Rockol incontra Bruce Springsteen: “Non ho intenzione di smettere con i concerti da 4 ore” - INTERVISTA E FOTOGALLERY (parte 3)

Rockol incontra Bruce Springsteen: “Non ho intenzione di smettere con i concerti da 4 ore” - INTERVISTA E FOTOGALLERY (parte 3)

(torna alla seconda parte)

 

Un altro elemento centrale è la tua formazione, in un ambiente cattolico, di italiani e irlandesi. Credi che sia rimasto un elemento religioso nei tuoi concerti e in generale nella musica?
Sono cresciuto come un ragazzo cattolico e per sei anni ho studiato la Bibbia e il Vangelo, e sono cose che non dimentichi, che tendono a riaffiorare quando scrivi. La struttura delle mie canzoni è che le strofe sono blues, ma il ritornello è gospel. Si va dal diavolo al paradiso, dalla dannazione alla salvezza. E’ una struttura cattolica!

Cosa serve, per confidarsi in maniera così onesta al lettore?
Ho solo cercato di scrivere aprendo la mia mente, e di ricreare sulla pagina quello che faccio da 40 anni sul palco. Quello è il mio termine di paragone. E di andare ancora più in profondità sulle complessità delle relazioni di cui parlo nelle mie canzoni.

Nel libro parli molto della tua lotta con la depressione. Credi che il rock sia una terapia?
Certo, è una parte della mia terapia. Uno dei modi in cui lottavo contro la depressione era cercare di sfinirmi. Lo sfinimento era un amico, perché ti toglieva quell’energia che serve alla depressione per farsi largo. Cercavo di essere troppo stanco per deprimermi.

Questo tour per il libro ti sta portando ad incontrare i tuoi fan. Qual è la reazione più comune, quando ti incontrano?
Dopo che mi dicono che sono più basso di quanto credevano, intendi? (ride). Mi ringraziano, di solito. Qualche volta per una canzone specifica, o perché stanno vivendo un momento particolare, e la mia musica li aiuta ad attraversarlo.
Ho investito enormemente nella mia relazione con i fan, e loro hanno investito in quella con me. E’ una relazione che mi aiuta a definire i parametri del mio lavoro

E’ qualcosa in cui dai tutto, come sul palco. Come fai a fare concerti così lunghi?
In realtà sto cercando di abituarmi a dare un poco di meno (ride).  Ma se penso ai miei esordi, nei bar suonavo anche 5 ore, con 10 minuti di intervallo… Sì, ero più giovane, ma dobbiamo proprio parlare della mia età? (ride)
I miei concerti durano tanto perché ci è venuto naturale farlo, appena abbiamo avuto abbastanza repertorio. E ora richiedono quel tempo, per avere un arco narrativo.
I concerti sono momenti in cui la dimensione temporale cambia: il tempo accelera, rallenta. Con un semplice gesto del braccio porti la gente nel passato e nel futuro, la fai muovere e ballare. Il tempo si deforma, durante i concerti.
E se parliamo solo di durata, sono organici, in quel lasso di tempo. Ma quando sei di fronte a decine di migliaia di persone, devi sapere cosa sta facendo, o ti sentirai denudato in 3 secondi netti. Il palco è il mio posto, quello dove la mia esistenza acquista un senso pieno.
E’ quello che so fare meglio, non credo di avere particolari altre abilità. E’ il mio trucco magico ed è qualcosa che prendo sul serio. E se non mi riesce bene, mi sembra di non avere mantenuto una promessa. So che quando vado sul palco, la musica può avere un enorme effetto sulla vita delle persone come lo ha avuto sulla mia.

Rivelerai qualche altro segreto nella tua prossima autobiografia, tra 20 anni?
No, non aspettatevi un altro libro. E’ come quando fai il secondo disco. Nel primo metti anni di esperienze e di canzoni. Per il secondo hai sei mesi, e speri di non esserti giocato tutto al primo colpo. Mi è piaciuto enormemente scrivere e magari scriverò dell’altra prosa, è possibile, ma non so in che forma.

Tornando all’età, fino a quando ti vedi fare quello che fai ora, questi concerti-maratona?
Non ho intenzione di smettere, finché mi sento bene. Non mi sento fisicamente molto diverso da quando avevo 40 anni. Anzi, ora so controllare e gestire meglio il mio corpo. Non vedo nessun tipo di problema che mi costringa a rallentare: andrò avanti a fare quello che faccio.

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