PJ Harvey a Milano: la recensione del concerto all'Alcatraz

PJ Harvey a Milano: la recensione del concerto all'Alcatraz

Sono quasi le 10 quando una “marching band” entra sul palco dell’Alcatraz: il locale, sold out, si è riempito da poco. E 10 musicisti sfilano verso il centro della scena: fiati, gran cassa, violino, chitarre. 9 uomini, e una donna, che rimane in seconda fila.

Minuta, nascosta dietro un sassofono che sembra gigantesco, eppure è impossibile che lo sguardo non vada verso di lei. Il carisma di PJ Harvey ruba la scena, sempre. La band attacca “Chain of keys” e lei finalmente si porta in prima fila.

La sfida del concerto è quella di ricreare il suono ricco e complesso di “The Hope Six Demolition Project”, l’ultimo album di studio, uscito in primavera. E si capisce da subito che la sfida è vinta: la band giocherà, per tutta la sera, alle “musical chairs”, scambiandosi posti, ruoli, strumenti. In alcuni momenti ci saranno 7 voci (gli unici che non cantano sono gli addetti ai fiati), in altre 4 percussioni, e così via.

E poi c’è lei, Polly. Non dice una parola, se non per presentare la band - in cui svettano, come su disco, gli italiani Enrico Gabrielli (che si prende l'applauso più grande dalla platea)  e Asso Stefana, oltre agli storici collaboratori John Parish e Mick Harvey.

PJ Harvey Non imbraccerà mai la chitarra - l’unica concessione al rock di inizio carriera sarà “50ft Queenie”, nella seconda parte dello spettacolo. Non ne ha più bisogno.

E’ treatrale, magnetica: a volte canta dietro l’asta, sottolineando i passaggi delle canzoni gesti da attrice esperta. Altre volte prende il microfono e gioca con il filo, con l’esperienza di una crooner d’altri tempi. Un po’ diva distaccata, un po’ cantautrice oscura, ipnotizza il pubblico con la voce potente e con la sua semplice presenza, senza interagire - almeno apparentemente - con la band.

Sono lontanissimi i tempi in cui PJ Harvey veniva paragonata a Patti Smith (“Lazy journalism”, ribatteva giustamente lei). L’ultimo disco e questo spettacolo sono il punto di arrivo e la chiusura del cerchio di una carriera ricca e sfacettatata, in cui rock, sperimentazione, poesia, narrazione, teatro si uniscono senza soluzione di continuità.

Tutte le 11 canzoni dell’ultimo disco troveranno posto in scaletta, seppure non in sequenza, e inframezzate soprattutto da quelle di “Let england shake”. Spiace invece che della prima fase della carriera siano solo tre le canzoni, perché - rock di "50ft queenie"  a parte - tutto quello che vediamo oggi arriva proprio da canzoni come “Down by the Water”, accolta da un boato, e  “To Bring You My Love”.

Il bis è un quasi gospel con “Near The Memorials To Vietnam And Lincoln”, a cui segue “Last living rose”. Dopo 90 minuti di concerto, 10 musicisti in fila sul palco, ringraziano. E il pubblico ringrazia, a sua volta.

(Gianni Sibilla)

 

SETLIST

Chain of Keys
The Ministry of Defence
The Community of Hope
The Orange Monkey
A Line in the Sand
Let England Shake
The Words That Maketh Murder
The Glorious Land
Medicinals
When Under Ether
Dollar, Dollar
The Devil
The Wheel
The Ministry of Social Affairs
50ft Queenie
Down by the Water
To Bring You My Love
River Anacostia

Encore:
Near The Memorials To Vietnam And Lincoln
Last Living rose

 

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