Minor Victories in concerto alla Santeria di Milano: la recensione

Minor Victories in concerto alla Santeria di Milano: la recensione

“Sembra di essere a casa”: con queste parole Rachel Goswell commenta l'aria brumosa di Milano, che, in effetti, non fa nulla per differenziarsi dal tipico clima inglese. Una bizza atmosferica che però non poteva essere più in sintonia con i toni in chiaroscuro dei Minor Victories, la band che non vuole essere definita un supergruppo ma che, con buona pace dei suoi protagonisti, lo è a tutti gli effetti, avendo tra le proprie fila la Goswell, Stuart Braithwaite, Justin Lockey e suo fratello James, rispettivamente in forze con Slowdive, Mogwai, Editors e regista per Hand Held Cine Club.

Quello che doveva essere una sorta di esperimento a distanza fra tre musicisti e un videomaker è diventato un progetto musicale dove i tratti distintivi dei singoli componenti si sono completati l'un l'altro. Per l’unica data italiana, sul palco della Santeria Social Club sono in una formazione a cinque piuttosto rivisitata: il chitarrista Justin Lockey non sta prendendo parte al tour per via degli impegni dal vivo con gli Editors, sampler e tastiere sono affidati a Calum Howard e in vece di batterista fa la sua presenza scenica Nicholas Willes - già turnista pluriversatile con la compagine di Tom Smith.

Il nome della band campeggia su un fondale nero che si illumina di grigio e blu, in una scenografia ridotta all’essenziale - ma che regala anche inaspettate sorprese, come il gattino dagli occhi laser in “Scattered ashes”. Alle ventidue “Give up the ghost” dà il via allo spettacolo con un tiro epico che trascina rapidamente il pubblico nell'immaginario onirico e decadente del gruppo, subito alle prese con una forma diretta e se possibile ancora più amplificata del proprio repertorio. C'è poco spazio per le parole: la scaletta mette in fila tutto il piccolo canzoniere dei Minor Victories (con l’unica eccezione di “For you always”, originariamente cantata in duetto con Mark Kozelek) moltiplicando l’impeto e l’elettricità crepuscolare dello studio di registrazione. Tra dream pop, sintetizzatori e distorsioni post rock, il muro di suono generato dai cinque ha la sua antitesi nella voce angelica e un po' algida di Rachel Goswell, il cui cantato è quasi inintelligibile. I suoi sono sussurri più che parole, con i testi si perdono in un sound potente e incessante dalle indefinibili suggestioni cinematografiche.

Tutto il set procede lungo il solco tracciato dalla chitarra filmica di Braithwaite, che inevitabilmente finisce per spostare l'asse sui Mogwai, senza però risultare mai troppo invadente. Anche nei momenti fisiologicamente più rilassati, come in “The thief”, la tensione creata è tangibile e pronta a deflagrare con forza in ritmi ossessivi guidati dalla cassa in quattro sempre presente. Tra i tanti motivi, tutti validissimi, per non perdersi la performance dei Minor Victories ce n’erano almeno due che non potevano non creare attenzione: fugare ogni possibile dubbio sulla validità che un supergruppo potrebbe generare e dimostrare la propria caratura dal vivo. Dilemmi subito sciolti già dalle prime note, con una band lucida e compatta che in un’ora ha offerto una colonna sonora realizzata per immagini che non esistono, con una carica emotiva e una coesione da squadra rodata negli anni.

Sul finale, ecco la lunga coda noise di “Out of the sea”: i musicisti abbandonano la scena lasciando gli strumenti in un feedback sonoro che non accenna a esaurirsi se non quando i due roadie di palco, forse mossi a compassione per i timpani dei presenti, spengono gli amplificatori, a luci ormai accese. Non ci sono bis, ma c'è tempo di una birra con il proprio pubblico, tra autografi e sorrisi larghi. Non sono poi così cupi questi inglesi.

(Marco Di Milia)

SETLIST

“Give up the ghost”
“The thief”
“A hundred ropes”
“Cogs”
“Breaking my light”
“Folk arp”
“Scattered ashes”
“Higher hopes”
“Out to the sea”

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