Bruce Springsteen: 'Born to Run', l’autobiografia. La recensione di Rockol

Bruce Springsteen: 'Born to Run', l’autobiografia. La recensione di Rockol

Questa autobiografia porta le stigmate dello showman che l’ha scritta.

Come uno dei suoi concerti è lunga, intensa e divertente. Onora chi l’ha messo e lo mantiene su quel palco: la sua famiglia, i suoi eroi del rock e i suoi fans. Non lesina cover e out-takes. E, alla fine, ti lascia felice e stravolto dalla gioia, dalla fatica, dalle emozioni.

La storia della vita di Bruce Springsteen ha per protagonisti principali la sua chitarra e suo padre. Affonda le proprie radici umane e artistiche nel New Jersey della classe operaia intriso di religione cattolica. “Born to run” prende forma in uno spazio-tempo a metà tra gli anni ’50 e ’60, tra Elvis e Dylan, tra British Invasion e garage band, tra Vico e l’Irlanda, tra gli hippie e i blue-collar. I co-protagonisti sono diversi e tutti importanti: la madre, semplice e imperscrutabile al contempo, troverà sessanta dollari per la sua prima scalcinata sei corde. Patti, l’anima gemella, l’amore e l’intelligenza nella stessa confezione. Clarence e Steve, gli amici nella band. Jon Landau, un mentore-manager-fratello più anziano. E il dottor Myers…

La voce narrante di un ex ragazzo che non ha mai lavorato un’ora in fabbrica in tutta la sua vita e ha popolato uno straordinario canzoniere con quegli “ordinary Joe” in tuta blu che sono la spina dorsale dell’America più reale qui si cimenta con la prosa. Beh, funziona. L’alternanza costante tra delitto e castigo, peccato e gloria, sesso e sacrestia, ambizione sfrenata e profonda umiltà ha il ritmo e il senso del soul: solo quella innata vocazione per il sacro e profano salda in modo credibile storia e leggenda del rock (unica) con una vicenda umana complessa (comune a tutte le nostre).

In buona sostanza “Born to run” racconta al lettore e a sé stesso come dalla povertà di una casa di Freehold abitata da un padre ostile e incombente si diventa Bruce Springsteen. Intreccia il  filo conduttore del rock all’analisi dei demoni che abitano la sua mente e il suo cuore. Al rock (alla chitarra) ha sempre attribuito un potere salvifico e redentore, ma lungo oltre 500 pagine chiarisce al lettore quanto sia sempre stato un impegno duro e costante bilanciarne la natura evasiva, l’intrattenimento che è l’essenza del suo scopo con la sua personale ossessione per l’autenticità e l’integrità della sua musica. E’ un’ossessione, e non un semplice obiettivo, perché l’uomo Bruce – come chiunque, d’altronde – è più complesso della figura che milioni di fans additano ed esempio, maestro, idolo ed eroe. Raccontare il suo personale dietro-le-quinte coincide con la rivelazione: la promessa implicita di scoprirsi, che è in cima alla lista dei desideri di ogni lettore-fan, viene mantenuta appieno.

Bruce è un artista ambizioso fin da quando, ragazzino, lo soprannominano “Blinky” perché l’insicurezza gli fa battere le palpebre di continuo. E’ determinato a conquistare il proscenio fiducioso com’è nella superiorità del suo talento ma conscio delle sue caratteristiche, dei suoi limiti precisi. Per esempio, la sua voce (“about my voice: I don’t have one”) che, dunque, compensa con altri pregi, in primis con una capacità naturale di occupare il palco raccontando storie che si imprimono. Nel suo racconto è brutalmente onesto su come quel talento abbia lasciato vittime sul terreno durante un viaggio lungo decenni e progettato per durare molto, per fare la storia del rock. Consapevole che il rock è spettacolo (“act”, recita), impone a sé stesso una disciplina ferrea che, trasferita ad altri – i componenti della E Street Band su tutti – significa durezza, comando, quasi dittatura. “A benevolent dictatorship”, la definisce: la band è sua, la democrazia in un gruppo non esiste ed è solo una bomba a orologeria che lui da tempo ha deciso di disinnescare dopo avere creduto che un vero spirito cameratesco potesse funzionare e constatato invece che, salvo rare eccezioni, non si adatta ai suoi obiettivi. Non si sgarra: i suoi musicisti sono alle sue dipendenze a condizioni precise, incluso il privilegio – non meglio dettagliato in un aneddoto – di essere i meglio pagati della terra. Amici veri (Clarence, Steve, Danny) si allontaneranno da e torneranno nella E Street Band, a volte fraintendendo la sua autorevolezza e la sua benevolenza, restandone delusi ma mai perdendo il senso profondo del legame con il frontman. Essere il Boss (la parola che non menziona mai nel libro) significa non perseguire nulla che sia meno che epico e storico, sostenuto dalla convinzione che la grandezza esista e che coincida con la redenzione. La redenzione è la giustificazione per l’ambizione a essere grandi. E la migliore espressione della grandezza nel rock, per Bruce, coincide con la E Street Band lanciata al massimo della velocità e della potenza, una bar band per decine di migliaia di persone, una “gang” il cui frontman è la proiezione del fan sul palco.

