Amedeo Minghi festeggia 50 anni di carriera con “La bussola e il cuore” – INTERVISTA

Amedeo Minghi festeggia 50 anni di carriera con “La bussola e il cuore” – INTERVISTA

Tre compact disc e 41 canzoni in gran parte inedite per festeggiare i cinquant’anni di carriera di Amedeo Minghi. “La bussola e il cuore” sono tre dischi in uno: l’album di nuove canzoni “La bussola”; la raccolta di rifacimenti e pezzi a tema religioso “Il cuore”; l’antologia di registrazioni d’archivio e di versioni alternative “Mappe”, una specie di “Tracks” del cantautore romano che debuttò nel 1966 con il 45 giri “Alla fine” / “Ma per fortuna”, con testi di Mogol. “Questo non è un disco celebrativo”, appunta Minghi, “è propositivo”. Per lanciarlo, annuncia un concerto in dicembre al Brancaccio di Roma diviso in due parti: nella prima giovani artisti interpreteranno le sue canzoni in vari stili, nella seconda Minghi canterà il repertorio del cofanetto. Nel gennaio 2017 prenderà il via il tour, un concerto-spettacolo nei teatri.

“La bussola”, 10 canzoni tra cui due co-firmate con Mogol, è il primo album d’inediti del cantautore da undici anni a questa parte. “Nel frattempo non sono scomparso, ho lavorato a due progetti che avevo in mente da tempo: un live di 6 CD intitolato ‘Di canzone in canzone’, contenente sei concerti unici, per un totale 89 brani; e ‘Suoni tra ieri e domani’ dove ho rivisitato con Cinzia Gangarella al pianoforte una parte dei pezzi che ho scritto per i colleghi”. Fra le canzoni di “La bussola” una, intitolata “Gente sul confine”, è di particolare attualità trattando il tema dell’immigrazione. “Molto spesso”, commenta Minghi, “si è pensato che il mio cantar d’amore escludesse canzoni che osservano la vita. Siamo di fronte a un cambiamento epocale: come non tenerne conto? E in fondo anche qui si canta d’amore: lo diceva John Lennon, che pure si professava ateo, che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è l’amore. Io sono nato nel ’47 e quindi nel ’68 avevo 21 anni. La mia generazione doveva cambiare il mondo e ha fallito. Anzi, ne abbiamo costruito uno peggiore. Ai ragazzi dico: non seguite il nostro esempio. Nel ’76 ne ‘L’immenso’ sognavo un mondo senza confini. Nel 2016 vivo in un mondo nel quale si costruiscono muri. Anche nella civilissima Londra”.

Il secondo CD “Il cuore” contiene nuove versioni in studio di cinque brani, tra cui i celebri “1950”, “L’immenso” e “Vattene amore”, più alcuni pezzi ispirati ai discorsi di Papa Giovanni Paolo II, a San Francesco, ai Vangeli. È un invito a riappropriarsi delle radici cristiane, un fatto non comune fra i cantautori italiani. “Quelli americani, invece, cantano di tutto, anche di religione. Io ho fatto cantare “Gerusalemme’ [non contenuta nel disco, ndr] da un arabo-palestinese e da una israeliana, mettendo in musica il dialogo interreligioso. Quando mi hanno chiesto di essere testimonial dell’Anno della Fede ho accettato la sfida di musicare testi sacri. Le poche volte che li ho presentati in pubblico hanno avuto un gran responso, perciò ho deciso di inserirli nel disco assieme a ‘Domani’ che è dedicata ad Anna Frank. Se fosse stata cattolica l’avremmo fatta beata, se non santa”.

Il terzo CD “Mappe” mette assieme incisioni inedite o rare dai primi anni ’70 alla prima metà degli ’80, e in alcuni passaggi mostra un Amedeo Minghi poco noto al grande pubblico. È anche un’occasione per ricapitolare la sua storia. “Quando cominciai nel 1966 il mondo era completamente diverso. In tutto. Vengo da un universo lontano: mi sento un po’ come il Capitano Kirk”. Il primo album, “Amedeo Minghi”, uscì nel 1973, nel periodo in cui si andava formando il carattere di quella che oggi chiamiamo canzone d’autore. “Ero uno degli artisti della cosiddetta scuola romana. Ricordo con affetto quegli anni: fra colleghi c’era tantissima collaborazione. Ci si mescolava, si scriveva assieme”, e infatti fra gli autori dei testi del debutto c’è Francesco De Gregori. “C’era il cenacolo della RCA, il luogo dove gli artisti venivano ad ascoltare i nuovi prodotti prima che venissero pubblicati. Eravamo l’uno il pubblico dell’altro”.

In alcune incisioni di “Mappe”, come “La terra di mio padre”, si sente un forte fruscio. “Perché provengono dalle lacche. Prima di pubblicare gli ellepì si facevano questi pronto-ascolto su lacche che duravano una ventina di riproduzioni e poi si rovinavano. Servivano per far sentire ai discografici che cosa si stava facendo, per capire se procedere in quella direzione. E quando i lavori venivano bocciati li si buttava. Letteralmente, buttavamo via mesi e mesi di lavoro”. La svolta arrivò con “L’immenso”, nel 1976. “La mia canzone più importante, quella che mi ha dato la patente di cantautore. Il successo internazionale convinse i discografici che potevo avere una carriera tutta mia, e non solo come autore per altri. Che era un’attività gratificante, ma anche un modo per mantenere la mia famiglia. Non che lavorassi con la mano sinistra, nel mio team c’erano Franco Califano e i futuri Oliver Onions. Nel disco c’è un inedito scritto con Califano, ‘Il coraggio di tornare’, che non ha mai trovato una collocazione” (fu pubblicata su 45 giri nel 1973 da Roberto Callegaro).

Si arriva poi ai grandi successi degli anni ’80 e ’90. Era cosciente del fatto che “1950”, presentata a Sanremo ’83, sarebbe stata una canzone importante? “Sì, lo ero. La presentai al festival e arrivai ultimo, in buona compagnia del Vasco Rossi di ‘Vita spericolata’. Ero talmente sicuro del valore della canzone che contestai a Vincenzo Micocci e ai miei discografici la scelta di andare a Sanremo. Non solo sapevo che in quel contesto la canzone non sarebbe andata bene, ma durava 5 minuti e per portala al festival avrei dovuto ridurla a 3 minuti. Un’amputazione che non sopportavo. Ma noi artisti non contavamo nulla, allora. Firmavamo un contratto ed eravamo assoggettati alle grandi discografiche. Accettai mio malgrado”.

Nel 1990 arrivò “Vattene amore”, cantata con Mietta. Ma s’immaginava, Minghi, che quel “trottolino amoroso e du du da da da” sarebbe diventato un tormentone? “No, non l’immaginavo proprio. E devo dire che il successo di quel brano ha distratto certi addetti ai lavori dall’essenza del mio lavoro. Ma non disconosco quel brano, anzi, magari fossi capace di scrivere un altro così. Come diceva Fossati: alzati che si sta alzando la canzone popolare. E comunque oggi abbiamo svelato l’arcano: quel ‘trottolino amoroso’ era una citazione del ‘farfallone amoroso’ da ‘Le nozze di Figaro’ di Mozart”. A proposito di Fossati e delle sue scelte, dopo 50 anni Minghi non pensa neanche lontanamente di ritirarsi? “Magari potrei smettere di fare concerti, perché dopo tanti anni la fatica si fa sentire, ma un autore che scrive, come fa a smettere? È inconcepibile. E infatti sto già lavorando al prossimo, grande progetto”.

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