Newton che prende il suo posto prima dell’inizio ufficiale della prova generale di “Lazarus”, la prima britannica ed europea del musical ideato e voluto da David Bowie poco prima della sua morte.

“There’s nothing of the past, it’s gone”: sono le prime fondamentali parole di Hall-Newton, pronunciate alle 8 della sera. Una sola frase fissa il tono della storia e apre al tema di “Lazarus”, questa sorta di cerniera sonoro-artistica che chiude la vita e la carriera del Duca Bianco e lancia la sua esistenza ultraterrena, quella di una stella che continuerà (sospettiamo) a mandarci novità anche da lassù. Sulle prime note della title track Michael C. Hall chiarisce subito che sa cantare e che deve avere deciso tempo addietro che, nella circostanza, le sue qualità di attore torneranno utili per indirizzare il suo timbro vocale verso una più che passabile imitazione di quello di David Bowie, il cui spirito aleggia nel teatro, sopra di lui e sopra di noi. E’ un piccolo importante elemento, dato che nessuno degli attori, cimentandosi nei 17 pezzi che compongono la setlist lungo i successivi 110 minuti del musical, andrà mai nella stessa direzione; anzi, con più di un aiuto da parte di un solidissimo e raffinato gruppo di musicisti, cercherà semmai di staccarsi dagli originali, a volte stravolti nel ritmo, negli arrangiamenti e nell’esecuzione.

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E così eccoci trasportati nell’East Village di New York, nello scarno appartamento di Thomas Jerome Newton, l’Uomo che Cadde sulla Terra. Newton è in stato confusionale, con il cuore spezzato e la pancia piena di liquore, imbambolato davanti a una gigantesca TV verticale che alterna immagini da broadcast a proiezioni della sua mente. Il dualismo tra psiche e realtà, un escamotage narrativo in fondo abbastanza semplice, si dimostrerà a tratti difficile da seguire, con il resto del cast impegnato a rappresentare quella fila di demoni che abitano la mente del protagonista, sempre in bilico tra ciò che accade a casa sua in carne ed ossa e quello che il suo cervello proietta e desidera. La trama di “Lazarus” ha affiancato tre personaggi chiave intorno all’alieno Newton: Valentine, assassino seriale interpretato da uno strepitoso Michael Esper; the Girl, una figura semi-infantile collocata in un limbo tra immaginazione e realtà; e una sedicente o aspirante Emma Lazarus – il nome, questo vero, della poetessa il cui “The new Colossus” è inciso alla base della statua della Libertà, simbolico punto di passaggio degli immigranti. Altri comprimari completano una congrega che si alterna nell’agevolare e ostacolare l’unico desiderio di Newton, egli stesso migrante proveniente da un altro mondo: la liberazione definitiva da una vita in cui è rimasto intrappolato sulla terra e nella sua mente.

Posizionata là dietro, come dentro un acquario o in una cucina a vista, la presenza della band fa la differenza. Con un ruolo ibrido tra quello di un protagonista in secondo piano e quello di un comprimario in primo piano, il gruppo è impegnato a tinteggiare di eleganti distonie jazz un arco abbastanza ampio della carriera di David Bowie. La sezione fiati detta la cifra stilistica del suono, che – semplificando – è molto affine a quello dei suoi ultimi due album. Michael C. Hall è in buona sintonia con i musicisti e in “It’s no game” sprigiona più potenza che in avvio, sempre attento a cantare recitando: la sua versione, stasera, è quella di un ubriaco e, biascicando, suona come un credibile Bowie sbronzo. Gli arrangiamenti sono interessanti e, forse con la benedizione di Bowie, prendono le distanze dagli originali, il che depone bene per l’album del musical. “All the young dudes”, ad esempio, è totalmente trasfigurata e affronta con disinvoltura il rischio di portare il fan più accanito in un luogo diverso da quello dove credeva che Ziggy gli avesse dato appuntamento stasera. Ma è proprio questo il punto: “Lazarus”, il musical, non è un greatest hits.

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All’amico produttore Robert Fox, davanti a un tè preso in albergo verso la fine del 2013, David Bowie aveva lasciato solo questo brief: voglio realizzare un musical, so che si chiamerà “Lazarus” e desidero che abbia come protagonista il personaggio principale di “The man who fell to Earth” di Walter Trevis – e ora come procediamo? Fox aveva scelto come ovvio punto di partenza la scrittura di una sceneggiatura e come scelta meno ovvia dell’autore quella di Enda Walsh. Approvandola, insieme a quella di Ivo van Hove per la regia, il Duca Bianco non può che avere compiuto una scelta estetica e artistica precisa: “Lazarus” (che era solo nella sua mente, ma una mente febbrilmente in accelerazione perché conscia della malattia) non sarebbe stata né una vera piece, né un musical tradizionale. Più un esperimento, un tentativo di futuro appuntamento ai suoi fans sapendo di non poterci essere, l’ennesimo colpo di coda con il quale indirizzarli e, quasi, sfidarli. Vi si respira un’aria di avanguardia, perché tutto è scarno e le distonie ricercate del jazz abbondano, tutto è tirato all’osso, dalla sceneggiatura al suono; ma è un’avanguardia quasi retro (che ossimoro). E’ un esperimento perché “Lazarus” desidera realizzare una crasi tra un’opera prima (“The man who fell to Earth”) e una carriera musicale conclusa, il cui punto di contatto è la vicenda di un uomo intrappolato sulla Terra che desidera solo tornare tra le stelle. Lazzaro (la resurrezione), Newton (l’alieno), Ziggy (l’alter ego) e David Bowie (l’artista morituro) sono tutt’uno, uniti nell’obiettivo di lasciare al mondo l’eredità artistica di un extraterrestre prestato al mondo per una sessantina d’anni.

La difficoltà di utilizzare i suoi classici come struttura portante della narrazione pesa sulla voce narrante di Newton e sulla band. Quando i due elementi interagiscono alla perfezione, è il momento in cui puoi o apprezzare (oggettivamente) o detestare (da fan integralista) il risultato. In ottime esecuzioni come quelle di “Where are we now” e “Absolute beginners”, Michael C. Hall si “bowizza” grazie al tappeto sonoro e agli ampi spazi tracciati per lui dai musicisti. E, ammettiamolo, l’attore protagonista corre un altro rischio forte e ineluttabile, sempre legato alla sua voce. La psiche disturbata di Newton parla a voce alta (la voce di Michael C. Hall) di un mondo confuso tra casa sua, il suo cervello e quelle stelle alle quali vuole tornare; allo spettatore televisivo non può sfuggire la somiglianza straordinaria con un altro io narrante fuori schema, il “suo” criminale Dexter. Il rischio-macchietta incombe, ma sarebbe ingiusto cadere nella trappola. Forse anche questo è parte dell’infinito gioco di specchi che è “Lazarus”.

“I don’t belong here”, grida Hall sdraiato a terra nella posizione iniziale, ma stavolta al centro di un razzo disegnato con il nastro isolante dalla bambina-figlia-fantasma che abita la sua mente e il suo appartamento. Il razzo che dovrà trasportare Newton-Lazarus-Ziggy tra le stelle, lasciando sulla Terra non l’Uomo ma la sua eredità. E stavolta “Heroes” racconta la speranza di chi prova a fuggire dalla follia almeno per un giorno, di chi combatte contro la propria mente che non vuole lasciarlo partire. Che non vuole lasciarlo morire in pace. Ma tant’è: “This way or no way, you know I’ll be free”.

(gdc)

 

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