Depeche Mode, l’intervista: 'La nostra chimica si ricrea all’istante, ogni volta'

Depeche Mode, l’intervista: 'La nostra chimica si ricrea all’istante, ogni volta'

I Depeche Mode sono a Milano per qualche giorno. Ci ricevono in un albergo milanese, dopo la conferenza stampa internazionale di martedì 11 ottobre, in cui hanno annunciato il nuovo album “Spirit” e le date europee del “Global Spirit Tour”. E come due giorni fa, i fan li seguono ovunque: fuori, in strada, un gruppetto li attende fiduciosi sotto la pioggia. Come al solito, si dividono i compiti: Dave fa qualche videointervista, mentre Fletch e Martin - le menti musicali del gruppo - chiacchierano con altri giornalisti. Si scusano subito di non poter parlare di “Spirit”, che non è ancora finito, e promettono di tornare a marzo o aprile per spiegare i dettagli. Ma abbiamo provato comunque a farci raccontare come lavorano oggi i Depeche Mode e come, a tre anni di distanza da “Delta Machine” si è rimessa in moto una delle più grandi macchine musicali contemporanee. Ecco cosa ci hanno detto.

 

 

Alla conferenza stampa di martedì avete fatto sentire qualche frammento di musica nuova. L’unica parte vocale vedeva Dave cantare “Where’s the revolution?”. E’ il titolo di una canzone o un ritornello? A quale rivoluzione fate riferimento?

Fletch. La parola “rivoluzione” può voler dire molte cose, ovviamente… Non possiamo svelare molto ancora ora - il disco non è ancora finito, e preferiamo parlare di queste cose quando avrete potuto ascoltare tutto, così potrete fare domande più circostanziate. 

Facciamo questo lavoro da molto tempo, siamo abituati a questa routine. Adesso c’era la necessità di annunciare il tour con molto anticipo, per poter mettere in vendita i biglietti. 

Martin: Fare dischi è ancora importante per noi, per questo ne vogliamo parlare più avanti.

 

Parliamo allora del processo di lavorazione e di come avete ricominciato a lavorare assieme dopo “Delta machine”. I Depeche Mode sono un grande e complesso ingranaggio, oggi. E’ complicato rimetterlo in moto?

Martin: no, in realtà. Quando finisce un tour ci separiamo per un po’ di tempo. A quel punto hai passato 2 anni in compagnia del resto della band, e fa bene non vedersi e sentirsi- e comunque ormai viviamo tutti in parti del mondo diverse. Ad un certo punto io ricomincio a scrivere canzoni, e anche Dave scrive qualcosa. Quando sentiamo di avere abbastanza materiale, fissiamo un meeting con il nostro manager Daniel Miller.  In questo caso, per “Spirit”, abbiamo coinvolto da subito James Ford, il produttore. Ascoltiamo assieme i brani, e da lì ripartiamo: facciamo piani, parliamo dei tempi. Ma ci conosciamo da così tanto tempo che la chimica si ricrea all’istante.

 

E’ la prima volta che lavorate con James Ford. Avevate bisogno di un cambiamento in produzione o di suono?

Fletch: E' difficile che i Depeche lavorino per molto tempo con lo stesso produttore, e gli ultimi album sono stati più l’eccezione che la regola. E’ sempre importante per noi avere idee fresche sul suono. James ha lavorato bene con altri artisti e, a differenza dei Depeche che sono lenti, è molto veloce. E’ stata una collaborazione interessante.

 

C’è qualcosa del suo lavoro precedente, per esempio con i Last Shadow Puppets o con Florence & The Machine, che vi ha portato a lui? 

Martin: ce l’ha suggerito Daniel Miller, il nostro manager. Avevano già lavorato insieme, e pensava che fosse adatto alla nostra chimica. Abbiamo poi ascoltato gli album che ha prodotto, e la cosa impressionato è che riusciva sempre ad ottenere un gran suono pur lavorando su generi tra loro molto diversi…

Fletch: … e inoltre, arriva dall’elettronica con i Simian Mobile Disco, oltre ad aver lavorato molto con il rock. Un mix che fa al caso nostro.

