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NEWS   |   Pop/Rock / 18/10/2016

Rockol incontra Bruce Springsteen: “Non ho intenzione di smettere con i concerti da 4 ore” - INTERVISTA E FOTOGALLERY

Rockol incontra Bruce Springsteen: “Non ho intenzione di smettere con i concerti da 4 ore” - INTERVISTA E FOTOGALLERY

Bruce Springsteen usa gli occhiali da lettura. Prima di leggere qualche pagina di “Born to run”, li tira fuori da un taschino della giacca di pelle, indossata sul fisico di un quarantenne palestrato. Quegli occhiali sono uno dei pochi segni dei suoi 67 anni, assieme al volto solcato da qualche ruga, e una traccia di grigio naturale sulle tempie, in quei capelli per il resto neri. Ma il Boss fisicamente dice di sentirsi meglio adesso che 30 anni fa. Non abbiate paura, non smetterà di fare concerti di quasi 4 ore.

Si definisce "hard working", una sorta di operaio della parola. Ma è un performer consumato, coinvolgente e disarmante anche quando legge passaggi dal suo libro, o quando risponde alle domande dell’intervistatore. Rockol lo ha incontrato a Londra, nell’unica data europea del suo “book tour” di presentazione di “Born to run” (e della raccolta discografica gemella, “Chapter & verse”). Il formato prevede una lunga chiacchierata, domande dal pubblico e qualche minuto alla fine per foto e autografi. “Ne ho firmati più di 17.000, ci credete? Scrivetelo”, dice ai giornalisti europei, radunati nel primo pomeriggio all’ICA, sui bordi del St. James Park. Subito dopo è previsto un altro incontro, con i fan, in una libreria vicina (i biglietti a pagamento con una copia del libro autografata sono stati esauriti in pochi minuti e sono riapparsi sui siti di secondary ticketing a cifre che sfioravano le 1000 sterliine).
La sua voce recitante è bassa e roca, quasi tomwaitsiana. Ride spesso, e altrettanto spesso gli basta uno sguardo o una scrollata di spalle per far finta di sminuirsi, quando gli viene fatta una domanda troppo enfatica o per deviare un quesito a cui non vuole rispondere: “Davvero ho fatto più di 2000 concerti? Non li conto…”, dice, prima di  partire con un ragionamento su come durante i suoi show il tempo si deforma: “Accelera e rallenta, si dilata. Con un semplice gesto del braccio porti la gente nel passato e nel futuro, la fai muovere”.

Cosa hai scoperto di nuovo di te stesso, scrivendo questo libro? gli chiede un giornalista inglese. “Non molto, dopo 30 anni con uno psicanalista”, ride. “Ho imparato a organizzare i miei pensieri, a verbalizzarli e a prepararli per il pubblico, questo sì, ed è stato piacevole. Una volta che ho iniziato, è stato un flusso continuo e non mi sono mai trovato di fronte allo schermo vuoto”. Parla mal volentieri di politica, ed è chiaro che vuole rimanere un po’ distante dalle elezioni americane - ma non troppo: “Trump? Come faccio a spiegarlo io se non ci è riuscito nessuno? E’ una minaccia, questo è certo”, liquida l’inevitabile domanda.
Parla molto più volentieri del suo pubblico e della sua gente, gli irlandesi e gli italiani: “Che pubblico! E’ bello stare in posti in cui senti una connessione così forte. Voglio tornare un giorno al paese della famiglia di mia madre, Vico: c’è ancora una casa dei nostri parenti. Quando ho suonato lì vicino, a Napoli, non sono riuscito ad andarci”.
Anche di fronte ad una piccola platea di poche decine di persone, anche leggendo passaggi dal suo libro, Springsteen riesce alla perfezione nel suo “trucco magico”, quello che rivela nelle prime pagine di “Born to run”. “Quando mi trovo di fronte ad un pubblico è qualcosa che prendo sul serio. E se non mi riesce bene, mi sembra di non avere mantenuto una promessa. So che quando vado sul palco, la musica può avere un enorme effetto sulla vita delle persone come lo ha avuto sulla mia”, dice prima di congedarsi con un "let's have a drink!" e prestarsi a qualche parola, foto e autografo per i giornalisti.

Ecco cosa ha raccontato ieri a Londra Bruce Springsteen: il suo rapporto con Dylan, la sua famiglia, le sue canzoni, perché fa concerti così lunghi e soprattutto perché questa non è che una parentesi letteraria nella sua inarrestabile carriera musicale.

(Gianni Sibilla)

 

La notizia di questi giorni è il premio Nobel a Dylan: cosa ne pensi? Sei il prossimo?
No, sono a posto così… Bob è un poeta, io sono solo un operaio, uno che lavora duro. Lui è il padre della nostra patria, come ho scritto nel libro. L’ho ascoltato la prima volta quando era già nella fase elettrica, credo fosse il ’65, mentre la sua fase folk l’ho riscoperta solo più tardi. Ma immaginatevi l’effetto che può fare “Like a rolling stone” su un teenager di una piccola città. Fui fulminato, e mi ha aiutato nella mia ricerca: è stata la prima volta che ho sentito un racconto in musica vero e crudo del mio paese. Ovviamente, essendo anche io un autore di canzoni, non sono d’accordo con chi dice che la sua arte vale meno. Dylan è semplicemente uno scrittore - la sua opera sarà ritenuta grande anche quando tutti noi non ci saremo più.

Anche tu sei diventato uno scrittore, con “Born to run”. Che effetto fa scrivere un libro, rispetto ad una canzone?
Beh, nessuno ti applaude quando hai finito. Ma è una grande soddisfazione, anche se in un modo diverso. C’è un grande lasso di tempo tra quando scrivi e quando il tuo lavoro viene presentato al pubblico. E la presentazione non è una performance: io sono abituato ad andare su un palco e interpretare quello che scrivo, e questo mi manca.
Ma è un modo diverso di parlare al tuo pubblico. Nelle canzoni la gente è curiosa di sapere quanto di te c’è in quello canti…. Certe volte ci sono, certe volte no, mi invento personaggi. Qui non ci sono dubbi: è la mia voce ed il mio pensiero. E’ un’autobiografia.

GUARDA QUA LA FOTOGALLERY COMPLETA DI BRUCE SPRINGSTEEN A LONDRA

Quindi la maggior parte delle tue canzoni non è autobiografica, come spesso si sostiene?
No, ho inventato un sacco di roba. Nelle canzoni crei personaggi, ti interessi alle loro vite.
Se penso per esempio a “Tunnel of Love”, molti danno per scontato che sia personale. Ma è immaginazione: mi sono messo nei panni delle persone di cui cantavo. Certo, c’è una parte di me, e ogni tanto scrivo qualcosa di autobiografico, ma meno di quello che la gente pensa.

(vai alla seconda parte)

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