“Tenco famiglia”: qualche riflessione sulla polemica degli eredi di Luigi con Mogol (e sulla beatificazione del cantautore)

“Tenco famiglia”: qualche riflessione sulla polemica degli eredi di Luigi con Mogol (e sulla beatificazione del cantautore)

Ho lasciato passare qualche giorno, prima di scrivere queste righe, per non dare la sensazione di voler approfittare del clamore mediatico suscitato dalla polemica che ha visto scendere in campo gli eredi di Luigi Tenco in contrapposizione con Mogol e le sue dichiarazioni riguardanti il cantautore morto a Sanremo nel 1967, rilasciate nel corso della trasmissione televisiva “Viva Mogol” andata in onda una decina di giorni fa. Adesso, a bocce ferme, mi sembra utile, se non doveroso, sottolineare un’importante incongruenza, facendolo senza voler prendere posizione, ma con lo spirito dello studioso e non con quello del partigiano per l’una o per l’altra sponda.
Ci sarebbe da fare una lunga premessa sui comportamenti, a volte questionabili, dei “difensori della memoria” degli artisti scomparsi: da quelli della vedova di Lucio Battisti a quelli della vedova di John Lennon, passando per quelli delle vedove di Giorgio Gaber, di Fabrizio De André, di Ivan Graziani eccetera eccetera: ma non è questo il momento per farlo. Ci sarebbe anche da precisare che gli “eredi Tenco” sono, oggi, la moglie (Graziella) del fratellastro di Luigi, Valentino (maggiore di Luigi di circa dieci anni e scomparso qualche anno fa), e i suoi figli, Patrizia e Giuseppe, che erano bambini all’epoca della morte di Luigi. Infine ci sarebbe da ricordare che Mogol, oggi ottantenne, non solo è anziano e non è detto che la sua memoria a volta non faccia cilecca (e non necessariamente in malafede), ma è anche un “gloriosus” in senso plautino – e non sto a spiegare di più, chi ha orecchie per intendere intenda.
Quel che gli eredi Tenco contestano a Mogol sono alcune affermazioni specifiche: fra le quali quella di aver partecipato ai funerali di Tenco, ai quali, scrivono, “eccezion fatta per Fabrizio De André, Anna Fabbri (moglie di Gino Paoli), Michele Maisano, Gian Franco Reverberi e Gian Piero Reverberi, nessun altro artista o personaggio del mondo dello spettacolo e tanto meno di quella edizione del Festival di Sanremo si presentò”. Io non c’ero, a quei funerali, e non posso testimoniare: ma Mogol all’epoca non era certamente un viso noto, quindi non posso escludere che sia stato presente senza essersi fatto notare o riconoscere.
Sorprende che gli eredi Tenco non abbiano invece fatto notare l’inattendibilità di un’altra dichiarazione di Mogol, quella che segue:
"Mi ricordo che quell'anno lì avevo tre canzoni a Sanremo e non sono andato proprio per dimostrargli che ero contrario alla sua partecipazione. Attraversando il soggiorno di mia mamma, ho visto Luigi sul televisore che cantava con una maschera drammatica. Cantava questa canzone che non era drammatica e sembrava andasse controcorrente. Ho avuto una fitta di dispiacere".
Ebbene, come ha puntualmente ricostruito Ferdinando Molteni nel suo libro “L’ultimo giorno di Luigi Tenco” (uscito nel 2015 per Giunti Editore), è impossibile che Mogol abbia visto sul televisore l’esibizione di Tenco nella prima serata del Festival di Sanremo del 1967, il 27 gennaio.
Cito testualmente dal libro:
“Il pubblico della platea del Teatro del Casino` e` stanco, quando Tenco sale sul palcoscenico. Ha gia` ascoltato ventinove esecuzioni. A Tenco tocca la numero trenta. Dalida ha appena cantato ed e` stata brava. Le telecamere del Secondo Canale nazionale si sono spente da tempo, dopo i primi quindici o venti cantanti del Festival. Poi e` andato in onda, a partire dalle 22,45, un documentario intitolato ‘Un giorno alle corse’. Ma e` probabilmente gia` finito, quando Tenco appare in scena. Sul video, nelle case degli italiani, c’e` il monoscopio. Chi vuole ascoltare Tenco deve procurarsi una radio. Li`, sul Secondo Programma, le canzoni vanno avanti ancora per un’ora, fin quasi a mezzanotte. Nessuno, a parte il pubblico in sala, vedra` mai quell’esibizione, della quale restano solo poche e ripetitive fotografie”.
Quindi il ricordo di Mogol, a quasi cinquant’anni dai fatti, è fallace. Non è granché sorprendente, considerati il tempo trascorso e l’età di Mogol.
Molto più sorprendente è invece il fatto che nel dicembre del 1971 – cioè meno di cinque anni dopo quel Festival di Sanremo – Valentino Tenco, intervistato per il settimanale “Oggi” da Piera Fogliani, alla domanda “L'ha visto l'ultima sera che ha cantato in televisione?” abbia risposto:
«Sì, l'ho visto. E non mi sono accorto di nulla. Sapevo che era timido, e credevo che cercasse solo di finire alla svelta per scomparire dal video. Quando uscì di scena pensai che si sarebbe rilassato e, come sempre, dopo qualche minuto, avrebbe dimenticato tutto, gara e canzone. Per noi era evidente che aveva cantato di malavoglia, solo perché era stato costretto”.
Ma se quell’esibizione di Luigi non era stata trasmessa, come poteva Valentino sostenere che “era evidente che aveva cantato di malavoglia, solo perché era stato costretto”? E se il fratell(astr)o di Tenco ricorda, cinque anni dopo i fatti, di averlo visto in televisione, cosa che come abbiamo visto è impossibile, perché inalberarsi tanto se Mogol ricorda, cinquant’anni dopo, di essere andato a un funerale senza (forse) esserci andato?
A me non interessa prendere le difese di nessuno né prendere di mira nessuno; ma ho la netta convinzione che tante volte tacere sarebbe l’opzione migliore e più elegante. Mi pare abbia poco senso chiudere un comunicato, come fa la famiglia Tenco, con una frase come questa:
"Con l’occasione, in vista del cinquantenario della sua morte, gradiremmo essere informati preventivamente su eventuali futuri programmi ed eventi che volessero trattare in modo serio la figura di Luigi Tenco il cui pensiero di vita, anche sul tema delle ingiustizie sociali, è ben descritto nei testi delle sue canzoni".
Qual è il “modo serio”? Quello che contribuisce alla conservazione e alla perpetuazione del mito? Perché ancora continuiamo a non renderci conto che è la morte prematura che ha beatificato Tenco, e non la qualità complessiva della sua produzione artistica? Con tutto il rispetto per l’uomo Luigi, l’artista Tenco non valeva più dell’artista Lauzi, dell’artista Endrigo, dell’artista Bindi, dell’artista Calabrese, e di altri, morti anche loro, ma da anziani, per i quali non si solleva tanto clamore e non si portano statue in processione. E le esagerazioni sono sempre fastidiose, soprattutto quando provengono da parti interessate.

Franco Zanetti

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