 

Con tutti questi anni di carriera ed esperienza alle spalle, quanto avete ancora bisogno di un produttore e di qualcuno di esterno?

Fletch: è sempre buono avere un boss che qualcuno che ci dica cosa fare…

Martin: scherzi a parte, è fondamentale avere qualcuno che coordini il progetto. Noi tendiamo a rinchiuderci nei nostri spazi e ci vuole qualcuno che abbia una visione complessiva.

 

Quando riniziate a lavorare assieme, iniziate anche a pensare al tour?

Fletch: Non del tutto. Ovviamente si fa la prima programmazione in termini temporali. Ma prima pensiamo al disco, incidiamo le canzoni. E solo dopo pensiamo a come portarle dal vivo. Vederle rinascere su un palco, vedere le reazioni della gente di fronte a quello che scrivi, è una delle cose più belle dello stare in una band.

E solo dopo pensiamo anche alla produzione: anche in questo caso ci affideremo ad Anton Corbijn per i visual, ma ci penseremo più avanti. E’ più Dave che si occupa di questa parte, e siamo in buone mano, perché Anton è davvero un genio. 

 

 

Martin, negli anni è cambiato il tuo modo di scrivere canzoni?

Martin: No, per la verità è rimasto abbastanza simile a quello che uso da sempre. Inizio con chitarra o piano, o su un beat o una linea di basso creata al computer. E da lì, da quell’atmosfera, inizio a cantare, a cercare una linea melodica. 

 

E quanto è cambiata l’importanza che date ai tour?

Fletch: da sempre consideriamo lo studio e il tour come le due metà complementari della nostra carriera. Sono di uguale importanza. Abbiamo iniziato facendo musica elettronica, e per noi è sempre stato importante dimostrare come sul palco suoniamo bene e sappiamo essere eccitanti come una rock band. Oggi i pesi economici forse sono cambiati, soprattutto per le band più giovani, che si sostengono con i concerti, ma noi siamo fortunati: vendiamo ancora bene la nostra musica, e i concerti vanno bene, per cui rimangono in equilibrio e ugualmente importanti.

 

Tornerete a suonare anche nei palazzetti?

Fletch: per ora abbiamo annunciato gli stadi europei, poi faremo anche quelli americani. I Depeche Mode sono una grande band anche indoor, probabilmente anche più brava in quelle situazioni, quindi ci penseremo sicuramente.

Martin: ma il punto rimane lo stesso. E' il concerto di una band. Cerchiamo, in questa ottica, di non dare troppa importanza anche ai visual. Addirittura ricordo che ad un certo punto, durante il tour di “Songs of Faith and Devotion”, abbiamo ridotto gli schermi, perché la gente guardava più quelli che noi.

 

 

A Milano avete registrato “Violator”. Nel 2009 qua avete presentato alla stampa mondiale “Sounds of the universe” e il relativo tour, come avete fatto con “Spirit” martedì. C’è qualcosa che vi lega in particolare a questa città?

Martin: Abbiamo un rapporto così speciale che non ci ricordiamo neanche di queste cose (ride…). 

Fletch: Siamo fortunati: ovunque andiamo abbiamo grandi pubblici, tra loro diversi. Essendo a Milano dovrei dire che gli italiani sono i migliori, ma il fatto è che voi siete grandi cantanti, i tedeschi invece applaudono e tengono il tempo, e così via. Comunque il punto è che Londra è diventata una città noiosa. Pubblico a parte, quindi, è importante  stare in città che abbiano una buona “vibe”. Oggi magari siamo più sobri, non facciamo più party come una volta. Ma si dice che il luogo del backstage è sempre importante quanto quello del concerto…

 

(Gianni Sibilla)

 

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