Zen Circus, il nuovo album 'La Terza Guerra Mondiale': 'Il pop alla nostra maniera al tempo della sete di sangue'

Zen Circus, il nuovo album 'La Terza Guerra Mondiale': 'Il pop alla nostra maniera al tempo della sete di sangue'

Che lo si chiami "rock intelligente", cioè quello che non si risolve tutto in una chitarra elettrica distorta, le All Star, un giubbotto di pelle e un vaffanculo, o "pop provocatore", perché non sta scritto da nessuna parte che un ritornello orecchiabile debba necessariamente essere accompagnato da tre parole che fanno rima e basta, gli Zen Circus - dopo quasi vent'anni di carriera - continuano imperterriti per la loro strada. A leggere solo i titoli, il loro nuovo album - "La terza guerra mondiale", in uscita il 23 settembre a due anni di distanza da "Canzoni contro la natura" - evoca scenari da hellzapoppin' post-apocalittico: per la verità, Appino, Ufo e Qqru immaginano più una situazione analoga a quella descritta da Cormac McCarthy in "La strada", dove qualcosa di tremendo è successo, ma cosa, esattamente, non si sa.

Così la crisi diventa un'opportunità per fare chiarezza, e - come dicono loro nella title track - "cominciare una nuova era / capire chi è il nemico / per vederlo dritto in viso": "Da sempre cerchiamo di eliminare l'idea di giusto e sbagliato", racconta Appino: "Provochiamo per stimolare le domande, ma di risposte da dare non ne abbiamo". E di provocazioni ce ne sono un mucchio, nell'album, a cominciare da "Zingara", dove si sciorinano senza problemi i brand leader delle telecomunicazioni ma si censura il nome di un partito ("In modo volutamente maldestro", ghigna il frontman, "Ci sembrava volgare citare la sigla. E poi ci fa paura solo a dirlo, quel nome...") e canta chi "difende il cane e il gatto, guai a chi li tocca / ma a una zingara sì, le sparo in bocca": "Abbiamo subodorato che gli italiani, oggi, vogliono il sangue, lo scontro. Lo percepisci dal Web. E le nostre canzoni parlano di questo. Ovviamente, e non c'è bisogno che lo dica, non c'è alcuna indicazione morale in questo. D'altra parte, per capirle c'è bisogno di grande giudizio, da parte di chi ascolta, perché altrimenti un pazzo potrebbe farsi venire strane idee. E' la nostra prospettiva la chiave: quelli che come noi sono nati negli anni Settanta sono solo la seconda generazione a non aver mai vissuto nemmeno una guerra, a non sapere cosa significa avere fame per davvero". E' il gioco della provocazione: in "Terrorista" il "terrorista che scrive sul giornale" non è necessariamente l'ex Lotta Continua al quale Paola Turci ha dedicato "Il gigante" ma "chi usa i giornali per fare terrorismo, e di questi tempi ce ne sono parecchi, da tutte le parti".

In "Pisa merda" c'è l'amore / odio per la città natale: "Ce l'hanno urlato dappertutto, persino in Tasmania [dove il gruppo era stato a registrare "Villa Inferno" insieme a Brian Ritchie dei Violent Femmes] o a Parigi. Abbiamo giocato sempre sull'invettiva, e questa ci ha dato l'opportunità di parlare del posto dove veniamo. Non è che parliamo di Pisa nello specifico, ma di tutta la provincia italiana. Sapete, noi toscani siamo fatti così...". Curioso che poco più a nord, in Emilia, ci sia chi, magnificando la stessa provincia, sia riuscito a costruirsi una solidissima carriera musicale: "Il nostro rapporto con la provincia è conflittuale", continua Appino, "Né ci sputiamo sopra né la magnifichiamo. E' il posto dove siamo nati e cresciuti, e dove continuiamo a vivere, tutto qui. Sul magnificarla siamo abbastanza cauti, perché come dice Ufo [il bassista] la provincia ci ha dato Cesare Pavese ma anche i sassi dal cavalcavia. Quindi se parliamo del '58 è un conto, ma nel 2016...".

Ci sono tante donne, in "La terza guerra mondiale": donne come "Ilenia", o come quella che - in "Non voglio ballare" - si incazza con te perché "alle elezioni votai il Conte Mascetti": "Sì, tante come mai ce ne sono state in un disco degli Zen Circus, e ne sono fiero", dice Appino, "Ho fatto pace con l'idea di scrivere dei rapporti con le donne. Quando tocca, tocca. Poi nel pop e nella canzone d'autore sono tanti, quelli bravi, a scrivere delle relazioni. Il nostro, però, è un approccio differente: non scriviamo mai di io e te, ma di io, te, e quello che ci sta attorno".

Un pop sui generis, quindi, alla faccia di chi li vuole impenitenti eroi del rock'n'roll stradaiolo: "Non è per fare il vecchio, ma amo il pop", confessa Appino, "Ben vengano le canzoni pop. Direi una bugia se dicessi che suoniamo senza ambizione: ci piace l'idea che le nostre canzoni siano ascoltate da quanta più gente possibile. Certo, la nostra è un'idea strana di pop. Anzi, a giudicare dalle mosse che abbiamo fatto in quasi vent'anni di musica, si direbbe che ce l'abbiamo messa tutta per schivare l'onda giusta: suonavamo folk punk quando andava di moda l'elettronica e il post rock, siamo passati alle chitarre elettriche quando è esplosa la canzone acustica intimista... Cerchiamo di fare pop alla nostra maniera: di certo, quello che non cerchiamo è la crescita esponenziale".

Chi li andrà a vedere dal vivo - il tour prenderà il via il prossimo 28 ottobre a Bologna con date a, tra le altre città, Perugia, Torino, Livorno, Roma, Milano, Genova e Firenze - non si aspetti nella setlist tutte le canzoni del nuovo disco: "Non lo facciamo mai. E poi, dopo due anni di assenza dai palchi, non ci va di ammorbare il pubblico, quindi i pezzi vecchi non mancheranno. Ecco, magari per il decennale di 'Andate tutti affanculo' sì, potremmo pensare a uno spettacolo dove suoniamo tutte le canzoni del disco..."?. Perché? "Perché è sempre bello mandare tutti affanculo".
(dp)

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