NEWS   |   Italia / 10/10/2016

'I cantautori non vendono più': ma chi è disposto ad ascoltarli, oggi?

'I cantautori non vendono più': ma chi è disposto ad ascoltarli, oggi?

"Scrivo una canzoncina tutta per te, vera come le mie lacrime. Ma non ti preoccupare, non la sentirà nessuno: i cantautori non vendono più": si apre così "Canzoni per metà", l'ultimo album in studio del cantautore romagnolo Dente (uscito appena lo scorso venerdì), con queste poche parole che fanno riflettere. Specie se a pronunciarle, e ad inserirle in una sua canzone, è proprio un cantautore come Dente. In realtà, non è del tutto vero che i cantautori, oggi, non vendono più: anzi, negli ultimi tempi si è assistita ad una rinascita del genere. Qualcosa, però, è cambiato rispetto al passato: si è persa la pazienza nell'ascoltare musica. Non si ha più voglia di entrare in un negozio di dischi, comprare un album, tornare a casa e goderselo tutto dall'inizio alla fine. No. Nell'era dello streaming e dei social si preferisce la singola canzone, magari su YouTube, da condividere poi sui social: siamo tutti troppo distratti, andiamo tutti troppo di corsa. E figuriamoci se abbiamo tempo per ascoltare i pipponi (termine mutuato dal dialetto romanesco, un modo simpatico per definire quei discorsi molto lunghi ed eventualmente pesanti) dei cantautori.

Definiti da qualcuno come i poeti del ventunesimo secolo, oggi come oggi i cantautori sembrano aver perso l'importanza di cui godevano in passato. Sono il manoscritto in una bottiglia: quasi nessuno vuole avere a che fare con loro, che suonano inascoltati, senza echi. Il cantautorato italiano di oggi appare privo di energia, di originalità: a mancare, soprattutto, è l'esigenza di comunicare, di raccontare delle storie. Da un lato perché c'è ben poco da raccontare, dall'altro perché in pochi sono disposti ad ascoltare. Anche le canzoni sembrano aver perso la forza che avevano prima. Francesco Guccini, un Cantautore con la "c" maiuscola, non molto tempo fa - non a torto - ha detto:

"Ogni tanto ascolto la radio: la musica non l'ascolto più. Giusto quando devo viaggiare in auto. E la maggior parte delle canzoni che ascolto sono peggio che brutte: inutili, senza sapore. Ma non conosco neanche i nomi. Continuo ad ascoltare i cantautori storici, della vecchia guardia".


Una cosa che spesso si legge in giro quando si parla di cantautori in rapporto alla contemporaneità è: "Se De André, Dalla, Guccini, De Gregori, Battisti e compagni oggi partecipassero ad un talent, verrebbero eliminati subito". Probabilmente è vero: vi immaginate De Gregori o Guccini a fare un provino per un talent che è alla ricerca della nuova star internazionale? No, e il perché è molto semplice: perché De Gregori, Guccini e compagni non corrispondono alla figura della star, che è la figura dominante della società di oggi. Si cercano i miti, le icone, i divi e le dive. Quando, nel 2009, Paolo Vites chiese a De Gregori se al giorno d'oggi riscriverebbe una canzone fondamentale per il cantautorato italiano come "La storia", il cantautore romano rispose:

"Chiedermi oggi se la riscriverei non ha molto senso, forse la risposta sarebbe no. Mi sembra che oggi molta gente si faccia coinvolgere più dai reality che dalla realtà".


È lo spirito del tempo, ad essere cambiato: la figura del cantautore era lo spirito della società degli anni '60 e '70 ed era il prodotto di quella società. Una società, se vogliamo, ricca di stimoli culturali, sociali e politici da trasformare in parole e in musica. Un esempio significativo: nel 2016 Dalla potrebbe scrivere una canzone come "Futura", in cui una storia d'amore si intreccia con uno scenario storico e politico mozzafiato come la Berlino, la Germania, l'Europa e se vogliamo anche un po' il Mondo diviso in due da un muro?

"Il testo di 'Futura' nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Check Point Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta", raccontò il cantautore bolognese a proposito della canzone, "in quella mezz'ora scrissi il testo di 'Futura', la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l'altro di Berlino Ovest che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura".


Oggi che lo spirito del tempo è rappresentato dagli idoli delle ragazzine e dalle boy band, quella del cantautore appare come una figura quasi fuori contesto (e no, Dalla non potrebbe mai scrivere una canzone come "Futura", nel 2016). Se i cantautori di ieri avevano il compito di fotografare la realtà, di descriverla, di immortalarla come una Polaroid, quelli di oggi sembrano aver terminato le pellicole. Se i cantautori degli anni '60 e '70 erano espressione della cosiddetta controcultura e cercavano di andare oltre la cultura dominante - quella del consumismo, dalla quale si discostarono - oggi, probabilmente, a mancare è anche quella controcultura: si preferisce il disimpegno di "Andiamo a comandare" all'impegno delle canzoni dei cantautori. Se al poeta di Baudelaire era scivolata l'aureola nel fango, al cantautore italiano è caduto il megafono. Per qualche tempo, a dire il vero, una controcultura "musicale" alla cultura dominante c'è stata: la scena indipendente, il cosiddetto panorama "indie-alternative". I cantautori di oggi appartengono tutti a quella scena (alcuni, poi, dopo alcuni dischi da indipendenti sono pure approdati alle major): da Brunori Sas a Vasco Brondi, da Dente a Bugo, passando per Appino e Colapesce e fino ad arrivare a Iosonouncane. Sono cantautori che, per certi versi, sembrano rifiutare il successo "pop", popolare, rintanandosi nella loro nicchia e guardando il resto con un atteggiamento a tratti snob. Domenico Modugno, il capostipite dei cantautori italiani, era sì un cantautore, ma un cantautore "pop" nel vero significato del termine: uno che voleva andare d'accordo con i gusti del pubblico e cantare canzoni in grado di arrivare a chiunque. Ecco, i cantautori di oggi quasi si vergognano di essere "pop". Se chiedi al tuo giornalaio: "Conosci Dente? E Vasco Brondi? E Brunori Sas?", ti risponde che no, non li conosce. Eppure è tutta gente con alle spalle anni di carriera e almeno cinque dischi pubblicati.

Nell'estate del 1979, con il loro tour congiunto "Banana Republic", Lucio Dalla e Francesco De Gregori cercarono di traghettare il cantautorato dalle élite alle masse, e ci riuscirono - sorprendentemente. Ecco, a distanza di 37 anni da quella storica tournée, ci vorrebbe un nuovo Lucio Dalla, un nuovo De Gregori e un nuovo "Banana Republic" per ridare linfa vitale al cantautorato italiano. Sempre ammesso che qualcuno sia disposto ad andare ad ascoltarli in concerto...

di Mattia Marzi