Julie's Haircut e Acid Mothers Temple in concerto alla Santeria di Milano: la recensione

Julie's Haircut e Acid Mothers Temple in concerto alla Santeria di Milano: la recensione

Lo spirito che fu dell’UFO Club della swingin’ London rivive per un giorno nei locali della Santeria Social Club di Milano. La prima edizione dell’OOOM Festival si propone infatti di dare spazio e forma a un concentrato di psichedelia, space rock, post, kraut e qualsiasi altra variegata forma musicale espansa. Un viaggio senza confini percorrendo una linea bizzarra che unisce la Circonvallazione Esterna, la via Emilia, il Giappone e, ovviamente, l’Universo tutto.

Ad aprire le prime porte della percezione ci sono Fabio Cuomo e i Lay LLamas, due tasselli di prim’ordine della nuova onda psichedelica italiana. Il primo, già batterista roccioso in diverse formazioni, è un pioniere del sintetizzatore, perfettamente a suo agio nelle atmosfere ipnotiche e dilatate, piene di rimandi dal passato, tra avanguardia e citazionismo; i Lay LLamas hanno invece un animo tribale che non conosce confini, una commistione di generi decisamente inconsueta con una tanto carica viscerale quanto diretta, al punto da essere una delle nostre realtà underground più esportate all’estero.

Alle nove sono di scena i Julie’s Haircut, collettivo tra i più multiformi dello Stivale, da vent’anni in pista senza mai perdere il filo del proprio groove. Arrivano in formazione allargata a sei elementi con tanto di sax, tra sperimentazione e linee melodiche eteree e sospese ma anche cariche di energia. Nel set, che a dirla tutta avrebbe meritato più spazio, “Death machine” con il suo synth a scandire il ritmo e una lunga e conclusiva “Devil in Kate Moss” per la scossa finale in attesa del nuovo album in studio, ideale seguito di Ashram Equinox del 2013.

A seguire, sul palco arrivano gli Acid Mothers Temple, dal Giappone: un’anarchia sonora incredibile pervade il set di una delle formazioni tra le più balzane del pianeta Terra, un gruppo con all’attivo qualcosa come settanta dischi in studio pubblicati dal ’96 a oggi. Un’ora e mezza di schiaffazzi violentissimi in un muro di suono impenetrabile dove non si può fare altro che lasciarsi trasportare, o meglio, colpire senza soluzione di continuità. Si parte subito di prepotenza, con uno degli attacchi più esagerati di sempre, che prima fa sgranare gli occhi al pubblico e poi lo martella con forza inaudita. I cinque del Sol Levante sono straordinari nella loro follia, più che far levitare le coscienze le travolgono di decibel: Higashi Hiroshi con la sua lunga criniera bianca al centro del palco sembra incarnare il saggio alla guida della propria compagine; Kawabata Makoto è chiaramente posseduto dalla funambolìa della Stratocaster di scuola Blackmore; la sezione ritmica di basso e batteria vestono in pigiama fricchettone; il chitarrista Tabata Mitsuru in parrucca blu, autoreggenti e gonna - ahinoi - sfortunatamente troppo corta, è surreale a tal punto da essere a metà strada tra un manga malsano e una soubrette un po’ troppo disastrata. Fuori controllo, la formazione nipponica ha un’idea tutta personale di trip music, molto più vicina alle lunghe evoluzioni dei Deep Purple di “Made in Japan” - guarda caso - che a cervellotici voli sensoriali alla ricerca di nuovi e profondi livelli di percezione. Si arriva anche ad omaggiare più o meno esplicitamente i Black Sabbath con una versione sfilacciata di “The wizard” di quasi venti minuti. Continuamente in bilico tra il metal e lo stupefacente, gli Acid Mothers Temple offrono agli astanti la propria carica a pallettoni, facendo un uso minimo della comunicazione verbale, cosa che, a ben vedere, risulta comunque assolutamente inintelligibile per chi come il sottoscritto ha una conoscenza del giapponese limitata al sushi della domenica.

L’OOOM Festival si rivela una curiosa anomalia fra le proposte live della città e della galassia conosciuta. Una manifestazione che nella sua prima incarnazione riesce a mettere insieme nomi nazionali e internazionali, accumunati più dall’attitudine che dall’appartenenza a un genere identitario, ma con la voglia di andare lontano anni luce dai tempi e dalle mode, ben oltre i confini della forma canzone e capaci tutti di lasciare un segno. Questa notte certamente, perlomeno nei sogni lisergici di chi vi ha preso parte.

(Marco Di Milia)

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