'Mr. Freedom', tornano i Gabin con un disco di colori e voci

'Mr. Freedom', tornano i Gabin con un disco di colori e voci
Loro, Filippo Clary e Max Bottini, ci avevano creduto fin dall’inizio. “Doo uap doo uap doo uap”, l’accattivante rivisitazione in chiave “club” dell’Ellington di “It don’t mean a thing” che gli aveva aperto le porte delle classifiche e della notorietà (anche oltre confine), non doveva restare uno “one shot”, un episodio isolato. Gabin era la sigla di un progetto artistico destinato, nelle intenzioni, a restare in pista a lungo. Eppure… “Eppure, quando ci è arrivata la lettera con cui la EMI/Virgin ci comunicava la sua volontà di esercitare l’opzione per l’album successivo siamo andati in panico. 'E adesso che facciamo?', ci siamo chiesti senza trovare inizialmente risposta”. Lo racconta Bottini, che della ben assortita coppia è il musicista, con un background di tutto rispetto nel circuito jazz nazionale e internazionale. “Abbiamo passato cinque mesi a far prove, cercando in tutti i modi di copiare noi stessi. Non ci siamo riusciti, e alla fine abbiamo capito che se qualcosa dovevamo conservare, del disco di debutto (intitolato semplicemente “Gabin”), era lo spirito di assoluta spensieratezza con cui era stato realizzato. Abbiamo ricominciato a fare le cose così come venivano, e a quel punto tutto è accaduto velocemente: tre mesi a scrivere i pezzi, altri due a registrare”. “Abbiamo perso molto più tempo a capire quale direzione non dovevamo prendere, piuttosto che a concepire i nuovi pezzi” conferma Clary, dj e manipolatore di suoni. “Il primo disco esprimeva un lato dolcemente malinconico, stavolta volevamo cambiare”. “Lounge e chill out, per capirci, sono lontani”, aggiungono i due Gabin, mixandosi nelle risposte come fanno tra le tracce dell’album. “‘Mr. Freedom’ (in uscita il 29 ottobre) è un disco molto influenzato dalla musica nera, è vero, e del resto Marvin Gaye è sempre stato nei nostri cuori. Ma abbiamo conservato il nostro metodo di lavoro tradizionale, continuando a mischiare gli ingredienti: un pezzo come ‘The other way round’, che è decisamente di stampo rhythm&blues, ha un ritmo nella cassa che è tipicamente bossa nova”. “La cosa strana è che ‘Gabin’, pur sembrando elettronico, era un disco quasi interamente suonato. Mentre stavolta è accaduto il contrario”, spiega Bottini. “Io, che sono un bassista, non ho mai suonato il mio strumento. E sono orgoglioso del mio assolo di Fender elettrico, un po’ alla Bob James, sullo strumentale ‘Midnight caffè’”.
“Mr. Freedom”, dicono i Gabin, è un disco di colori caldi e di movimento. A cominciare dalla copertina: “Dove però, in mezzo a tante immagini esotiche, abbiamo voluto riprodurre la foto di un palazzo del quartiere di Monteverde: in modo da sottolineare la nostra romanità”. Ed è, anche e soprattutto, un disco di belle voci: a partire da quella, caratteristica, di Edwyn Collins sul singolo che lo intitola e che lo ha anticipato. “Eravamo partiti in grande, pensando a David Bowie e a Tom Jones, oppure a Eric Burdon. Poi Michele Di Lernia della EMI ci ha suggerito di contattare Collins. E’ venuto a Roma con la moglie, è stato gentilissimo, tutto si è svolto senza il minimo problema: uno di quei casi in cui la musica prende immediatamente il sopravvento sulle questioni contrattuali”. C’è anche Dee Dee Bridgewater, che il jazzman Bottini conosce da una quindicina d’anni: è sua la performance vocale di gran classe che impreziosisce il secondo singolo “Into my soul”, un po’ Propellerheads, un po’ Julie Driscoll, Brian Auger & the Trinity (un remix è stato affidato a Nicola Conte, altro personaggio di punta di quel mondo che oggi si muove a metà tra jazz e dj-ing, musica elegante e musica da ballare). “Ma non ci sono citazioni volute”, assicura la coppia. “Si parte in un modo e si finisce altrove. Certo, conta quel che si ascolta: ultimamente abbiamo riscoperto i quintetti di Miles Davis, il primo Herbie Hancock, i primi esperimenti funk di Cannonball Adderley. Dee Dee”, spiegano, “ha ascoltato l’altro materiale su cui stavamo lavorando e ci ha consigliato di contattare Macy Gray. Era un po’ troppo per i nostri budget e così, timidamente, ci ha suggerito sua figlia, la venticinquenne China Moses (che nel disco la fa da padrona, cantando quattro tracce). Lei ha una gran vocalità naturale, ma ora ci ha messo un po’ nei guai: vorrebbe cantare con noi anche dal vivo, ma Mtv France le ha appena fatto un contratto come veejay. Ci vedremo a novembre e decideremo cosa fare”.
Completano il quadro degli “special guest” Lisa Lore, poetessa e cantante di colore apprezzata nel circuito house/underground londinese (“Ce l’ha fatta conoscere la nostra amica Z- Star”, spiegano i Gabin) e Jho Jenkins, venerando bluesman ottantenne. “E’ quasi una storia alla Blues Brothers, quella tra noi e lui. Quando lo abbiamo invitato a registrare stava male, siamo stati noi ad accompagnarlo in ospedale e poi a riportarlo in studio. Ha improvvisato un blues avendo come incipit soltanto il titolo, ‘It’s gonna be’: una take sola, cantata su una base che poi abbiamo eliminato per metterci il beat che si sente nel disco”. Bottini ha mantenuto la sua voce guida sul pezzo più ironico e “caciarone” del disco (“Bang bang to the rock’n’roll”) un rock in inglese maccheronico che ricorda un po’ il “Prisencolinensinainciusol” di Celentano. “Ero in studio da solo, stavo ascoltando una traccia strumentale, ho schiacciato i pulsanti ‘play’ e ‘rec’ e mi sono messo a cantare. E’ venuta fuori così. Non ne volevo sapere, ma tutti mi hanno detto di tenerla così com’era: Filippo, Edwyn Collins, Dee Dee e Francesca Bianchi, che anche ora che non è più in Virgin resta la terza Gabin a tutti gli effetti. Abbiamo testato il pezzo in un locale di Roma, è stato un successo. Il bello è stato trascrivere il testo per depositarlo alla Siae…”.
Più difficile, dicono, farsi accettare dai “media” tradizionali. “Mtv confina il video di notte, qualche network radio non ci passa bollandoci come ‘adult pop’”, racconta Clary. “D’altra parte questo è quanto sappiamo fare, non altro, e non sempre vengono fuori brani ammiccanti come ‘Doo uap’. Ma va bene così: tra i nostri condòmini il disco è già un grande successo”.
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