The Tallest Man On Earth al Fabrique di Milano: la recensione del concerto

The Tallest Man On Earth al Fabrique di Milano: la recensione del concerto

Sarà anche facile sentirsi di bassa statura quando superi di poco il metro e settanta e vieni dalla Svezia. Ma se imbracciando la chitarra fai emozionare chi ti ascolta e comunichi con onestà le belle parole che affollano i tuoi testi, allora hai tutto il diritto di sentirti un gigante. Perché questa è l’impressione che si ha ascoltando Kristian Matsson, alias The Tallest Man On Earth, mentre se ne sta sul palco, completamente solo con il suo strumento. Che si tratti di una dodici corde, del suono delicatissimo di una acustica o di quello più aggressivo di una Telecaster, i suoi pezzi riflessivi invitano all’ascolto, in un modo dimesso ed essenziale che non può non coinvolgere.

Il Fabrique inizia a riempirsi durante la performance di apertura di The Tarantula Waltz, che inaugura questa serata dal sapore folk, fatta di artisti abituati a salire in scena in solitaria. Questo è un aspetto che ho ammirato moltissimo di entrambe le esibizioni: il coraggio e l’abilità di mantenere alta l’attenzione senza l’ausilio di grandi colpi di scena o di una band alle spalle.

Proprio in questo modo l’artista di punta della serata sale sul palco semi spoglio, non un’immagine dietro di lui, non luci particolari o macchine del fumo. Imbraccia la chitarra elettrica, regola i suoni, e apre la sua ora e mezza di concerto con una cover di Joan Baez, “East Virginia”, suggerendo subito agli ascoltatori la cifra stilistica alla quale si ispira.

La sua voce è piacevolmente controversa: quando canta assume un timbro da tenore quasi nasale, alla maniera di Dylan, mentre il suo timbro nel parlato ha una profondità baritonale. Insomma, una voce particolare e un’estensione naturale, condite da una forte capacità di emozionarsi e di interpretare: se ne trova un esempio calzante nelle melodie quasi parlate di “Criminals”, o nella meravigliosa “Love is all”, preparata a dovere da una lunga introduzione, fino all’apice, in cui la voce quasi si spezza. L’unico elemento ritmico è la stessa chitarra, pizzicata in stile quasi bluegrass, in cui le cadenze si fanno incalzanti e drittissime, quasi come un banjo.

Colpisce l’ultimo singolo “Rivers”, uscito il mese scorso, accompagnato da una piccola divertente descrizione (alla maniera dei cantastorie) sulla sua cittadina di provenienza, in cui le persone sembrano essere tanto affabili quanto ficcanaso.

Il clima si fa particolarmente intimo e sentito in pezzi come “The wild hunt”, in cui Matsson invita all’ascolto da buon cantautore, stringendo a sé "la chitarra più silenziosa" dal suono dolcissimo, relegando a fine scaletta i brani più aspri e struggenti, come “Dark bird is home”. L’uomo più alto rientra in scena per il bis lasciando il pubblico commosso, chiudendo il concerto con una cover di Jackson Browne, “These days”, a chiara riprova di un curioso filo rosso che lega l’artista svedese con la tradizione folk americana.

 

(Vittoria Polacci)

 

SETLIST:

East Virginia (Joan Baez cover)

Fields of our home

1904

Criminals

The wild hunt

Darkness of the dream

I won’t be found

The gardener

Little nowhere towns

Love is all

Rivers

The sparrow and the medicine

On every page

Time of the blue

There’s no leaving now

King of Spain

Dark bird is home

 

BIS:

Sagres

These days (Jackson Browne cover)

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