Il celebre keynote di Austin del 2012 non poteva, evidentemente, che essere solo la punta dell’iceberg: “Born to run” rivela appieno la mostruosa cultura musicale di Springsteen, un vero letterato nel suo settore. Padroneggia la storia del rock e le parentele tra i generi come uno studioso ma, a differenza degli altri, la ama visceralmente e istintivamente e l’ha applicata in migliaia di ore trascorse sui piccoli palchi dei bar di terza serie della costa del Jersey, oscillando disinvolto tra soul e country, gospel e blues, chitarra acustica e sezione fiati, esibizioni soliste e concerti atomici.

Codificando le sue influenze, il loro impatto e il loro significato essenziale, racconta sé stesso.

A trent’anni, tra “Nebraska” e “Born in the U.S.A.”, al culmine di un road trip con il suo amico del cuore, Springsteen crolla di fronte alla disarmante e squallida realtà della vita di provincia di un minuscolo villaggio del Texas: l’osservazione delle cose normali che sono a portata di mano ma che lui rifugge mentre tenta (finge?) di conquistare e di mettere al centro della sua vita e del suo cuore, oltre che delle sue canzoni; quella soddisfazione semplice che coincide con l’accettazione ma che lui non riesce che a osservare, invece che a conquistare, fa da detonatore alla depressione che ha bussato alla sua porta. Forse (non è mai espresso chiaramente) quella notte il peso di ciò che ha imparato sulla difficile relazione con il padre attraverso le sue stesse canzoni rischia di annientarlo. “Now the bill collector is knocking, and his payment’ll be in tears”.

Ma è un “evento”, l’inizio di un nuovo viaggio, molto più importante del passaggio da “Greetings” a “Born to run”. Indirizzato da Jon Landau, vede subito un terapista e scoppia in lacrime di fronte a lui: “so began 30 years of one of the biggest adventures of my life ... not a song, not a performance, not a story, but a life”. Una vita trascorsa insieme al dottor Myers, che lo avrà in cura fino alla sua morte, otto anni fa. Sette anni fa, dopo il Superbowl, Bruce comincerà questa autobiografia.

La rivelazione centrale del libro è proprio nel binomio Douglas Springsteen-depressione, e a confronto le pillole da rockstar sono poca cosa, per quanto gustose. Poco o nulla viene raccontato qui sul gotha del rock che abita da decenni che non sia già noto. Molto, invece, viene svelato sulla famiglia e sulla psicologia dell’autore. Merita l’applauso per come schiva il sentimentalismo in agguato grazie a un tono leggero, a una spassosa autoironia, a dosi massicce di brutale onestà. Il candore della voce narrante permette di passare disinvolto dallo show business alla vita privata, selezionando gli aneddoti più metaforici come casi di studio. Gli viene in soccorso l’eccelso minimalismo che nei suoi testi migliori condensa in poche parole una vita o un significato profondo: istantanee espresse con umorismo e allegoria, punch-lines a bizzeffe (qui un campionario di parole e frasi chiave di “Born to run”).

Bruce Springsteen è il tuo vicino di sgabello al bar o uno che siede là vicino a Dylan e Lennon? Entrambe le cose. In “Born to run” il linguaggio diretto, comune e lineare di un blue-collar Jersey boy riesce a non lasciare equivoci e ha ritmo grazie a capitoli molto serrati, a episodi che non lasciano alcuna spiegazione inevasa. Ma la grandezza, la poesia e l’eloquenza del grandissimo songwriter tornano utili quando l’elegia può rendere improvvisamente universale una storia comune. Questo libro è un quintuplo album senza musica, in cui Bruce sguazza disinvolto da un rocker a un acustico, da un salto sul pianoforte a un sussurro, con la sola forza delle parole.

“Non vi ho detto tutto di me perché la discrezione e il rispetto per i sentimenti degli altri non lo consentono”, sottolinea a poche pagine dal termine. E aveva iniziato scrivendo: “Provengo da una città dove quasi tutto è ammantato da una sfumatura di imbroglio. Lo stesso vale per me”...

In mezzo non c’è la storia di Bruce Springsteen, ma il diario di bordo di un viaggio interiore alla continua “ricerca di un significato e del futuro”. Un viaggio che ha come compagni la musica e quel vecchio irlandese burbero afflitto da povertà e schizofrenia che è all’origine dei suoi timori, delle sue ansie e della sua determinazione a conquistare qualcosa di grande e di duraturo come i suoi concerti: “Davanti a migliaia di persone mi sono sentito sempre perfettamente al sicuro – ecco perché non riuscirete a sbarazzarvi di me”.

Il lieto fine?

È sepolto nel mezzo del libro. A San Mateo, nella piccola casa abitata dai suoi, Bruce posa sul tavolo la statuetta per l’Oscar vinto con “Philadelphia”. Il padre, come sempre seduto con una sigaretta in bocca e una birra a tiro, sussurra: “I’ll never tell anybody what to do ever again”. E le ferite cominciano a rimarginarsi.

(gdc)

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