NEWS   |   Italia / 25/10/2016

La via italiana al rock: Eugenio Finardi racconta i 40 anni di ‘Musica ribelle’ – INTERVISTA

La via italiana al rock: Eugenio Finardi racconta i 40 anni di ‘Musica ribelle’ – INTERVISTA

Ci sono chitarre d’ogni tipo, riviste rock, libri, pile di spartiti di musica classica. Quadri appoggiati per terra, pianoforte, una tastiera. Sul tavolo, una copia del cofanetto “40 anni di musica ribelle 1976-2016”.
Eugenio Finardi ci accoglie nella sua casa milanese e scarta di fronte a noi il cofanetto che esce nell’anniversario della sua canzone e del suo disco più celebri, assurti a simbolo di un’epoca. Lo fa con la cura dell’appassionato. Toglie l’adesivo incollato sul cellophane e lo riposiziona all’interno del box. Tira fuori il libretto pieno zeppo di foto e testimonianze, bellissimo, le stampe e poi i dischi in vinile dei suoi primi cinque album, quelli pubblicati dall’etichetta Cramps, quelli che l’hanno trasformato in una delle voci più forti di un intero movimento e uno dei primi e più convincenti rocker italiani. Edizioni filologiche, con copertine restaurate di “Non gettate alcun oggetto dai finestrini” (1975), “Sugo” (1976), “Diesel” (1977), “Blitz” (1978), “Roccando rollando” (1979). Per noialtri appassionati è un pezzo di storia della musica italiana. Per lui un pezzo di vita. E infatti si commuove mentre pensa a quel Finardi, poco più che ventenne, assieme ingenuo e sfrontato.

 

Com’è nata l’idea del cofanetto?

Dopo aver venduto la Cramps Alfred Tisocco, il figlio dell’editore originale, ha svuotato un magazzino pieno di bauli con scritto “Area”, “Finardi”, “John Cage”, “Arti e mestieri”. Abbiamo aperto il mio, era pieno di faldoni di fotografie, fatture, bolle d’accompagnamento, di tutto. C’erano anche i multitraccia a nastro di “Sugo” e di “Blitz”. Non potevamo sentirli subito, l’ossido sarebbe rimasto sulla testina e si sarebbero rovinati. In questi casi si usa un sistema della Ampex: le bobine vengono messe in forno per 76 ore a 42°, e così si possono di nuovo leggere e digitalizzare.

 

E com’è stato risentirle?
È stato come una madeleine di Proust, una macchina del tempo. È quello che sentivo in cuffia quando li incidevo. La sorpresa è che quelle tracce corrispondono a quel che poi è stato pubblicato: all’epoca non c’erano i sistemi di post produzione di oggi. Nella versione del cofanetto in cd c’è un dvd con i multitraccia originali di “Extraterrestre”, “Musica ribelle” e “Voglio” su cui chiunque può lavorare con Logic, Audacity o altri software – col materiale che la gente ci invierà faremo un sito o una pagina Soundcloud.

 

E poi come si è arrivati al cofanetto?
Ho chiesto alla Universal di fare qualcosa con il materiale d’epoca e con i master che avevano loro. Mi hanno proposto un’operazione tipo il reload di “Hai paura del buio?” degli Afterhours, ma con queste canzoni non avrebbe funzionato. “Sugo” è perfetto così, ha una sua sonorità.

 

Hai scoperto qualcosa ascoltando i master originali?
Ho scoperto che c’erano frequenze tagliate dai vinili d’epoca. Solo negli anni ’80 capimmo che veniva fatta la lucidatura della “madre” da cui si ricavava la matrice per stampare i vinili. In pratica, per togliere le impurità l’operaio passava un po’ di pasta abrasiva e così facendo portava via migliaia di hertz di alte frequenze. Ho fatto personalmente col tecnico una rimasterizzazione accurata e filologica.

 

All’interno del dvd, nell’introduzione alle multitraccia, chiedi di ascoltarle con rispetto, perché c’è la vostra anima dentro. Riprendendo in mano questi dischi cos’hai ritrovato di te?
Ho ritrovato il metodo di lavoro di allora. Non c’erano spartiti. Arrivavo, insegnavo gli accordi ai musicisti e suonavamo quasi tutto in diretta. C’è un’innocenza e allo stesso tempo una grinta che… che mi commuove. Non sono io, questo, capisci? [Indica una sua foto d’epoca] È come se vedessi mio figlio. C’è un rapporto quasi paterno, un senso di tenerezza e di fierezza [si commuove]. Non “l’ho fatto io”, ma “l’ha fatto lui”. E come cazzo l’ha fatto? Boh… Avevo 22, 23 anni. Lucio Bardi aveva 16 anni ai tempi del primo disco. Water Calloni 19 quando ha fatto “Musica ribelle”. Lucio Fabbri 20. Eravamo innocenti e allo stesso tempo consapevoli.

 

Che atmosfera si respirava alla Cramps?
Era un’isola felice. Gianni Sassi, che l’aveva fondata ed era un pubblicitario situazionista intellettuale, aveva avuto l’intuizione di lasciare totalmente liberi gli artisti influenzandoli in maniera sottile, circondandoli di stimoli. Quasi tutte le sere organizzava cene in cui ti potevi trovare seduto con Demetrio Stratos, Paola Pitagora, sindacalisti dell’Alfa Romeo, Nanni Balestrini, poeti emergenti, John Cage. Un modo straordinario di stimolare la creatività. In cambio, chiedeva carta bianca sulle copertine. Usava un font tipo macchina da scrivere che aveva creato, il Remington Alsa, che comunicava attualità quasi giornalistica.

