Jam: una favola di successo che Paul Weller chiude l'11 dicembre 1982

Jam: una favola di successo che Paul Weller chiude l'11 dicembre 1982

Questa è una storia cominciata, come molte altre, agli inizi degli anni settanta. E come molte altre si è conclusa agli inizi degli anni ottanta. Una decina di anni, sei album, molto successo (specialmente in Gran Bretagna) e l’addio improvviso quando tutto girava per il meglio e si era seduti sul trono dei re (specialmente in Gran Bretagna). E’ la storia di tre ragazzi – chitarra, basso, batteria – che rispondono al nome di Paul Weller, Bruce Foxton e Rick Buckler e della loro band, i Jam. Questa storia i prossimi 7 e 8 ottobre tornerà ad essere attuale poiché si terrà a Liverpool un’asta di beneficenza, particolarmente ricca, dove verranno battuti un grande numero di cimeli che li riguardano.

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La band creata da Paul Weller sbocciò in contemporanea con il movimento punk. Di questo aveva in comune la gioventù e la voglia di spazzare via la prosopopea dei suoni che caratterizzava quel periodo storico, ma non il nichilismo che contraddistingueva il punk. Piuttosto i loro punti di riferimento erano gli Who, i Kinks, i Beatles. Si differenziavano anche nel look, molto più curato, e nelle tematiche delle canzoni più vicine alla vita quotidiana dei giovani inglesi e meno alla sloganistica politica. Era il 1977, Londra in pieno fermento. Spille da balia, capi stracciati e creste colorate si diffondevano nella capitale inglese. Sex Pistols e Clash, ognuno per la sua parte, si facevano modelli di un nuovo stile di vita e di intendere le cose. Era il 1977 e i Jam raggiungevano i negozi con il loro primo album “In the city”. L’accoglienza fu buona e, senza perdere tempo prezioso, sei mesi dopo, nel novembre 1977, il terzetto diede alle stampe il secondo album “This is the modern world”, ma l’accoglienza non fu altrettanto buona.



Il successo, quello vero, era rimandato di un anno soltanto. Novembre 1978, esce “All mod cons”. Le canzoni mantengono l’immediatezza degli esordi - sia nei contenuti che nella lunghezza, come insegna il punk, per andare dritti al punto due minuti possono bastare – e assumono una maggiore consapevolezza. Paul Weller viene investito dello scomodo ruolo di portavoce di una generazione. La band ha uno zoccolo veramente duro di fans che li amano e che in loro si riconoscono. I tre contraccambiano avendo una cura particolare nei loro confronti. Li incontrano senza risparmiarsi nei dopo concerti trattenendosi a parlare e a firmare autografi. Oppure li fanno entrare per godere del soundcheck prima dei loro live. Weller, Foxton e Buckler si differenziavano dal loro pubblico per l’unico particolare che salivano sul palco e imbracciavano gli strumenti. Per il resto erano uguali al loro pubblico. A quel tempo Paul Weller aveva 20 anni, Bruce e Rick solo tre di più.



Nel 1979 il punk aveva ancora molta della sua carica però Sex Pistols e Clash, che potremmo definire i campioni del genere, non erano più al centro del ring. I Sex Pistols incassavano la morte di Sid Vicious e andavano a chiudere la loro esperienza, mentre i Clash inserivano nella loro musica venature di quel reggae che respiravano frequentando la comunità giamaicana di Brixton a Londra e si apprestavano a conquistare il mondo. I Jam si indirizzano verso il soul e pubblicano “Setting sons”. Ribadiscono la loro presenza nelle posizioni nobili delle charts. La canzone manifesto dell’album è “Eton rifles” e la band fa capolino, seppur molto nelle retrovie, anche nelle classifiche di vendita statunitensi. Negli Stati Uniti i tre, nonostante l’enorme successo in Gran Bretagna, non riuscirono mai ad avere un grosso seguito. Troppo inglesi loro e troppo inglesi le loro tematiche. Una vicenda che si ripeterà, con le dovute proporzioni, una ventina di anni dopo con gli Oasis.


Il 1980 si apre alla grande per la band di Woking con la conquista della posizione numero uno nella classifica inglese del singolo “Going underground”. Nonostante questa felice premessa il quinto album della loro carriera, “Sound affects”, pubblicato nel novembre di quell’anno, comunque sempre premiato a livello di vendite, non ha il quid e la forza necessaria per poterlo etichettare come indimenticabile. La vena compositiva è di tono minore e le sonorità si spostano verso il pop. Seppur d’autore, infatti il riferimento più immediato e diretto del disco sono i Beatles.




Nel marzo 1982 i Jam pubblicano “The gift”. E’ l’album dove è inclusa “Town called malice”, la loro canzone forse più nota. Il disco è profondamente diverso da tutti gli altri e spiazza i fans, soprattutto quelli della prima ora. Paul Weller spiazza ancora di più i compagni di band comunicando loro che avrebbe abbandonato il gruppo poichè si sentiva di avere dato tutto e voleva approfondire altre sonorità (segnatamente il soul e l’r’n’b). Quello che ancora oggi è soprannominato ‘Modfather’ abbandonava per dedicarsi, assieme al tastierista Mick Talbot, a un progetto chiamato Style Council lasciandosi alle spalle, a soli 24 anni, una splendida avventura chiamata The Jam. Bruce e Rick accusarono il colpo. La band fece un tour di addio che culminò con l’ultimo concerto l’11 dicembre 1982 al Brighton Centre di Brighton. Da allora i tre non hanno mai più calcato le assi di un palco insieme. La reunion dei Jam è una delle chimere del rock. Fino ad oggi Paul Weller si è detto del tutto contrario e irremovibile al riguardo. Innanzitutto, per rispetto alla storia della band che ha rappresentato magnificamente un periodo musicale quanto mai vivo e fecondo.

(Paolo Panzeri)





La scaletta dell’ultimo concerto dei Jam a Brighton:

Start!
It's Too Bad
Beat Surrender
Away From the Numbers
Ghosts
In the Crowd
Boy About Town
Get Yourself Together (Small Faces cover)
All Mod Cons
To Be Someone (Didn't We Have a Nice Time)
Smithers-Jones
Tales From the Riverbank
Move On Up (Curtis Mayfield cover)
Circus
Down in the Tube Station at Midnight

Encore:
David Watts (The Kinks cover)
Mr. Clean
Going Underground
In the City
Town Called Malice

Encore 2:
The Butterfly Collector
Pretty Green
The Gift

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