 

C’era anche una forte idealità in quegli anni…
Dopo il primo album cominciai a suonare ai festival dell’Unità e di Lotta Continua, a vivere il momento politico. Mi resi conto che il mio ruolo nel movimento di allora, che pensavamo avrebbe cambiato il mondo, era quello di testimone, non di guida ideologica. Ho testimoniato sogni e accadimenti privati. Se non fossi per metà americano, si potrebbe dire come in un film di Sordi “Storia di un italiano 2”. Anzi, “Storia di un hippie”.

 

Voce, arrangiamenti, espressività, tutti i pezzi sono andati al posto giusto con il secondo album “Sugo”, quello di “Musica ribelle”.
Il primo disco era a metà fra folk e rock. Era americaneggiante e non così a fuoco. Con il singolo “Voglio” capii che volevo fare rock, sì, ma rock italiano e perciò in “Musica ribelle” eliminai tutto ciò che era americano. Del rock ho tenuto la grinta, la furia, la carica. Non c’è una chitarra elettrica in “Musica ribelle”, ci sono i mandolini elettrici e il violino, che è uno strumento italiano, anzi lombardo. Grazie alla multitracce ho riscoperto che Patrizio Fariselli suona un ARP Odissey da zampogna sarda. Se senti i Rolling Stones le radici sono blues. Se senti “Musica ribelle” le radici sono Vivaldi. C’era voglia di creare una via italiana al rock, che poi non è stata portata avanti: i vari Vasco e Ligabue, e io stesso, siamo tornati a fare rock come linguaggio internazionale.

 

È vero che per il titolo “Musica ribelle” ti ispirasti a “Rebel music” di Bob Marley?
No, quella canzone di Marley la scoprii dopo. Ricordo che mi intervistarono e mi chiesero: come definiresti il tuo stile? Risposi: musica ribelle arrangiata alla Weather Report. Da lì nacque l’idea.

E l’eroina? L’anno scorso hai cantato “Scimmia” dal vivo con i Bluvertigo.
Mi sembra una cosa accaduta a un altro. L’unica dipendenza che mi è rimasta è il cibo…

 

Dopo “Musica ribelle” arrivarono “Cuba” e poi “Zerbo”, canzoni piene di dubbi sul movimento.

Quelle canzoni si ribellavano alla ribellione obbligatoria degli anni ’70. E poi devi anche considerare che cosa voleva dire essere Finardi in quell’epoca. Nel ’77 o ’78 a Padova mi spararono sul palco. Era una Festa dell’Unità, fuori c’erano scontri fra autonomi e polizia. Al concerto arrivai sotto un tunnel di scudi della celere. Durante “Musica ribelle” sentii tre colpi di rullante fuori tempo. Mi voltai verso Mauro Spina che era bianco come un tasto di pianoforte. All’epoca avevamo tre occhi di bue al mixer sempre puntati sul palco. Servivano anche per farci vedere in controluce i sassi che ci tiravano. Quella sera mi girai e vidi la mia ombra sul fondale bianco dietro di me con tre fori di pallottola. “Stanno sparando da fuori”, spiegai al microfono, “non me la sento di morire per tre canzoni”. Cominciarono a tirare sassi e a darmi del vigliacco.

 

La tua americanità era un problema? All’epoca veniva contestato persino chi suonava il blues…
Adesso ci sono molti figli di coppie di varia nazionalità, all’epoca ero diverso dagli altri e l’Italia era spaventosamente omogenea. Io avevo una mamma albina, americana, strabica e cantante lirica, figurati… Il conformismo era soffocante anche fra la sinistra, persino negli anni ’70. Guarda le foto dei vari De Gregori e Guccini, hanno tutti la barba, il capello lungo ma tagliato in un certo modo, l’eskimo, le Clarks. E se volessi vestirmi in un altro modo? E infatti se vedi i miei passaggi televisivi di “15 bambini”, suicidio professionale, ho un bomberino rosa shocking… e andate tutti a cagare.

 

Perché finì il rapporto con la Cramps?
La Cramps aveva un solo grande difetto: non pagava. Io ero quello che rendeva più di tutti, insomma la Cramps la mantenevo io e non poteva andare avanti così. Andai da Gianni Sassi, ne parlammo e lui negoziò un ottimo contratto con la PolyGram.

 

Come si chiuse questo periodo?
Con la fuga a Carimate dopo che trovai le gomme dell’auto tagliate. Un collettivo femminista mi fece trovare la mia foto mentre portavo fuori il cane con una minaccia di morte, la mia o del cane. Stavo registrando a Carimate “Roccando rollando”, comprai casa lì e ci restai per tutti gli anni ’80.

 

Il 4 novembre presenti il cofanetto con un concerto al Dal Verme di Milano. Chi ci sarà sul palco con te?
La mia band di “Fibrillante”, più Lucio Fabbri, Walter Calloni, Lucio Bardi, Faso, Elio, Patrizio Fariselli, Ares Tavolazzi, Maurizio Preti, Mauro Spina, Mark Harris, Vittorio Cosma.

 

Seguirà un tour?
Quello del 4 è un concerto costoso e complesso. Sarà un evento unico.

 

(Claudio Todesco/Gianni Sibilla)

 

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